Valentina Pelliccia: “La coppia non piace a nessuno, nemmeno a Dio”. Saccu, i triangoli dell’amore e quello che non capiamo del tradimento

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Abbiamo voluto intervistare nuovamente la giornalista Valentina Pelliccia, già più volte presente sulle nostre pagine, affrontando con lei un tema privato soltanto in apparenza: perché è così difficile costruire e, soprattutto, conservare una coppia?
Il punto di partenza è anche biografico.
Valentina Pelliccia è stata figlia del professor Andrea Pelliccia, scienziato, neuropsichiatra infantile della Sapienza, responsabile dell’Unità operativa di Neuropsichiatria dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma e studioso dell’epilessia, che si interessò precocemente anche agli impieghi terapeutici dei cannabinoidi in ambito neurologico.
È attraverso questo ambiente medico e scientifico che Valentina Pelliccia ha conosciuto il professor Carmine Saccu, neuropsichiatra infantile, psicoterapeuta familiare, già docente alla Sapienza e figura storica della terapia familiare sistemica italiana, caro amico del padre Andrea.
Da alcune recenti conversazioni con Saccu, unite ai ricordi della frequentazione familiare, nasce questa intervista.

Il punto di partenza è una provocazione utilizzata pubblicamente dallo stesso Saccu: «La coppia non piace a nessuno. Nemmeno a Dio». Una frase ironica dietro la quale si nasconde una questione serissima: che cosa accade quando due individui decidono di diventare un “noi”?

D. Valentina Pelliccia, perché la coppia, secondo la provocazione di Carmine Saccu, non piacerebbe addirittura a Dio?

«Saccu utilizza Adamo ed Eva come metafora. Quando due persone formano una coppia costruiscono una relazione privilegiata: due vertici si avvicinano e un terzo rimane relativamente più distante. Nella sua rappresentazione persino Dio diventa simbolicamente il terzo rispetto alla nuova diade. Naturalmente non è teologia. Io leggo questa immagine come una rappresentazione molto efficace di un principio relazionale: quando nasce un “noi”, nasce anche un confine fra quel “noi” e il resto del mondo.»

D. Ed è qui che compare il famoso “terzo”?

«Sì, ma il terzo non è necessariamente un nemico e tantomeno necessariamente un amante. Murray Bowen ha mostrato, attraverso un proprio modello teorico, come una relazione sottoposta a tensione possa coinvolgere una terza persona. Il terzo può contribuire a stabilizzare temporaneamente il sistema senza risolverne il problema. Pensiamo a due coniugi che non riescono più a comunicare e a un figlio che diventa progressivamente il confidente di uno dei due. Il conflitto non scompare: cambia geometria.»

D. Il figlio rischia quindi di entrare nello spazio della coppia?

«Può essere coinvolto in una funzione che non dovrebbe appartenergli. Non direi mai che “un figlio divide i genitori”. Sono gli adulti che possono collocarlo, spesso inconsapevolmente, dentro le proprie tensioni. Può diventare alleato, confidente, consolatore, mediatore. Il problema non è la vicinanza affettiva fra genitore e figlio, che è naturale. Il problema è quando il figlio comincia a svolgere un lavoro emotivo che dovrebbe rimanere fra gli adulti.»

D. È qui che la coppia coniugale rischia di scomparire dentro quella genitoriale?

«Esattamente. Si può essere una squadra genitoriale molto efficiente e avere smesso di essere una coppia. Si parla dei figli, della scuola, delle spese, delle vacanze, delle incombenze quotidiane, ma scompare progressivamente lo spazio affettivo, erotico e privato dei due partner. Non è necessario arrivare alla separazione perché una coppia abbia già modificato profondamente la propria natura.»

D. Saccu sostiene anche che non possiamo comprendere una coppia osservando soltanto i due partner.

«Questo è un passaggio documentato nel suo lavoro. Nella conversazione scientifica pubblicata nel 2023 sull’“Australian and New Zealand Journal of Family Therapy”, Saccu sottolinea la necessità di considerare anche la generazione precedente e quella successiva. È un’intuizione fondamentale: due persone non arrivano mai veramente sole in una relazione. Portano con sé famiglie d’origine, modelli affettivi, memorie, aspettative; davanti possono esserci i figli. La coppia è composta da due persone, ma vive dentro una storia almeno trigenerazionale.»

D. E quanto pesano le famiglie d’origine?

«Dipende dalla qualità dei confini. Salvador Minuchin ci ha insegnato a distinguere i sottosistemi familiari e a osservare quanto siano permeabili i loro confini. Ivan Boszormenyi-Nagy e Geraldine Spark hanno invece approfondito le “lealtà invisibili”: debiti affettivi, aspettative e appartenenze che possono attraversare le generazioni senza essere mai dichiarati apertamente. Possiamo avere quarant’anni, vivere da soli ed essere ancora psicologicamente impegnati a ottenere l’approvazione di nostra madre o di nostro padre.»

D. Quindi che cosa significa realmente svincolarsi?

«Non significa abbandonare. Significa potersi separare senza dover distruggere il legame. Posso scegliere diversamente da mia madre senza sentirmi una figlia cattiva? Posso costruire una relazione senza che la mia famiglia percepisca il partner come qualcuno che mi ha portato via? Posso permettere a mio figlio di diventare adulto senza considerare la sua autonomia un’ingratitudine? Questo, per me, è il punto.»

D. Bowen lo chiamerebbe differenziazione del Sé.

«Sì. Essere differenziati non significa essere freddi o autosufficienti. Significa poter essere emotivamente legati agli altri senza perdere la propria individualità. Per questo la domanda che trovo più importante è: possiamo avvicinarci e allontanarci dalle persone che amiamo senza interpretare necessariamente la distanza come abbandono? Una persona può vivere a mille chilometri dalla famiglia ed esserne ancora psicologicamente dipendente; un’altra può vivere molto vicino ai genitori ed essere perfettamente autonoma. La distanza geografica non misura la libertà psichica.»

D. Arriviamo al tradimento. Lei ricorda una riflessione di Saccu sulla fragilità della coppia.

«Qui voglio distinguere accuratamente ciò che è pubblicato da ciò che appartiene alle nostre conversazioni. Ricordo un ragionamento sulla possibilità che un elemento esterno trovi accesso attraverso un punto di particolare vulnerabilità. Non avendo rintracciato questa precisa formulazione nei suoi scritti, non la presento come una teoria scientifica di Saccu. La mia interpretazione è questa: “fragile” non significa necessariamente debole. Può essere il punto nel quale, in un determinato momento, una persona o la relazione sono più vulnerabili: solitudine, bisogno di conferma, crisi identitaria, distanza emotiva o sessuale, difficoltà di comunicazione.»

D. Quindi è il più fragile a tradire?

«No. Non possiamo ricavarne questa conclusione. Il tradimento è multicausale e può verificarsi anche in una relazione che l’altro partner percepisce come buona. Può entrare in gioco la coppia, ma possono pesare anche caratteristiche individuali, ricerca di novità, bisogno di validazione, opportunità, rabbia, evitamento dell’intimità o altri fattori. Comprendere una vulnerabilità non significa trasformarla in una giustificazione. Chi tradisce rimane responsabile della propria scelta.»

D. Lei ha definito il tradimento anche una “leggerezza” capace di produrre conseguenze enormi.

«Perché a volte esiste una sproporzione impressionante fra la durata di un gesto e quella delle sue conseguenze. Per chi lo compie può essere stato un episodio; per chi lo subisce può significare la rottura della fiducia e della rappresentazione stessa della relazione. Una leggerezza di pochi minuti può lasciare nell’altro una domanda che dura anni. Non è moralismo: è asimmetria delle conseguenze.»

D. E arriviamo a Edipo ed Elettra. Possono spiegare il tradimento?

«Non come rapporto automatico di causa ed effetto. Sarebbe scientificamente scorretto. Il complesso edipico appartiene alla tradizione freudiana; la denominazione “complesso di Elettra” è invece legata a Jung. Ciò che trovo interessante è un elemento più circoscritto: la struttura triangolare del desiderio. A volte non ci sono soltanto “io” e “la persona che desidero”. Esiste anche qualcuno rispetto al quale voglio essere preferito.»

D. È da qui che nasce la sua provocazione sugli “Edipo ed Elettra adulti in giacca e cravatta e in tailleur”?

«Sì, ma è una provocazione culturale, non una diagnosi. Mi interessa capire perché alcune persone sembrino desiderare maggiormente qualcuno proprio quando quella persona appartiene già a una relazione. In certi casi il desiderio potrebbe intrecciarsi con la competizione: non soltanto “voglio te”, ma “voglio che tu scelga me invece dell’altro”. La conquista diventa anche conferma del proprio valore.»

D. Quindi chi cerca sistematicamente persone sposate non avrebbe superato Edipo o Elettra?

«Non possiamo affermarlo. Possiamo però formulare una domanda molto più seria: desidererei questa persona allo stesso modo se fosse completamente libera e se non ci fosse nessuno a cui sottrarla? Se la risposta cambia radicalmente, vale la pena interrogarsi sul ruolo del rivale nella costruzione del desiderio. Possono entrare in gioco competizione, vulnerabilità narcisistica, bisogno di validazione, modelli di attaccamento o ripetizioni relazionali. Parlare automaticamente di Edipo o Elettra sarebbe invece una semplificazione.»

D. Vale allo stesso modo per uomini e donne?

«Naturalmente. Il bisogno di sentirsi desiderati, di prevalere su un rivale o di cercare conferma attraverso la conquista non appartiene a un solo sesso. E nemmeno tutti i tradimenti hanno questa struttura. È proprio questo il punto: una teoria seria deve aiutarci a formulare domande migliori, non fornire una diagnosi identica per milioni di persone diverse.»

D. Comprendere questi meccanismi può evitare un tradimento?

«Non esiste una teoria capace di immunizzarci dalla sofferenza o dalle nostre contraddizioni. Ma la consapevolezza può interrompere alcuni automatismi. Posso accorgermi che non sto cercando veramente un’altra persona, ma una conferma. Posso riconoscere che sto coinvolgendo mio figlio per non affrontare il partner. Posso scoprire che la mia gelosia non misura necessariamente quanto amo. La conoscenza non garantisce una scelta giusta, ma rende più difficile nascondersi dietro l’inconsapevolezza.»

D. Alla fine, allora, “la coppia non piace a nessuno, nemmeno a Dio” significa che siamo destinati a rimanere soli?

«Io la interpreto esattamente al contrario, e sottolineo che questa è la mia conclusione, non una frase che attribuisco a Saccu. Una coppia può esistere pienamente soltanto se continuano a esistere due individui. Se diventano psicologicamente uno solo rischiamo la fusione; se non esiste più uno spazio proprio della relazione, il “noi” si dissolve; se invece il confine diventa una muraglia, abbiamo isolamento. L’equilibrio adulto è molto più complesso: abbastanza vicini da essere “noi”, abbastanza differenziati da rimanere due “io”.»

D. Valentina Pelliccia, che cosa resta allora di questa riflessione sull’amore?

«Che forse chiamiamo amore molte cose che con l’amore possono convivere, ma che non sono necessariamente amore. La fusione non è amore. Il possesso non è amore. Vincere contro un rivale non è amore. Rendere un figlio indispensabile alla propria stabilità emotiva non significa amarlo di più. E perfino restare insieme non dimostra, da solo, che una coppia esista ancora.
L’amore adulto è più difficile perché richiede libertà e responsabilità insieme. Significa poter dire: ti scelgo senza possederti; posso avere bisogno di te senza renderti responsabile della mia esistenza; posso rispettare la tua autonomia senza interpretarla automaticamente come un rifiuto.
Per questo, nella mia lettura, la provocazione di Saccu non annuncia affatto la morte della coppia. Ci ricorda quanto sia difficile proteggerne l’identità senza trasformarla in una prigione.
I figli cresceranno. Le famiglie d’origine continueranno a esistere. Il desiderio cambierà. Compariranno crisi, tentazioni, distanze e inevitabilmente altri “terzi”. La maturità non consiste nel vivere in una relazione dalla quale tutto questo sia magicamente escluso. Consiste nel sapere che cosa farne.
E forse il contrario più profondo del tradimento non è soltanto la fedeltà del corpo. È la responsabilità.
Responsabilità di capire perché desideriamo, perché restiamo, perché fuggiamo, perché cerchiamo conferme fuori e perché, qualche volta, abbiamo bisogno di vincere qualcuno per sentirci degni di essere amati.
Perché quando comprendiamo il meccanismo possiamo ancora scegliere di ripeterlo. Ma non possiamo più dire, con la stessa innocenza, di non averlo visto.
È lì che finisce l’alibi dell’inconsapevolezza e comincia la responsabilità adulta di scegliere che cosa fare dei propri desideri, delle proprie fragilità e, soprattutto, delle persone che diciamo di amare.»

Carlo Altamura

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