Venezia 83, Herzog e McDonagh accendono il concorso: le sorelle Mara e un grande Malkovich

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La ricerca della felicità di Bucking Fastard e l’umorismo nero di Wild Horse Nine segnano la seconda giornata della Mostra. Due film diversi, accomunati da personaggi fuori dagli schemi e interpretazioni che potrebbero pesare sul palmarès.

VENEZIA, 3 settembre 2026 – Dopo l’energia travolgente di Ink, il concorso di Venezia 83 entra nel vivo con due proposte che fanno ben sperare sulla qualità della selezione firmata da Alberto Barbera. Da una parte Werner Herzog, con la malinconica e imprevedibile storia di due sorelle che pensano e parlano all’unisono; dall’altra Martin McDonagh, che intreccia commedia nera e tragedia politica sullo sfondo del Cile alla vigilia del golpe del 1973.

Bucking Fastard e Wild Horse Nine seguono strade lontanissime, ma condividono la capacità di costruire personaggi memorabili, affidati a interpreti in stato di grazia. È ancora presto per avanzare pronostici, ma entrambi hanno le carte per lasciare un segno nella corsa ai premi.

Herzog e il diritto di essere diversi

A ottantatré anni, Werner Herzog continua a sorprendere. In Bucking Fastard, di cui firma anche la sceneggiatura, il regista tedesco torna a osservare esseri umani che sembrano vivere secondo regole incomprensibili al resto del mondo.

Le protagoniste sono Jean e Joan Holbrooke, interpretate da Kate e Rooney Mara, sorelle anche nella vita. Condividono pensieri, desideri e persino le parole, pronunciate contemporaneamente. Rifiutano però di essere definite gemelle: sono, semplicemente, sorelle.

Accusate di molestie nei confronti di un ex amante che entrambe frequentavano, affrontano un mondo incapace di accettare la loro simbiosi. La loro esistenza ruota intorno a un’aspirazione elementare e smisurata: trovare l’amore perfetto.

Herzog costruisce intorno a questa coppia una commedia affettuosa e stravagante, attraversata da una vena crepuscolare. All’unità quasi assoluta delle protagoniste contrappone la molteplicità degli sguardi di chi le incontra: curiosità, simpatia, desiderio, opportunismo, fastidio. Tutti sembrano avere un’opinione su di loro; pochi sono davvero disposti ad ascoltarle.

È un contrasto profondamente herzoghiano. Ancora una volta, il centro del racconto è occupato da personaggi eccentrici, guidati da un’ossessione e poco inclini ad adeguarsi alle convenzioni sociali. La loro diversità non è un dettaglio pittoresco, ma il punto dal quale interrogare ciò che gli altri considerano normale.

Kate e Rooney Mara restituiscono questa unione con precisione e sensibilità, senza ridurla a un semplice esercizio di sincronismo. Dietro i gesti condivisi e le battute pronunciate insieme emergono due persone vulnerabili, ostinate nel rivendicare una felicità che il mondo sembra continuamente negare loro.

Herzog avvicina progressivamente lo spettatore alle sorelle, fino a renderlo partecipe della loro delusione quando un nuovo ostacolo interrompe la ricerca. Il film conserva così, accanto alla leggerezza, un senso di incompiutezza dolorosa: il desiderio non si esaurisce, anche quando la realtà si ostina a contraddirlo.

McDonagh, il potere e la cattiva coscienza dell’America

Con Wild Horse Nine, Martin McDonagh sposta il racconto sul terreno della storia politica, senza rinunciare all’umorismo nero e alle contraddizioni morali che caratterizzano il suo cinema.

Siamo nel 1973, poco prima del colpo di Stato che rovescerà il governo di Salvador Allende. Due agenti della CIA, Chris e Lee, vengono inviati da Santiago all’Isola di Pasqua. In questo paesaggio remoto, tra le statue monumentali e un’apparente quiete, affiorano le ombre del loro passato e le trame del presente.

McDonagh intreccia il contesto storico con una vicenda di finzione, costruendo una tragicommedia sul potere, sulla violenza e sul tardivo risveglio della coscienza. La risata non attenua l’orrore: lo rende più vicino, più scomodo.

Al centro c’è Chris, interpretato da John Malkovich, un veterano dell’intelligence gravemente malato che comincia a misurare il peso dei crimini ai quali ha dedicato la propria esistenza. Il tempo che gli resta trasforma il pentimento in urgenza. Il tentativo di mettere in guardia chi incontra diventa anche una disperata ricerca di riscatto.

Il regista usa il paradosso e il grottesco per mettere a nudo la distanza tra la retorica della difesa della democrazia e la brutalità delle operazioni compiute in suo nome. Il bersaglio non è soltanto un apparato: è la facilità con cui gli individui possono convincersi che obbedire a una missione li sollevi dalla responsabilità delle proprie azioni.

Malkovich e Rockwell, un’amicizia sotto minaccia

Malkovich offre una delle interpretazioni più intense della sua carriera. Il suo Chris non è un uomo improvvisamente innocente perché capace di pentirsi. È una figura attraversata da cinismo, paura e rimorso, costretta a riconoscere di avere consacrato la propria vita a qualcosa che ora gli appare intollerabile.

L’attore lascia convivere queste contraddizioni senza cercare scorciatoie sentimentali. La fragilità del corpo non cancella il passato, mentre l’ironia diventa una difesa sempre meno efficace davanti alla morte.

Accanto a lui, Sam Rockwell dà forza e ambiguità a Lee, collega e amico intimo, intrappolato tra la fedeltà personale e gli ordini ricevuti. Il loro rapporto costituisce il cuore emotivo del film: una familiarità costruita negli anni che può trasformarsi, da un momento all’altro, in minaccia.

Completano il cast Steve Buscemi, nei panni del superiore dei due agenti, e Tom Waits, che interpreta il fratello di Chris. Presenze capaci di arricchire il racconto senza sottrarre spazio al confronto centrale.

Con Wild Horse Nine, McDonagh conferma la propria capacità di far convivere dialoghi taglienti, violenza e malinconia. La scrittura e le interpretazioni, a partire da quella di Malkovich, lo collocano tra i titoli da tenere d’occhio in vista del palmarès.

Due film, dunque, e due diverse forme di ostinazione: quella di chi pretende di vivere secondo i propri desideri e quella di chi, troppo tardi, cerca di sottrarsi alla vita che ha scelto. Dopo il fragore dell’apertura, Venezia trova già personaggi destinati a restare nella memoria.

Antonio M. Castaldo

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