Negli ultimi anni le neuroscienze del lutto hanno iniziato a indagare una domanda antica con strumenti nuovi: che cosa accade nel cervello quando muore una persona che ha occupato una posizione fondamentale nella nostra vita?
Ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Valentina Pelliccia, giornalista e professionista con formazione giuridica, da sempre interessata all’intersezione tra discipline differenti. Un interesse per la scienza ulteriormente alimentato dal progetto di un futuro libro con il fisico Luciano Pietronero, tra i maggiori studiosi italiani dei sistemi complessi, della fisica statistica e delle strutture cosmiche, fondatore dell’Istituto dei Sistemi Complessi del CNR e Premio Enrico Fermi.
Per Valentina Pelliccia il tema possiede anche una dimensione profondamente personale. Suo padre, il Prof. Andrea Pelliccia, fu neuropsichiatra infantile, ricercatore universitario alla Sapienza e specialista dell’epilessia. Si occupò, tra l’altro, delle epilessie farmacoresistenti e fu tra i ricercatori italiani che sperimentarono precocemente l’impiego del cannabidiolo in pazienti pediatrici affetti da forme resistenti ai trattamenti convenzionali.
Da una coincidenza meteorologica legata alla memoria del padre è nata una domanda. E dalla domanda, una ricerca.
Dottoressa Valentina Pelliccia, da dove nasce questa riflessione?
Il giorno in cui morì mio padre pioveva a dirotto. Da allora la pioggia possiede per me una fortissima valenza autobiografica. Qualche giorno fa, durante un momento estremamente difficile della mia vita, si è verificata un’insolita e violenta fase temporalesca nel pieno di agosto. La coincidenza mi ha colpita e mi sono domandata perché il mio cervello avesse immediatamente associato quell’evento a mio padre.
Non sostengo che mio padre abbia provocato un temporale o che esista un rapporto causale tra i due eventi. Non sarebbe scientificamente dimostrabile. La domanda interessante è un’altra: perché un evento sensoriale può riattivare con tanta potenza la rappresentazione di una persona morta?
Che cosa ha scoperto approfondendo la letteratura scientifica?
Che esiste un intero campo di ricerca. Uno dei concetti fondamentali è quello dei Continuing Bonds, cioè i legami che continuano dopo la morte.
Nigel P. Field e Charles Filanosky hanno studiato gli internalized continuing bonds, i legami interiorizzati. In uno studio condotto su 502 persone in lutto hanno distinto diverse modalità attraverso cui la rappresentazione della persona scomparsa continua a essere cognitivamente e affettivamente disponibile.
Uno dei concetti più interessanti è quello di secure base: la rappresentazione interiorizzata della persona amata può continuare a funzionare come una “base sicura”.
Quindi il cervello non cancella la persona quando quella persona muore?
Esattamente. La realtà esterna cambia improvvisamente, ma le reti neurali costruite durante anni o decenni di relazione non possono semplicemente scomparire.
Il cervello ha codificato una quantità enorme di informazioni su quella persona: volto, voce, lessico, valori, comportamenti, reazioni emotive, giudizi, abitudini, modalità relazionali.
John Bowlby, attraverso la Attachment Theory, aveva introdotto il concetto di internal working models, modelli operativi interni. Le figure fondamentali della nostra vita contribuiscono alla costruzione di rappresentazioni attraverso le quali prevediamo comportamenti, interpretiamo situazioni e regoliamo le nostre risposte.
È per questo che una persona può pensare: “So già cosa mi direbbe”?
È precisamente il fenomeno che mi ha incuriosita. Io non sento la voce di mio padre attraverso l’udito. Non esiste una voce esterna. A volte, però, “so” cosa mi direbbe prima ancora di avere terminato consapevolmente il ragionamento.
Dal punto di vista cognitivo è plausibile chiamare in causa memoria autobiografica, memoria semantica, cognizione implicita e predictive processing, cioè elaborazione predittiva.
Il cervello è una macchina predittiva. Non registra soltanto il passato: utilizza ciò che ha appreso per anticipare ciò che probabilmente accadrà.
Se abbiamo conosciuto profondamente qualcuno per decenni, possediamo un modello estremamente sofisticato delle sue probabili risposte. Molta di questa elaborazione avviene prima che ne diventiamo coscienti. Per questo il risultato può emergere come un’intuizione immediata: “Papà mi direbbe questo”.
Le neuroscienze contemporanee come interpretano il lutto?
Mary Frances O’Connor e Saren Seeley hanno proposto un modello particolarmente interessante: grieving as a form of learning, il lutto come forma di apprendimento.
Il cervello deve risolvere un conflitto formidabile. Da una parte possiede un modello costruito attraverso migliaia di interazioni secondo il quale quella persona esiste ed è disponibile. Dall’altra riceve una nuova informazione irreversibile: quella persona non tornerà.
Il lutto comporta quindi anche un aggiornamento delle predizioni.
Una recente linea neuroscientifica parla proprio della ricostruzione delle person networks, le reti neurali attraverso cui rappresentiamo le persone. Il cervello deve riconfigurare la rappresentazione dell’altro in risposta alla sua assenza.
Esistono anche sensazioni di presenza della persona scomparsa?
Sì. Kamp, Steffen, Alderson Day, Woods, Ratcliffe e altri studiosi hanno analizzato le Sensory and Quasi Sensory Experiences of the Deceased, cioè esperienze sensoriali e quasi sensoriali associate alla persona morta.
La letteratura comprende fenomeni molto diversi, tra cui il sense of presence, la sensazione della presenza del defunto. Un punto importante è che esperienze di questo genere possono verificarsi durante il lutto e non costituiscono automaticamente una condizione patologica.
Nel mio caso, tuttavia, trovo più pertinente il concetto di continuing bond interiorizzato, perché non descrivo una percezione acustica o visiva. Descrivo una conoscenza interna della persona talmente consolidata da poterne anticipare pensieri e risposte.
Questo fenomeno riguarda persone particolarmente intelligenti o particolarmente sensibili?
È una domanda che mi sono posta anch’io, ma qui bisogna distinguere l’intuizione personale dall’evidenza scientifica.
Non esistono dati sufficienti per sostenere che i Continuing Bonds siano prerogativa delle persone con intelligenza superiore. Sarebbe scientificamente scorretto affermarlo.
Le variabili più interessanti riguardano invece la qualità e la centralità della relazione, la closeness, cioè la vicinanza affettiva, la storia condivisa, l’attaccamento, la salienza emotiva e il significato autobiografico della persona perduta.
Sensibilità, capacità introspettiva e attenzione ai propri stati mentali possono certamente influenzare il modo in cui una persona riconosce e racconta un’esperienza interiore, ma questo è diverso dall’affermare che il fenomeno appartenga soltanto alle persone molto intelligenti.
E la pioggia? Può esistere scientificamente un collegamento con suo padre?
Qui occorre essere rigorosi. Non abbiamo evidenze scientifiche che una persona morta possa determinare un temporale, un fulmine o qualsiasi altro fenomeno meteorologico.
Esiste però un meccanismo neurocognitivo estremamente potente: la memoria associativa.
Se un evento traumaticamente o emotivamente fondamentale è avvenuto mentre pioveva, la pioggia può diventare un retrieval cue, un indizio di recupero. Lo stimolo sensoriale riattiva una rete autobiografica nella quale sono codificati la persona, l’evento, le emozioni e il contesto.
Il cielo che piove può quindi diventare, nella rappresentazione individuale, inseparabile dalla memoria di quella persona.
La coincidenza rimane una coincidenza dal punto di vista causale. Il suo significato autobiografico, invece, è reale.
È forse questo l’aspetto più sorprendente delle neuroscienze del lutto?
Per me sì. Non abbiamo bisogno di trasformare un fenomeno in qualcosa di soprannaturale per riconoscerne la straordinarietà.
La scienza non dimostra che mio padre mi parli dall’aldilà. Dimostra qualcosa di diverso e, per certi versi, altrettanto potente: una persona profondamente amata può continuare a essere rappresentata nei sistemi cognitivi e affettivi di chi resta.
Anni di relazione modificano memoria, predizioni, schemi affettivi e identità. Quando quella persona muore, la sua presenza fisica termina. La rappresentazione costruita dal cervello, invece, deve essere progressivamente aggiornata e può continuare a partecipare alla nostra vita mentale.
È questo il punto che trovo scientificamente straordinario.
La morte interrompe una presenza fisica. Non può cancellare retroattivamente ciò che una relazione ha costruito nel cervello.
Carlo Altamura

