Valentina Pelliccia risponde: chi decide la realtà che vediamo?

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Informazione, reputazione e potere narrativo: quando il fatto viene sostituito dalla sua rappresentazione

Abbiamo voluto incontrare nuovamente la dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista e communication expert, partendo questa volta non da una teoria, ma da un’esperienza che ha inciso profondamente sulla sua vita personale e professionale. Negli ultimi mesi il suo nome è stato coinvolto in una narrazione mediatica contenente informazioni e ricostruzioni che non corrispondono alla realtà dei fatti e che hanno fornito di lei un’immagine totalmente falsa e distante dalla sua identità, dai suoi valori e dal percorso umano e professionale costruito negli anni. Una rappresentazione che l’ha ferita non soltanto come professionista, ma soprattutto come donna. Non è questa la sede per ricostruire responsabilità, motivazioni o circostanze che appartengono ad altri ambiti. Quell’esperienza, tuttavia, solleva una questione che supera il singolo caso: che cosa accade quando tra una persona e l’opinione pubblica si interpone una narrazione capace di diventare più visibile della persona stessa?

Dottoressa Pelliccia, che cosa significa vedere il proprio nome associato a un’immagine che non ci appartiene?

«È difficile spiegarlo finché non accade. Esiste certamente un danno professionale: per chi lavora nel giornalismo e nella comunicazione la reputazione è un capitale immateriale costruito attraverso anni di studio, lavoro, relazioni e credibilità. Ma c’è qualcosa che viene prima. Sono una professionista, ma sono innanzitutto una donna e una persona con valori molto precisi. Quando viene costruita pubblicamente un’immagine che non corrisponde a ciò che sei, la ferita investe l’identità. Vedere il proprio nome e non riconoscere la donna descritta accanto a quel nome produce una forma particolare di estraneazione. Ed è proprio da questa esperienza che ho iniziato a interrogarmi ancora più profondamente sul rapporto tra informazione, reputazione e potere narrativo.»

Una narrazione può davvero diventare più potente dei fatti?

«Non può modificare ciò che è realmente accaduto, ma può modificare la sua percezione sociale. È una distinzione fondamentale. Nell’ecosistema digitale esiste una fortissima asymmetry of amplification, cioè un’asimmetria dell’amplificazione: una determinata rappresentazione può raggiungere centinaia di migliaia di persone in poche ore, mentre la sua correzione può raggiungerne una frazione. È uno dei paradossi della reputazione contemporanea: una reputazione richiede anni per essere costruita, mentre una rappresentazione deformata può propagarsi in pochi minuti.»

È da questo meccanismo che nasce quella che lei chiama “fabbrica della notizia”?

«Sì, ma dobbiamo intenderla correttamente. Non immagino una fabbrica con un unico regista che impartisce ordini. Parlo di un processo sistemico. Ogni giorno accadono milioni di fatti e soltanto una minima parte diventa informazione pubblica. Prima ancora di raccontare la realtà bisogna quindi selezionarla. Qui interviene il gatekeeping, letteralmente la funzione di chi presidia il cancello dell’informazione: stabilire che cosa entra nello spazio pubblico e che cosa ne rimane fuori. Un tempo questo potere apparteneva prevalentemente alle redazioni. Oggi è distribuito tra giornalisti, editori, piattaforme digitali, motori di ricerca, sistemi di raccomandazione e algoritmi.»

Quindi il potere non consiste necessariamente nel nascondere una notizia?

«Esattamente. Questo è uno dei passaggi più interessanti. Nel Novecento associavamo la censura soprattutto alla sottrazione: vietare, sequestrare, eliminare. Nell’ecosistema contemporaneo esiste una forma molto più sottile di governo della visibilità. Non devo necessariamente cancellare una voce: posso renderla irrilevante sommergendola sotto migliaia di altre. È ciò che potremmo definire visibility governance, governo della visibilità. Il problema non è più soltanto chi può parlare, ma chi riesce a essere ascoltato.»

Come si passa, concretamente, dal fatto alla sua rappresentazione?

«Attraverso diversi livelli. Il primo è il gatekeeping: scelgo ciò che diventerà notizia. Il secondo è l’agenda-setting: attraverso la frequenza e la rilevanza attribuita a determinati argomenti contribuisco a stabilire ciò che il pubblico percepirà come importante. Poi interviene il framing, cioè la cornice interpretativa. Uno stesso avvenimento può essere presentato come errore, scandalo, crisi, incidente o minaccia. Il fatto può persino rimanere identico, mentre cambia radicalmente il significato che il pubblico gli attribuisce. È questo il punto fondamentale: la manipolazione più sofisticata non necessita sempre di inventare un fatto; talvolta le basta governarne il significato.»

È possibile, dunque, manipolare anche utilizzando informazioni vere?

«Certamente. Ed è probabilmente la forma più difficile da riconoscere. Posso selezionare cinque elementi veri omettendone altri cinque indispensabili per comprenderli. Posso utilizzare un titolo semanticamente più aggressivo del contenuto dell’articolo. Posso scegliere una fotografia capace di suggerire implicitamente una determinata interpretazione. Posso reiterare un elemento marginale finché diventa centrale e relegarne un altro decisivo in poche righe. Possiamo parlare di selection, salience and omission: selezione, salienza e omissione. Per questo il fact-checking dovrebbe andare oltre la semplice domanda “è vero?”. Bisognerebbe chiedersi anche: è completo? È contestualizzato? È proporzionato?»

Ma quando possiamo parlare propriamente di manipolazione e quando semplicemente di una scelta editoriale?

«È una distinzione essenziale. Selezionare è inevitabile: nessun giornale può raccontare tutto. Il giornalismo possiede inoltre una propria linea editoriale, che è perfettamente legittima. La manipolazione implica qualcosa di diverso: un uso intenzionalmente distorsivo degli strumenti della comunicazione finalizzato a orientare la percezione del destinatario. Non possiamo però presumere l’intenzione. Acta exteriora indicant interiora secreta, gli atti esteriori possono offrire elementi per comprendere ciò che non vediamo, ma sul piano giornalistico e giuridico occorrono prove. È importante non trasformare l’analisi critica dell’informazione in una teoria secondo cui tutto sarebbe manipolazione.»

Marcello Foa ha parlato degli “stregoni della notizia”. Esistono davvero?

«Foa utilizza una metafora molto efficace per interrogarsi sui professionisti e sui meccanismi capaci di orientare la costruzione della notizia. Conosco Marcello e nutro nei suoi confronti una profonda stima professionale. Alcune sue letture mi hanno aiutata anche in un momento personalmente complesso. Ma il fenomeno è stato studiato da prospettive molto diverse. Walter Lippmann ragionava sulla formazione dell’opinione pubblica già un secolo fa; Jacques Ellul ha analizzato sistematicamente la propaganda; Erving Goffman ci ha fornito strumenti fondamentali per comprendere le cornici interpretative; Robert Entman ha sviluppato il concetto di framing nella comunicazione politica. Oggi dobbiamo aggiungere piattaforme, algoritmi, influencer, bot e intelligenza artificiale. Non serve immaginare un burattinaio onnipotente. È molto più interessante studiare un ecosistema complesso nel quale interessi politici, economici, editoriali e tecnologici possono convergere, competere e amplificarsi reciprocamente.»

E lo spin doctor? È davvero una sorta di manipolatore professionale?

«Non necessariamente. Lo spin doctor è un professionista della comunicazione strategica incaricato di orientare l’interpretazione pubblica di un evento, di una decisione o di una crisi. Spin significa imprimere metaforicamente una particolare rotazione al racconto. Governi, istituzioni e imprese hanno legittimamente bisogno di comunicare. Il confine problematico viene attraversato quando la comunicazione strategica diventa opaca, quando propaganda e informazione diventano difficili da distinguere o quando il destinatario non dispone degli strumenti necessari per comprendere chi stia costruendo il messaggio e nell’interesse di chi.»

Perché una versione ripetuta molte volte finisce spesso per sembrarci più credibile?

«La psicologia cognitiva conosce l’illusory truth effect, l’effetto di verità illusoria. La ripetizione aumenta la familiarità cognitiva e la familiarità può influenzare la percezione di plausibilità. Il cervello utilizza continuamente euristiche, cioè scorciatoie mentali, perché verificare analiticamente ogni informazione sarebbe impossibile. Il vecchio repetita iuvant assume quindi nell’ecosistema mediatico un significato ulteriore: la reiterazione non dimostra la verità di un’affermazione, ma può aumentarne la familiarità. Ed è fondamentale ricordare che familiarità e verità sono due categorie completamente differenti.»

Lei ritiene di sapere perché sia accaduto ciò che ha vissuto?

«Ho le mie riflessioni, naturalmente, ma esiste una linea che non voglio oltrepassare. Ciò che posso dimostrare appartiene ai fatti; ciò che non posso ancora dimostrare rimane nel territorio delle ipotesi. Non intendo attribuire pubblicamente intenzioni o responsabilità senza elementi sufficienti. Se vi saranno aspetti che richiedono approfondimenti, saranno affrontati nelle sedi appropriate. Paradossalmente, proprio perché ho sperimentato quanto possa ferire una rappresentazione non corrispondente alla realtà, sento ancora più forte il dovere di non costruire a mia volta rappresentazioni arbitrarie degli altri.»

Non è difficile mantenere questa lucidità quando ci si sente profondamente feriti?

«Molto. Ma la prudenza non è debolezza e la fermezza non richiede aggressività. Posso difendere il mio nome, la mia professionalità, la mia identità e soprattutto la mia dignità di donna senza trasformare il dolore in un’accusa indiscriminata. Anzi, credo che questa sia una questione profondamente valoriale. Essere stati feriti non concede il diritto di ferire ingiustamente qualcun altro. La ricerca della verità perde ogni significato nel momento in cui pretendiamo che coincida necessariamente con ciò che vorremmo fosse vero.»

Qual è allora il vero potere dei media contemporanei?

«Credo che stiamo progressivamente passando dall’economia dell’informazione all’economia della percezione. L’informazione non è più scarsa: ne siamo sommersi. La risorsa scarsa è l’attenzione. Per questo il potere non consiste soltanto nel possedere un’informazione, ma nella capacità di renderla visibile, attribuirle una cornice, farla circolare e mantenerla sufficientemente a lungo nello spazio cognitivo collettivo. In altre parole, la grande competizione contemporanea non riguarda soltanto ciò che sappiamo. Riguarda ciò a cui prestiamo attenzione mentre crediamo di avere scelto autonomamente di farlo.»

L’intelligenza artificiale renderà tutto questo ancora più complesso?

«Enormemente. L’AI abbassa il costo marginale della produzione di contenuti e rende possibile generarne e personalizzarne quantità prima impensabili. Ma sarebbe semplicistico considerarla soltanto una minaccia. Può diventare anche uno straordinario strumento di verifica, confronto delle fonti, ricostruzione cronologica e analisi delle incongruenze. Il problema non è “uomo contro macchina”. La questione decisiva riguarda la governance dei sistemi che mediano la conoscenza. La domanda politica del futuro potrebbe essere una domanda epistemologica: chi governa ciò che possiamo conoscere e attraverso quali criteri decide ciò che vedremo?»

Dopo ciò che ha vissuto, crede ancora nel giornalismo?

«Sì. Forse persino più di prima. Proprio perché conosco la violenza che può avere una rappresentazione pubblica quando non corrisponde alla persona che la subisce, considero ancora più prezioso il giornalismo che verifica, ascolta, contestualizza e riconosce la complessità. Non desidero una stampa addomesticata e non credo che le persone debbano essere protette dalle notizie scomode. Al contrario: voglio una stampa radicalmente libera. Ma la libertà della stampa raggiunge la sua massima autorevolezza quando incontra rigore, contraddittorio, accuratezza e responsabilità.»

Se dovesse lasciare al lettore una sola domanda da formulare davanti a una notizia, quale sarebbe?

«Non chiederei soltanto: “È vera?”. Chiederei: perché proprio questa notizia è davanti ai miei occhi? Chi l’ha selezionata? Perché adesso? Attraverso quale cornice viene raccontata? Quali fonti sono presenti e quali mancano? Che cosa vedrei se cambiassi punto di osservazione? La libertà cognitiva comincia forse proprio qui: quando smettiamo di confondere il mondo con la rappresentazione del mondo che qualcuno, inevitabilmente, ci sta offrendo.»

La vicenda personale di Valentina Pelliccia diventa così il punto di partenza, non il centro, di una questione assai più vasta. Nell’epoca degli archivi digitali permanenti, dei motori di ricerca e delle piattaforme algoritmiche, una narrazione non si limita più a raccontare temporaneamente una persona: può accompagnarne il nome, sedimentarsi nella memoria digitale e concorrere alla costruzione della sua identità pubblica. Per questo la domanda decisiva non riguarda soltanto chi possieda il diritto di parlare. Riguarda chi possieda il potere di rendere una determinata rappresentazione della realtà più visibile, più persistente e, infine, più credibile della realtà stessa.

Carlo Altamura

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