Valentina Cristiani: «Ho imparato a non nascondere le mie cicatrici.
Oggi sogno una tv che racconti le donne senza filtri. Lancio la mia idea..».
D: Valentina, se dovessi descrivere chi sei oggi usando tre momenti chiave della tua vita professionale, quali sceglieresti e perché?
R: Sceglierei il primo giorno in cui ho preso in mano un microfono e un registratorino al bordo di un campo da calcio verso i 18 anni, la prima notte passata a scrivere le pagine del mio libro senza guardare l’orologio, e il momento preciso in cui ho capito – attraverso la mia esperienza – che la fragilità non è un difetto, ma una lente d’ingrandimento per capire le persone. Il primo rappresenta la fame e la passione sportiva; il secondo è l’amore viscerale per la scrittura; il terzo è la maturità emotiva che mi permette, oggi, di fare questo lavoro con l’anima e il cuore, non solo con il taccuino.
D: Nel giornalismo sportivo ti sei fatta strada in un ambiente storicamente maschile. Qual è stata la sfida più grande: farsi ascoltare o rimanere fedele alla propria sensibilità senza omologarsi?
R: Assolutamente la seconda: non omologarsi. Quando muovi i primi passi, la tentazione di adottare un linguaggio più duro o distaccato per dimostrare di essere all’altezza è forte. Ma ho capito presto che il mio vero valore aggiunto era proprio lo sguardo empatico. Lo sport e il calcio non si riducono a dati statistici o schemi tattici: sono fatti di sudore, paure, riscatti e psicologia. Raccontare l’umanità che c’è dietro l’atleta, anziché fermarsi alla semplice prestazione tecnica, è stata la mia scommessa. E il pubblico se ne accorge subito quando parli con autenticità, sia in televisione che sulle pagine di un giornale.
D: Quando intervisti qualcuno per i tuoi libri, per il sito Tuttosampdoria di cui sei direttrice o per i quotidiani per cui collabori, si percepisce subito che crei uno spazio sicuro. Come ci si riesce? Qual è il segreto per far abbassare le difese a un interlocutore?
R: L’ascolto vero. Sembra una banalità, ma oggi molti intervistatori pensano già alla domanda successiva mentre l’altro sta ancora parlando. Io cerco di azzerare il giudizio e di fare attenzione ai dettagli non verbali: un sospiro, un’esitazione, uno sguardo che cambia. L’empatia non è una tecnica d’intervista, è una disposizione d’animo. Se chi hai di fronte sente che sei lì per capire la sua storia e non per cercare il titolo ad effetto a tutti i costi, si fida e si apre con naturalezza.
D: Passare dalla velocità della notizia quotidiana alla lentezza della scrittura di un libro richiede un ritmo mentale diverso. Cosa ti dà la scrittura che il giornalismo da solo non riesce a darti?
Il giornalismo vive di corsa, di attimi da catturare al volo e di sintesi serrate. La pagina di un libro richiede invece un respiro diverso: lento, profondo, autentico. È il luogo in cui i silenzi prendono forma, dove i pensieri interrotti trovano casa e le sfumature il loro spazio. Scrivere un libro offre il tempo di ricucire i strappi, di comprendere e di perdonare. Diventa così un gesto di cura intima, offerto a chi scrive e regalato a chi legge.
D: Scorrendo il tuo percorso professionale, si incontrano firma e passione tra le pagine del Corriere dello Sport e del portale di Tuttosport. Guardando a quelle esperienze, quali ricordi e quali lezioni umane porti con te di quelle stagioni della tua vita?
R: Conservo un ricordo pieno di gratitudine e calore. Lavorare per testate storiche come il Corriere dello Sport e Tuttosport ha rappresentato una palestra di vita straordinaria, di quelle che ti formano il carattere prima ancora della penna. Di quelle collaborazioni porto dentro l’adrenalina e l’emozione di interviste che mi hanno fatta crescere profondamente, sia sul piano umano che professionale. È stato il periodo in cui ho capito che a fare la differenza è sempre la cura che metti nel proteggere la verità e l’umanità di chi ti sta di fronte.
D: Guardando indietro al percorso fatto finora, c’è un consiglio che vorresti dare alla Valentina ragazza che muoveva i primi passi in questo mondo con tanti sogni e forse qualche paura?
R: Le direi: “Non aver paura di mostrare la tua sensibilità e la tua empatia”. All’inizio si tende a scambiare la gentilezza per debolezza, soprattutto in certi ambienti competitivi. Invece le direi che la sua empatia e la sua sensibilità sarebbero diventate la sua forza più grande e la sua cifra stilistica. Le direi di fidarsi del proprio istinto, di non accelerare i tempi e di continuare a studiare e a meravigliarsi, perché la curiosità è l’unico vero motore che non ti fa invecchiare mai in questa professione.
D: Nel libro “Non chiamateci quote rosa” e nelle tue inchieste hai affrontato spesso il tema del soffitto di cristallo e degli stereotipi. Qual è stata la sfida interiore o professionale più grande nel far valere la tua competenza senza farti ingabbiare da narrazioni preconfezionate?
R: La sfida più grande è stata combattere il pregiudizio che una donna debba costantemente ‘dimostrare il doppio’ per meritare lo stesso spazio e per non essere vista come una “eccezione”. Spesso vieni giudicata prima per come ti presenti e poi per quello che dici o scrivi. Bisogna imparare a non cedere alla tentazione della rivendicazione urlata, ma rispondere sempre con la qualità dei fatti, con lo studio e con la preparazione.
D: Nel tuo futuro immediato c’è l’ambizione di guidare un salotto d’approfondimento al femminile. Ci spieghi qual è il cuore di questo progetto, come nasce l’idea e cosa lo renderà unico?
R: Nasce da una constatazione semplice ma dolorosa: la televisione e la carta stampata spesso raccontano le donne secondo due estremi. O le eroine infallibili che ‘fanno tutto e bene’, o le ‘vittime’. In mezzo c’è una galassia infinita di donne reali, fatte di determinazione, ma anche di dubbi, di ‘no’ ricevuti, di momenti di solitudine e di grandissima capacità di reinventarsi. Sento forte la necessità di creare qualcosa che non c’è. Un ‘salotto di casa’ autentico, empatico, un luogo di parola in cui approfondire l’attualità, la cultura, lo sport e la società con sguardo femminile, davanti a un the, libera dagli orpelli dello spettacolo e focalizzata sul merito e sull’umanità.
D: Spesso la narrazione pubblica del successo tende a nascondere le cadute. Tu vuoi mettere al centro del programma anche le fatiche e i momenti di vulnerabilità delle tue ospiti. Perché ritieni che mostrare la fragilità sia un atto di forza e di ispirazione?
R: Perché la perfezione non ispira, intimorisce. Se mostriamo solo donne che ce la fanno al primo colpo senza mai incespicare, rischiamo di far sentire inadeguate tutte le altre. Quando una donna affermata abbatte le distanze e ammette: «Sì, anche io ho avuto paura», «Anche io ho collezionato decine di porte in faccia prima di trovare la mia strada» o «Anche io ho pianto in macchina prima di una riunione importante», crea un legame profondo con chi l’ascolta. La fragilità, quando è mostrata con dignità, diventa un ponte emotivo potentissimo: ci ricorda che le cadute non ci definiscono, ma sono solo tappe del percorso. Vorrei che chi segue il programma pensasse: «Se ha dubitato di sé, è caduta ed è riuscita a rialzarsi lei, posso farcela anch’io».
D: Come immagini l’atmosfera e il ritmo di questo salotto televisivo per far sì che le tue ospiti si sentano libere di aprirsi senza filtri?
R: Lo immagino come uno spazio di approfondimento in cui il tempo torna ad avere valore. Di ascolto vero, sincero e interessato. Oggi la comunicazione è velocissima, spesso aggressiva o urlata. Nel mio format voglio restituire centralità al silenzio, alla pausa, allo sguardo. Non ci saranno trappole o domande fatte per provocare lo scoop a tutti i costi. Quando un’ospite percepisce che chi le sta di fronte non la sta giudicando né instrumentalizzando, la corazza cade da sola. Sarà un approfondimento rigoroso nei contenuti, ma con un tono caloroso, intimo e accogliente.
D: Se dovessi riassumere in un unico messaggio o in un augurio ciò che vorresti che rimanesse al pubblico alla fine di ogni puntata, quale sarebbe?
R: Vorrei che ogni spettatrice e ogni spettatore spegnesse la tv o il dispositivo streaming sentendosi meno solo/a e un po’ più coraggioso/a. Vorrei trasmettere l’idea che non esiste un unico modo di essere donne, che non dobbiamo chiedere il permesso per occupare il nostro posto nel mondo e che la solidarietà femminile, quando è sincera e strutturata, può cambiare concretamente le cose. Io l’idea del format l’ho lanciata…
C’è una “caduta” o un momento di particolare buio nella tua vita che ti ha messa a dura prova e che ha poi trasformato la tua forza interiore?
R: Sì, ed è un ricordo che porta con sé una cicatrice ancora profonda. Mancavano pochissimi mesi al raggiungimento del mio sogno, il tesserino da giornalista, quando un giorno, mentre stavo facendo un’intervista, ho sentito che le parole non riuscivano più a uscire. Mi sono guardata allo specchio ed è stato uno shock: la metà del mio viso era immobile, colpita da un’improvvisa paresi facciale. La bocca tirata da una parte, l’occhio che non si chiudeva e le notti trascorse a cercare un sonno quasi impossibile, usando dei cerotti per tenere una palpebra abbassata. Sono stati sei, otto mesi lunghissimi e dolorosi di day hospital. Per una ragazza che vedeva nel giornalismo, nel volto e nella voce la propria forma d’espressione più autentica, non poter fare il lavoro che amava è stata una prova devastante. Ci sono stati momenti di sconforto puro, pianti a dirotto di notte, la paura di aver perso tutto. Eppure, quando le terapie sono finite e mi sono guardata di nuovo, il mio viso portava ancora i segni di quello che era successo: era ancora imperfetto, ma la mia anima no. Lì è scattato qualcosa. Con una forza di volontà che non sapevo nemmeno di avere, ho preso quei dubbi e quelle lacrime e li ho trasformati in coraggio. Ho deciso di non nascondermi e sono tornata davanti alle telecamere come opinionista sportiva, con le mie imperfezioni e la mia storia. E ovviamente presi il tesserino da giornalista. È stato il momento in cui ho capito che la determinazione e l’autenticità contano infinitamente di più della perfezione estetica.

