Le Siège de Corinthe fu per Giochino Rossini il primo incontro con il pubblico parigino del blasonato e austero Théâtre de l’Opéra. La scelta del titolo operistico rispecchiava il momento storico che l’Europa – in particolare Parigi – stavano vivendo in adesione alle vicende dell’insurrezione greca che in quegli anni infiammava l’opinione europea. Rossini, stabilitosi nella capitale francese da due anni, omaggiato e riverito, compose Il Viaggio a Reims, opera di carattere prettamente celebrativo, in onore dell’Incoronazione di Carlo X. Insignito della carica onorifica di Premier Compositeur du Roy nonché Inspecteur Général du Chant en France iniziò l’incarico scegliendo come primo lavoro una sua opera precedente da adattare alla scena francese: così Maometto II, dato a Napoli nel 1820, diviene Le Siège de Corinthe la sera del 9 ottobre 1826. Un bicentenario cui il Rossini Opera Festival rende doveroso omaggio con una nuova produzione. Tragédie lyrique in tre atti di Luigi Balochi e Alexandre Soumet, è tratta da una tragedia, Anna Erizo di Cesare della Valle duca di Ventignano (senza nessuna derivazione da Mahomet le Prophéte di Voltaire), incentrata sulla caduta di Bisanzio, catastrofe di portata storica che traumatizzò l’Europa del XV secolo. Il conquistatore era Maometto II, sultano tremendo di cui resta traccia pittorica nel dipinto di Gentile Bellini. Con Le Siège de Corinthe Rossini non procede a un semplice adattamento per le scene francesi, ma opera una vera e propria rielaborazione, lavorando a una linea drammatica continua che impregna la partitura, riducendo l’esuberanza e lo splendore della coloratura vocalistica del precedente napoletano, in favore di melodie che meglio si adeguino alla situazione di tragicità permeante il libretto. Emblematica la scelta di concludere l’opera non con la cabaletta di prassi, ma con un libero sviluppo musicale del suicidio di Pamyra. Il Pesarese introduce molta musica di cerimonia e celebrativa, iniziando dall’imponente ouverture, poi danze e inni, pagando tributo al costume dell’opera francese che richiedeva spettacolo e grandeur. Al ROF la partitura è stata eseguita nell’edizione critica a cura di Damine Colas Gallet, a rendere definitiva giustizia di quella tradizionale e manomessa versione italiana de L’assedio di Corinto (che pur va ricordato, tanto contribuì in tempi non informati a far conoscere al mondo il valore di quest’opera) con il recupero filologico della scrittura originaria concepita da Rossini per Parigi. Nuova la produzione per questa 47° edizione del ROF, affidata al regista Davide Livermore, Direttore il Maestro Carlo Rizzi alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna e del Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno. La migliore in campo, che surclassa per voce e perizia il resto della compagnia era il soprano Vasilisa Berzhanskaya, convincente e palpitante Pamyra. Cantante sempre capace di trovare il giusto tono interpretativo: se non sempre con il cuore, lo fa con innato professionismo. Dopo essersi inserita sull’intensità della scrittura rossiniana di Disgrâce horrible! in cui il soprano sfoggia acuti sfolgoranti, si mostra struggentemente tenera in Ciel!sois propice à ma prière con il direttore che stacca tempi esangui e lenti. Sospensione dell’azione negli animi e in scena, fermi stanno quali statue. Segue Rassurez vous, mon père affrontato in velocità virtuosistica, su un sottofondo musicale che è soltanto tumultuoso. Introduce poi il quartetto L’amant qui m’enchaîne è toccante ma – anch’ella obbligata a cantare dall’alto dell’impalcatura – la voce suona più piccola, pria di tornare in palcoscenico, con il direttore che sa essere solo tumultuante nella stretta del concertato. Nel secondo atto è commovente, anche senza grande partecipazione emotiva, in Ô patrie infortunée! sfoggiando potenza di voce a dominare il brano: vocalista ineccepibile. Si erge in Du séjour de la lumière in sognante attacco a mezza voce, preziosa filatura su “ma tendre mère” e tenendo l’acuto su filo di fiato. Trionfale ovazione, senza lasciar tempo alla cabaletta Mais après un long orage di coronare il momento musicale. Impregna Dans un modeste asile di screziature evocative e larmoyante, capace di toccare nel profondo. Livermore isola ora i due amanti a palcoscenico chiuso dalla serranda lignea, lasciando alla sola musica di Rossini il compito d’esaltare questo stupendo momento. In Grand Dieu, calme ma peine–Rien ne peut me soustraire il soprano si impegna a rendere vitale il convenzionale cliché di eroina tragica mentre Mahomet gorgheggia senza passione. E si giunge allo straziante L’heure fatale approche…Juste ciel, ah! in cui dispiega la sua arte interpretativa per scaldare il cuore. Adrian Sâmpetrean disegna, secondo i dettami registici, un Mahomet di lucido cinismo, poco sensuale, che si fatica a credere amoroso. Lo stesso può dirsi del canto, risultato di una voce che non suona sempre omogenea, dagli acuti spesso schiacciati e senza un gran legato della frase. L’interprete è genericamente imperioso, tiranno spavaldo e ridanciano, senza allure d’eroico, quanto amoureux conquérant. In La gloire et la fortune è altisonante, ma senza grand’enfasi e imperio, come in Chef d’un peuple. Privi di squillo gli acuti in Idole de mon âme e perde possanza: la voce non “corre” più quando deve cantare dall’alto. Maxim Mironov è Néoclès, impegnato nell’ardua tessitura di haute-contre: ha perso smalto lo strumento vocale, non particolarmente affascinante, e la voce appare “corta” in scarsità di armonici. Interprete partecipe in Avançons… pur con suoni sbiancati, sostiene sempre al limite delle possibilità la tessitura e riesce a rendere la febbrile angoscia del fatale momento. Mostra la corda in Grand Dieu – De bords de l’abîme, faticando nelle riprese di fiato, non limpido nei passaggi di coloratura e mancando brillio negli acuti, ora senza squillo. Segue il terzetto Céleste providence! A cui la Berzhanskaya e Roma riescono a dare più risalto canoro del tenore. Matteo Roma si fa valere per l’ardente interpretazione del personaggio di Cléomène: dall’iniziale Guerriers, que la patrie all’imperioso La Grèce est libre encor con voce che smette di essere sonora quando la regia lo costringe a cantare “en haut”. Emerge nella fulminante maledizione a Pamyra. Simón Orfila Hiéros entra con potenza di voce, imprimendo marzialità e imperio all’inizio del terzetto La glaive homicide; voce non rifinitissima e affetta da leggere oscillazioni, ma statuario in scena come esatto contraltare dei blocchi marmorei. Ispiratamente enfatico (la voce suona potente anche dall’alto) nella stentorea predizione finale. Non esaltante la dizione francese, come del resto di quasi tutti gli altri interpreti. Anna-Doris Capitelli Ismène si disimpegna bene nell’aria L’hymen lui donne. Tianxuefei Sun Adraste si segnala per la voce sonora e piena, mentre Giuseppe De Luca è un mediocre Omar. Con Divine prophète il Coro del Teatro Ventidio Basso coglie la prima grande occasione e rende il momento sublime, che nessuna distrazione visiva di inani movimenti potrebbe tollerare. Ancora bene nel terzo atto, ma sempre elogiabile per il resto dell’opera. Il Maestro Carlo Rizzi era alla guida della scattante Orchestra del Teatro Comunale di Bologna. Fin dall’ingresso mostra le linee che caratterizzeranno la serata: lenta ed esangue la prima parte dell’overture, poi tempi ultrarapidi ma non fiammeggianti: alla lunga direzione priva di vero scavo, statica e senza gran mordente. Il regista Davide Livermore, alla sesta produzione per il ROF, firma anche le scene assieme a Eleonora Peronetti e Paolo Gep Cucco, i costumi sono di Gianluca Falaschi, tra pepli rivisitati e mise moderne. Il sipario ligneo si alza su mimi che corrono precipitosamente – a invalsa habitudo di sovrapporsi all’ouverture – ripetuta e invariata, nel corso dell’azione scenica, sul canto del Coro. Si aprono armadi, da cui cascano rovinosamente blocchi di rovine e “foto ricordo” di esagitati mimi. E proiezioni in quadro riquadrato su sfondi di interni regali e paesaggistici di Grecia dell’immaginario ottocentesco; non poteva mancare la presenza di cellulari e personaggi “in moderno”, contornati da immondizia e proiettato inquinamento marino di maniera, per stare al passo coi tempi di un allestimento engagè. E resti di rovine classiche e ponteggi e tendaggi plissettati, a sfondo di selfie di gruppo finale, e altre amenità molto dejà vu. Tableaux vivants per il monumentale finale. Luci immaginifiche di Nicolas Bovey. Coreografie datate e inconcludenti, pur gratificate da consensi. Festeggiatissima l’intera compagnia di canto e il Direttore, con punte di meritata ovazione per Vasilisa Berzhanskaya. Al Rossini Opera Festival, Auditorium Scavolini di Pesaro.
gF. Previtali Rosti

