Valentina Pelliccia e il pregiudizio mediatico: come difendere la libertà di giudizio

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Reputazione, bias cognitivi e influenza informativa: quando conosciamo prima la narrazione e soltanto dopo la persona

Prima di giudicare una persona bisognerebbe conoscerne i fatti. Sembra un principio elementare. Nell’ecosistema informativo contemporaneo, invece, accade sempre più spesso il contrario: incontriamo prima una rappresentazione e soltanto dopo, forse, la persona alla quale quella rappresentazione si riferisce.

È da questa frattura tra identità e racconto pubblico che prende avvio la nostra conversazione con la dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista e communication expert. Negli ultimi mesi sono circolate sul suo conto informazioni non corrispondenti alla realtà dei fatti, capaci di restituire un’immagine totalmente falsa e distante dalla sua identità, dai suoi valori e dal percorso umano e professionale costruito negli anni. Un’esperienza che l’ha colpita professionalmente, ma prima ancora come donna, e che Valentina Pelliccia ha scelto di trasformare in una domanda di carattere più generale: quanto del nostro giudizio appartiene realmente a noi e quanto, invece, è già stato orientato dal modo in cui qualcuno ci ha presentato una persona, un fatto o un problema?

Non è un invito a diffidare dei media. È una questione più sofisticata: imparare a distinguere informazione, rappresentazione e conoscenza.

Dottoressa Valentina Pelliccia, partiamo dal suo caso. Che cosa accade quando si vede circolare un’immagine di sé che non corrisponde alla realtà?

«Accade qualcosa di molto difficile da spiegare finché non lo si sperimenta. Leggi il tuo nome, ma non riconosci la donna descritta attraverso quel nome. Per chi ha costruito negli anni una reputazione professionale attraverso studio, lavoro e serietà, la dimensione reputazionale è certamente importante. Ma esiste qualcosa che viene prima: la dignità personale. Essere rappresentata in maniera profondamente distante dai propri valori ferisce la professionista, ma ferisce soprattutto la donna. Da questa esperienza ho ricavato però una convinzione: non voglio rispondere a una rappresentazione che considero falsa costruendo una contro-narrazione altrettanto emotiva. Preferisco studiare il meccanismo attraverso cui una rappresentazione può precedere la conoscenza.»

È questo che potremmo definire “pregiudizio mediatico”?

«Sì, purché utilizziamo l’espressione correttamente. Il praeiudicium, etimologicamente, è un giudizio formulato prima. Trasportato nell’ambiente mediatico, descrive bene una situazione nella quale conosciamo qualcuno attraverso una rappresentazione precedente all’esperienza diretta o alla verifica completa dei fatti. Il problema non è avere una prima impressione: è inevitabile. Il problema nasce quando dimentichiamo che si tratta soltanto di una prima impressione e la trasformiamo in una verità sulla persona.»

Perché una prima rappresentazione può diventare così difficile da modificare?

«Perché la mente umana non registra passivamente informazioni: le organizza attraverso schemi. Uno dei fenomeni più studiati è il confirmation bias, bias di conferma, cioè la tendenza a prestare maggiore attenzione o attribuire maggiore peso alle informazioni coerenti con convinzioni già formate. In termini semplici: una volta che abbiamo costruito un’idea di qualcuno, rischiamo di leggere anche ciò che accade successivamente attraverso quella lente.»

Quindi il cervello tende a proteggere ciò che già crede?

«In determinate condizioni sì, ma bisogna evitare assolutismi. Un bias è una tendenza cognitiva, non una condanna. Possiamo correggerci, cambiare opinione, verificare. È proprio questa possibilità che rende importante il pensiero critico. Se fossimo completamente determinati dai nostri bias, educazione e giornalismo sarebbero inutili. Invece possiamo imparare a riconoscerli.»

Quale ruolo svolge la negatività nella costruzione di una reputazione?

«Qui incontriamo il negativity bias, bias di negatività. In numerosi contesti gli stimoli negativi possiedono una capacità di incidere psicologicamente superiore a quella di stimoli positivi comparabili. Una notizia negativa, un’accusa o uno scandalo possono quindi acquisire una salienza straordinaria. In termini semplici: dieci informazioni positive non necessariamente cancellano l’impronta lasciata da una sola informazione negativa particolarmente forte.»

E se quell’informazione viene ripetuta?

«Entra in gioco un altro fenomeno, l’illusory truth effect, effetto di verità illusoria. In determinate condizioni, la ripetizione può aumentare la plausibilità percepita di un’affermazione perché ne aumenta la familiarità. È collegabile alla processing fluency, fluidità di elaborazione: ciò che abbiamo già incontrato viene elaborato più facilmente. Ma attenzione: familiarità e verità sono due categorie completamente diverse. Repetita iuvant, certamente, ma la reiterazione non costituisce una prova.»

Può spiegarlo ancora più semplicemente?

«Se cento persone ripetono la stessa informazione derivata dalla medesima fonte, non possediamo cento fonti. Possediamo una fonte amplificata cento volte. Questa distinzione, nell’epoca dei social network, è fondamentale.»

È qui che informazione e reputazione digitale diventano particolarmente delicate?

«Esattamente. Oggi una rappresentazione non scompare con l’edizione del giornale del giorno successivo. Rimane indicizzata, viene condivisa, duplicata, sintetizzata, commentata e potenzialmente riproposta dai motori di ricerca. Si crea quella che potremmo chiamare digital persistence, persistenza digitale. La memoria pubblica non è più soltanto umana: è anche infrastrutturale. Questo aumenta enormemente la responsabilità di chi associa un’informazione al nome di una persona.»

La prima difesa, allora, è ascoltare la persona interessata?

«È certamente una delle prime. Audiatur et altera pars: sia ascoltata anche l’altra parte. È un principio profondamente radicato nella cultura giuridica, ma possiede anche un valore epistemologico, cioè relativo al modo in cui costruiamo conoscenza. Se conosco soltanto una versione, conosco una versione. Potrà rivelarsi perfettamente corretta, ma devo sapere che il mio patrimonio informativo è ancora incompleto.»

Questo significa che dobbiamo dubitare dei giornali?

«No. Significa che dobbiamo imparare a leggerli. È molto diverso. Sostituire la fiducia cieca nei media con la convinzione che i media mentano sempre sarebbe soltanto il passaggio da una credulità a un’altra. Il pensiero critico non consiste nel credere al contrario di ciò che ci viene detto. Consiste nel chiedere quali siano le prove.»

Vale anche per chi si definisce “informazione indipendente”?

«Naturalmente. Nessuna etichetta attribuisce automaticamente verità. Una fonte istituzionale può sbagliare. Un grande giornale può sbagliare. Un giornalista indipendente può sbagliare. Un contenuto virale può essere corretto oppure completamente falso. Il criterio non dovrebbe essere “chi appartiene al mio mondo?”, ma “quali elementi porta a sostegno di ciò che afferma?”. Questa è una forma di igiene epistemica.»

Igiene epistemica è un’espressione molto interessante. Che cosa significa?

«Significa adottare buone pratiche nella formazione delle nostre convinzioni. In termini semplici: curare ciò che entra nella nostra mente così come curiamo ciò che entra nel nostro corpo. Verificare la provenienza di un’informazione, distinguere una fonte primaria da una sua interpretazione, controllare una data, cercare conferme indipendenti, separare un fatto da un commento e riconoscere quando semplicemente non disponiamo di elementi sufficienti per concludere.»

Perché, però, spesso giudichiamo prima di verificare?

«Perché verificare costa cognitivamente. Daniel Kahneman ha reso celebre la distinzione tra processi mentali rapidi, intuitivi e automatici e processi più lenti e deliberativi. Non dobbiamo trasformarla in una caricatura neuroscientifica, ma l’intuizione è potente: reagire è più facile che analizzare. Un titolo richiede pochi secondi. Ricostruire una vicenda può richiedere ore. La comunicazione contemporanea vive anche dentro questa asimmetria.»

È per questo che emozione e indignazione funzionano così bene?

«Sono potenti acceleratori dell’attenzione. Paura, rabbia, indignazione e sorpresa aumentano la salienza di un contenuto. Ma il fatto che qualcosa ci emozioni non ci dice nulla sulla sua verità. Questa è una distinzione essenziale: l’intensità della nostra reazione non misura la qualità dell’evidenza.»

Possiamo essere condizionati anche senza rendercene conto?

«Certamente possiamo essere influenzati senza riconoscere pienamente tutte le variabili che incidono sulle nostre decisioni. Preferisco però il termine behavioral influence, influenza comportamentale, alle formule come “controllo mentale”. Il comportamento umano è probabilistico e complesso. Una comunicazione può aumentare la probabilità che guardiamo, ricordiamo o scegliamo qualcosa; non significa che possa programmarci come automi.»

Questa influenza esisteva già prima dei social network?

«Da sempre. Pensiamo alla pubblicità televisiva. Ripetizione, musica, immagini, testimonial, associazioni emotive e riconoscibilità costruiscono familiarità. Il mere exposure effect, effetto della semplice esposizione, descrive proprio come la ripetuta familiarità con uno stimolo possa, in determinate condizioni, aumentare una predisposizione favorevole nei suoi confronti. Non significa “vedo e compro”. Significa che ciò che conosco può risultare cognitivamente meno estraneo di ciò che non conosco.»

E al supermercato? Anche la disposizione dei prodotti può influenzarci?

«Certamente. È la choice architecture, architettura della scelta: il contesto nel quale decidiamo non è neutrale. Posizione, visibilità, promozioni, packaging, percorso e disposizione delle alternative possono modificare le probabilità di scelta. Anche Massimiliano Dona ha svolto un importante lavoro divulgativo sui comportamenti dei consumatori e sulle strategie utilizzate negli ambienti commerciali. Non significa che il supermercato ci manipoli occultamente: significa semplicemente che è uno spazio progettato per vendere e che un consumatore consapevole dovrebbe conoscere le logiche dell’ambiente nel quale decide.»

Quindi il marketing è manipolazione?

«No. Sarebbe una semplificazione profondamente sbagliata. Il marketing identifica bisogni, costruisce valore, comunica e compete. La persuasione è una componente fisiologica della società. Il problema etico nasce quando vengono sfruttate vulnerabilità, occultate informazioni rilevanti o progettate deliberatamente condizioni capaci di compromettere l’autonomia effettiva del destinatario. Bisogna distinguere persuasione, influenza e manipolazione. Utilizzare le tre parole come sinonimi significa perdere precisione.»

Qual è allora la migliore difesa?

«La metacognition, metacognizione: imparare a osservare il modo in cui stiamo pensando. Se qualcosa mi provoca immediatamente rabbia, devo chiedermi perché. Se conferma perfettamente tutto ciò che già penso, devo cercare deliberatamente la migliore argomentazione contraria. Se un’informazione compare ovunque, devo verificare se provenga davvero da molte fonti indipendenti. È una forma di cognitive self-defense, autodifesa cognitiva.»

E quando riguarda una persona?

«Aggiungerei una regola ancora più semplice: non riducete mai un essere umano al titolo attraverso cui lo avete conosciuto. Cercate la cronologia, ascoltate le diverse parti, distinguete fatti, opinioni e insinuazioni. E conservate sempre la possibilità di cambiare idea. Una società incapace di correggere un giudizio diventa una società nella quale la reputazione può trasformarsi in una sentenza senza processo.»

La sua esperienza personale ha cambiato il suo modo di intendere il giornalismo?

«Lo ha reso ancora più rigoroso. So cosa significa leggere di sé e non riconoscersi nella persona rappresentata. Proprio per questo non voglio utilizzare il dolore per costruire certezze che non posso dimostrare. Il giornalismo che considero autenticamente indipendente non parte dalla conclusione. Parte dalla domanda.»

Qual è, secondo lei, la vera capacità di un grande giornalista?

«Studiare. Capire chi ne sa più di noi e avere l’umiltà di ascoltarlo. Leggere, verificare, confrontare discipline diverse e soltanto dopo provare a raccontare. Ma il passaggio più difficile viene alla fine: tradurre la complessità senza tradirla. Se conosco un termine tecnico ma non sono capace di spiegarlo a una persona che non lo ha mai studiato, forse non l’ho ancora compreso abbastanza.»

Quindi la cultura non dovrebbe servire a mostrare quanto sappiamo?

«Esattamente. Dovrebbe servire a far capire meglio gli altri. Il tecnicismo senza spiegazione rischia di diventare esibizione; la semplificazione senza rigore diventa banalizzazione. Tra questi due estremi esiste la divulgazione di qualità. È lì che vorrei collocare il mio lavoro.»

Qual è, infine, il suo pensiero dopo quello che ha vissuto?

«Che conoscere è un atto di responsabilità. Non possiamo impedire che qualcuno tenti di persuaderci, né sarebbe auspicabile una società priva di persuasione. Possiamo però decidere quanto facilmente consegnare ad altri il nostro giudizio. Non voglio che chi mi legge creda a me perché sono Valentina Pelliccia. Voglio che verifichi ciò che dico. Se riesco a fornire strumenti che permettono a una persona di formulare un pensiero più autonomo, allora credo di avere fatto il mio mestiere.»

Una frase conclusiva?

«Prima di giudicare una persona, conoscetene i fatti. Prima di credere a una notizia, cercatene la fonte. Prima di condividere un’indignazione, verificate che sia fondata. E quando le prove cambiano, abbiate il coraggio intellettuale di cambiare idea. Il dubbio non è debolezza: diventa intelligenza soltanto quando rimane disposto ad arrendersi all’evidenza.»

La riflessione della dottoressa Valentina Pelliccia conduce così a una conclusione apparentemente semplice, ma decisiva nell’ecosistema contemporaneo dell’informazione: il contrario della manipolazione non è la diffidenza. È il metodo.

Non credere automaticamente. Non diffidare automaticamente. Verificare.

Perché il vero antidoto al pregiudizio mediatico non consiste nell’avere meno fiducia negli altri, ma nell’acquisire maggiore consapevolezza dei processi attraverso cui costruiamo i nostri giudizi.

E forse la libertà intellettuale comincia precisamente nel momento in cui comprendiamo che una narrazione può raccontare una persona, ma non ha il diritto di sostituirsi alla persona stessa.

Carlo Altamura

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