La storia vera di un veterano del Vietnam, gli adolescenti di un reparto psichiatrico e il tormento morale di un professore segnano la giornata del 4 settembre alla Mostra del Cinema.
VENEZIA, 4 settembre 2026 – Guerra, trauma, responsabilità e possibilità di redenzione. Sono questi i temi che attraversano tre dei film presentati a Venezia 83: Mr. Nelson, Did You Kill People? del giapponese Shinya Tsukamoto e 15/18 (A Place to Heal) del francese Cédric Kahn, entrambi in concorso, ai quali si aggiunge The Basics of Philosophy di Paul Schrader, proposto fuori competizione.
Opere molto diverse per stile e ambizioni, ma accomunate dal desiderio di interrogarsi sulle ferite lasciate dalla violenza e sulla capacità dell’essere umano di affrontare il proprio passato.
Tsukamoto racconta il trauma della guerra
Con Mr. Nelson, Did You Kill People?, Shinya Tsukamoto porta sullo schermo la storia vera di Allen Nelson, ex marine afroamericano segnato profondamente dalla guerra del Vietnam.
Nato in una famiglia povera di New York, Nelson si arruolò a diciotto anni nel Corpo dei Marines nel tentativo di sfuggire alla discriminazione e alla miseria. Dopo l’addestramento a Okinawa, nel 1966 venne inviato in Vietnam, convinto di poter diventare uno degli eroi militari che aveva ammirato al cinema.
Ad attenderlo, però, non ci fu alcuna gloria. Il giovane soldato si trovò immerso in una realtà fatta di paura, brutalità e perdita progressiva di ogni riferimento morale. Tornato negli Stati Uniti, dovette convivere con incubi, insonnia e un grave disturbo da stress post-traumatico, fino a perdere la famiglia e ritrovarsi senza una casa.
L’incontro con uno psichiatra, interpretato da Geoffrey Rush, gli offre lentamente la possibilità di ricostruire un rapporto con il mondo. Da quel percorso nasce anche il suo impegno pubblico: Nelson dedicò una parte importante della propria vita a raccontare gli orrori vissuti e a parlare contro la guerra, soprattutto davanti alle nuove generazioni.
La sua testimonianza ebbe una risonanza particolare in Giappone, dove tenne più di milleduecento incontri e dove chiese di essere sepolto.
Tsukamoto, conosciuto per un cinema fisico e inquieto, costruisce il film attorno alla trasformazione interiore del protagonista. La guerra non viene presentata come uno spettacolo eroico, ma come una macchina capace di disumanizzare tanto le vittime quanto coloro che vengono costretti a diventare carnefici.
Rodney Hicks interpreta Nelson adulto con intensità e misura, restituendo il peso di una memoria impossibile da cancellare. Girato in inglese e ispirato alle memorie dello stesso veterano, il film conferma la vocazione antibellica di Tsukamoto e invita a riflettere sulle conseguenze psicologiche e morali di ogni conflitto.
Cédric Kahn entra nella fragilità dell’adolescenza
La sofferenza assume un’altra forma in 15/18 (A Place to Heal), con il quale Cédric Kahn entra in una struttura psichiatrica francese destinata a pazienti adolescenti.
Tra le stanze del reparto si incrociano ragazzi segnati da dipendenze, violenze familiari, comportamenti autolesionistici e profonde difficoltà relazionali. Accanto a loro operano medici, psicologi e infermieri chiamati ogni giorno a trovare un equilibrio tra fermezza, ascolto e partecipazione emotiva.
Kahn sceglie una narrazione corale e ravvicinata, interessata soprattutto alla vita quotidiana della struttura: le crisi improvvise, le sedute terapeutiche, i momenti di svago, le amicizie e i primi amori. Il film prova così a mostrare gli adolescenti non semplicemente come casi clinici, ma come persone fragili alla ricerca di un luogo nel quale sentirsi comprese.
Il regista affida gran parte del racconto a un gruppo di interpreti giovanissimi, alcuni quasi esordienti. Le loro prove sono generose e fisicamente impegnative, anche se in determinati passaggi l’intensità tende a trasformarsi in eccesso.
Più che per la compattezza della narrazione, 15/18 colpisce per il valore del suo insieme e per l’attenzione dedicata a un tema ancora circondato da silenzi e pregiudizi. È anche una vetrina interessante per una nuova generazione di attori francesi, chiamati a misurarsi con personaggi complessi senza perdere spontaneità.
Paul Schrader torna alla colpa e alla redenzione
Fuori concorso, Paul Schrader presenta The Basics of Philosophy, prodotto con la partecipazione di Martin Scorsese e interpretato da Jack Huston, Sofia Boutella, Daniel Zovatto e Bill Pullman.
Schrader torna così alla Mostra, che nel 2022 gli aveva assegnato il Leone d’oro alla carriera, con un nuovo dramma morale costruito attorno ai temi che da sempre attraversano il suo cinema: il peccato, la repressione, la responsabilità personale e il bisogno, forse impossibile, di ottenere il perdono.
John Jorrisen è un rispettato professore di filosofia. Conduce una vita apparentemente ordinata e tiene un corso ispirato al libro che sta scrivendo su Baruch Spinoza e sulla possibilità dell’individuo di cambiare. Dietro questa facciata equilibrata, però, si nasconde un grave episodio del passato: quando era giovane, John abusò sessualmente del figlio quattordicenne del giardiniere di famiglia.
Suo padre riuscì a soffocare lo scandalo offrendo sostegno economico alla famiglia della vittima. Molti anni dopo, la morte dell’uomo e la ricomparsa della persona che John aveva ferito costringono il professore a confrontarsi con ciò che aveva cercato di seppellire.
Il ritorno del passato trasforma il film in una sorta di thriller filosofico. Le riflessioni accademiche sulla libertà, sulla colpa e sul pentimento entrano in collisione con la vita del protagonista, mostrando quanto sia più facile discutere astrattamente di morale che assumersi davvero la responsabilità delle proprie azioni.
Schrader avvolge ancora una volta il racconto nella severità della propria formazione calvinista. Il risultato è un’opera austera e disturbante, nella quale filosofia, religione e sessualità repressa compongono un quadro volutamente scomodo. La regia esperta e l’interpretazione controllata di Jack Huston impediscono tuttavia al film di trasformarsi in una semplice dimostrazione teorica.
Tre film davanti alle ferite del passato
Tsukamoto, Kahn e Schrader percorrono strade differenti, ma pongono allo spettatore una domanda simile: che cosa accade quando il passato ritorna e pretende di essere affrontato?
Per Allen Nelson la risposta passa attraverso la testimonianza e l’impegno contro la guerra. Per gli adolescenti di 15/18 nasce dalla possibilità di ricevere cure e ascolto. Per il professore di Schrader, invece, il confronto con la colpa apre un interrogativo molto più oscuro: il pentimento può bastare quando il danno inflitto agli altri non può essere cancellato?
È il cinema più inquieto e morale di Venezia 83, capace di ricordare che non tutte le ferite possono essere guarite, ma nessuna può essere davvero superata senza prima essere riconosciuta.

