La mia Ero dall’ombra alla luce: intervista all’autore Alessandro Pertosa

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Alessandro Pertosa, sei già stato nostro ospite e in una precedente intervista abbiamo parlato della tua opera ERO, L’ULTIMA LUCE quando era ancora parola scritta. Adesso ERO, L’ULTIMA LUCE interpretata da Melania Fiore e con la regia di Graziano Piazza ha debuttato con successo in prima nazionale al Festival Rete Teatri presso il Castello di Monastero Bormida, nel territorio tra Langhe e Val Bormida e presto proseguirà il suo viaggio a Gualdo Tadino presso un’importante festival teatrale nazionale. Dal logos filosofico alla carne della parola. Nel tuo percorso la filosofia non è mai un esercizio accademico astratto ma un’indagine sul senso dell’esistenza. In ERO la parola scritta “si fa invocazione, preghiera e rito”. In che modo il tuo sguardo di filosofo ha interrogato il mito di Ero e Leandro? Quando hai capito che la pagina scritta aveva bisogno di “farsi corpo” e in quale snodo della scrittura il pensiero puro ha ceduto il passo al grido scenico?

Il filosofo, se non vuole ridursi a un burocrate del concetto o a un catalogatore di polverose astrazioni accademiche, deve necessariamente sporcarsi le mani con l’esistere. Per me la filosofia non è mai stata una teoria da dimostrare, ma una ferita da abitare. Quando ho interrogato il mito di Ero e Leandro, non ho cercato l’ennesima interpretazione allegorica, ma la radice stessa del dramma umano: il limite, la fragilità, il mistero dell’assenza. Il mito non è una favola antica; è uno specchio senza tempo che ci riguarda qui e ora. La pagina scritta ha chiesto di farsi corpo nel momento esatto in cui mi sono reso conto che la parola filosofica, per quanto esatta, rischiava di rimanere fredda. Sentivo il bisogno di un’incarnazione. Il pensiero puro cede il passo al grido scenico quando l’inchiostro si accorge di non poter riprodurre il battito cardiaco, né il respiro spezzato di chi ama e spera contro ogni evidenza. C’è uno snodo preciso nella scrittura: quando Ero smette di riflettere sul proprio destino e inizia a invocare l’altro. Lì la filosofia capitola e si fa liturgia. Il logos cessa di essere argomentazione e diventa carne, sangue, voce che trema nel buio. La scena è il solo luogo capace di ospitare questa transustanziazione: la parola si fa rito perché l’attesa stessa di Ero è un atto sacrale.       

La tua scrittura scenica e la tua “riscrittura del mito” rovescia il punto di vista. Il mito ci consegna solitamente un Leandro attivo, colui che solca l’Ellesponto a nuoto, relegando Ero a icona immobile sulla torre. La tua opera sceglie invece di dare centralità assoluta a lei, trasformando l’attesa in un atto di resistenza radicale. Perché questa scelta prospettica? Cosa rivela la luce della torcia di Ero nel buio del nostro presente iper-connesso ma emotivamente afono?

La tradizione ci ha abituati a celebrare l’eroismo muscolare, l’azione visibile, il movimento performativo. Leandro che nuota, che sfida le onde, incarna il fare, l’attivismo tipico di una cultura che misura il valore solo attraverso il risultato e lo sforzo fisico. Ho voluto capovolgere questa prospettiva perché ritengo che il vero eroismo contemporaneo risieda altrove: nella capacità di restare, di custodire, di resistere all’evanescenza. Ero non è immobile per passività; la sua è un’immobilità dinamica, una verticalità assoluta. L’attesa, vissuta in quel modo, non è subire il tempo, ma abitarlo poeticamente. È un atto di resistenza radicale contro la fretta del mondo. In un presente iper-connesso ma emotivamente afono — dove consumiamo relazioni con un clic e siamo incapaci di tollerare la distanza e il silenzio — la torcia di Ero proietta una luce impietosa sulle nostre miserie. Oggi comunichiamo costantemente, eppure non ci incontriamo mai davvero. Abbiamo abolito la distanza spaziale, ma abbiamo desertificato lo spazio interiore. La luce di Ero rivela che l’amore non è connessione immediata, ma custodia del mistero dell’altro. La sua torcia illumina il vuoto di un’epoca che ha scambiato la vicinanza digitale con l’intimità dell’anima, ricordandoci che per amare occorre saper attendere, saper bruciare per qualcuno senza la pretesa di possederlo.

Tradizionalmente la storia di Ero e Leandro si regge sulla polarità geografica e sulla sponda opposta (Sesto e Abido). Avendo tu azzerato lo spazio dell’altro per focalizzarti sulla temporalità dell’attesa di Ero, qual è la cellula drammaturgica che sostituisce il movimento? Che cosa “accade” strutturalmente mentre lei aspetta?

Se azzeri lo spazio geografico e la polarità Sesto-Abido, il movimento non si cancella: si interiorizza. La cellula drammaturgica che sostituisce lo spostamento fisico è l’oscillazione della coscienza di Ero. È il ritmo del suo respiro, il battito incessante di una parola che scava dentro se stessa. Invece del viaggio di Leandro attraverso le acque dell’Ellesponto, assistiamo al viaggio verticale di Ero nei meandri della sua stessa anima. Strutturalmente mentre lei aspetta, accade un dramma immenso nella più totale apparente staticità. L’attesa si fa azione drammatica attraverso la metamorfosi della parola: Ero passa dal ricordo nostalgico all’allucinazione poetica, dalla preghiera rituale al dubbio straziante, fino alla fusione mistica con l’elemento naturale. Il tempo si dilata e si contrae. Ogni secondo di quell’attesa è gravido di eventi interiori: crollano certezze, si evocano fantasmi, si celebrano sponsali invisibili. Strutturalmente lo spettacolo è un climax di intensità emotiva e filosofica, dove la fissità del corpo dell’attrice diventa il catalizzatore di un terremoto interiore che travolge lo spettatore. Non c’è bisogno che accada qualcosa fuori, perché sta accadendo tutto dentro.    

Ti ritieni soddisfatto della costruzione di questo spettacolo e della collaborazione con il regista Graziano Piazza e l’attrice Melania Fiore? Questa “ultima luce” sarà solo l’inizio?

Soddisfatto è un termine forse riduttivo; direi piuttosto che sono profondamente grato. Vedere la propria parola scritta tradursi in carne e visione è un miracolo laico che ogni drammaturgo spera di contemplare. La collaborazione con Graziano Piazza e Melania Fiore è stata una rara e felice quadratura del cerchio. Graziano Piazza ha dimostrato una sensibilità registica straordinaria: ha compreso che il testo non andava semplicemente “messo in scena”, ma “custodito” e amplificato orchestrando i silenzi, le luci e i vuoti con una sapienza geometrica e poetica rara. Melania Fiore, dal canto suo, non si è limitata a interpretare Ero: lei é Ero, si è lasciata abitare da lei, con la sua intensità emotiva ha incarnato la potenza di un amore senza confini. Ha prestato al testo una voce che è al contempo soffio e pietra, una fisicità vibrante capace di reggere il peso di un’attesa assoluta. Sotto la guida di Graziano Piazza ha trasformato il logos in grido e il grido in canto. Il successo al Festival Rete Teatri al Castello di Monastero Bormida e l’imminente tappa a Gualdo Tadino testimoniano la forza di questa sinergia. Se questa “ultima luce” sarà solo l’inizio? Assolutamente sì. L’ultima luce non è mai lo spegnimento definitivo, ma quel bagliore estremo che resiste alle tenebre e annuncia, sottovoce, un nuovo mattino. Il viaggio di Ero è appena cominciato: sentiamo il bisogno di portare questa resistenza poetica in quanti più teatri possibili, per continuare a incendiare il buio del nostro tempo.

Stefano Duranti Poccetti

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