“Succederà questa notte” riporta il regista italiano in concorso dopo 37 anni, ma convince solo in parte. Più controverso “Primetime” di Lance Oppenheim, mentre il thriller nucleare di Alexandre Smia scuote la Mostra.
VENEZIA, 5 settembre 2026 – Il ritorno di Nanni Moretti nel concorso della Mostra del Cinema di Venezia, dopo 37 anni di assenza, è stato l’avvenimento più atteso della quarta giornata del festival. L’accoglienza riservata a Succederà questa notte, tuttavia, è sembrata più rispettosa che realmente entusiasta.
Accanto al film italiano, il concorso ha proposto Primetime di Lance Oppenheim, riflessione sul lato oscuro della televisione americana con Robert Pattinson protagonista. Fuori competizione ha invece colpito Jupiter, esordio nel lungometraggio del francese Alexandre Smia, inquietante thriller politico sulla minaccia di una guerra nucleare.
Moretti e gli amori che arrivano nel momento sbagliato
Con Succederà questa notte, Nanni Moretti torna nell’universo letterario dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, già fonte d’ispirazione nel 2021 per Tre piani.
Il film nasce da una selezione di racconti adattati dal regista insieme alle sue collaboratrici Valia Santella e Federica Pontremoli. Al centro c’è una storia d’amore segnata dalle occasioni perdute e dagli incontri che avvengono sempre nel momento meno opportuno.
Louis Garrel interpreta un giovane che si innamora perdutamente di una donna, interpretata da Jasmine Trinca, conosciuta fugacemente proprio nel giorno in cui lei sta per sposare un altro uomo. Quell’incontro si trasforma in una presenza destinata ad accompagnarlo negli anni, fino a quando il caso li fa ritrovare. Entrambi, però, hanno ormai costruito nuove famiglie e non possono abbandonarle senza provocare dolore.
Moretti racconta così un sentimento costretto a vivere tra attese, rinunce e possibilità continuamente rimandate. Il cuore del film è la speranza che la vita possa offrire ancora un’occasione e che arrivi finalmente il momento nel quale sia possibile pronunciare ad alta voce ciò che si prova.
La struttura costruita su più storie e diversi piani temporali, tuttavia, finisce per disperdere parte della forza emotiva del racconto. I personaggi si accumulano e l’attenzione dello spettatore fatica inizialmente a concentrarsi sulla coppia principale.
Anche i genitori del protagonista, interpretati da Hippolyte Girardot e Angela Finocchiaro, possiedono una vicenda autonoma e una personalità così definita da sottrarre spazio alla relazione fra i due protagonisti. Solo nell’ultima mezz’ora le diverse traiettorie sembrano ricomporsi e il film riesce finalmente a coinvolgere sul piano emotivo.
A 73 anni, Moretti conserva intatti i suoi gesti narrativi, il ritmo personale e quel modo immediatamente riconoscibile di osservare le fragilità umane. Questa volta sceglie di lasciare sullo sfondo la dimensione politica per concentrarsi sull’amore, sui legami familiari e sulla paura di dichiarare i propri sentimenti.
Nel cast emergono soprattutto Jasmine Trinca, capace di dare profondità alle esitazioni del personaggio, e Hippolyte Girardot. Di rilievo anche la musica di Alberto Iglesias, contributo principale della partecipazione spagnola alla coproduzione italo-franco-spagnola.
Il risultato è un’opera non completamente risolta, ma attraversata da momenti di autentica sensibilità e dalla malinconia delle vite che avrebbero potuto prendere una strada diversa.
“Primetime”, quando la giustizia diventa spettacolo
Più controverso è Primetime, prima opera di finzione del documentarista americano Lance Oppenheim.
Il film rievoca il successo di To Catch a Predator, il programma televisivo che negli Stati Uniti utilizzava falsi profili di minorenni per attirare adulti intenzionati a incontrarli. Gli uomini venivano ripresi dalle telecamere, interrogati dal conduttore e successivamente fermati dalla polizia.
Robert Pattinson interpreta il presentatore al centro di questo meccanismo mediatico, nel quale l’inchiesta giornalistica finisce per confondersi con il reality show e la volontà di denunciare un crimine diventa un rituale pubblico di umiliazione.
Oppenheim si interroga sui confini tra informazione e spettacolo, giustizia e voyeurismo, tutela dei più deboli e invasione della sfera privata. La costruzione degli incontri, la presenza delle telecamere e il montaggio televisivo trasformano persone e reati reali in materiale destinato all’intrattenimento di milioni di spettatori.
Il film suggerisce inoltre che dietro l’immagine del giustiziere possa nascondersi un’ambizione personale non meno inquietante dei meccanismi che si vogliono denunciare.
L’intuizione è forte, ma la messa in scena rischia spesso di soffocarla. Oppenheim ricorre a immagini deformate, movimenti di macchina insistiti e un montaggio volutamente frammentato. La continua esasperazione visiva rende il film faticoso e accompagna una prova di Pattinson costruita sull’eccesso.
Ne deriva un’opera provocatoria, capace di sollevare interrogativi importanti sulla responsabilità dei mezzi di comunicazione, ma non sempre in grado di governare il proprio apparato stilistico.
“Jupiter” e l’incubo di una guerra nucleare
La sorpresa più inquietante della giornata arriva fuori concorso con Jupiter, esordio nel lungometraggio del francese Alexandre Smia.
Il protagonista, interpretato da Denis Ménochet, è Paul Archambault, presidente della Repubblica francese appena eletto. Convocato nel bunker antiatomico situato sotto il Palazzo dell’Eliseo, deve affrontare una crisi internazionale senza precedenti.
Il presidente russo è sopravvissuto a un attentato, attribuisce la responsabilità all’Ucraina e minaccia una rappresaglia. L’escalation militare procede rapidamente e Archambault, circondato dai propri consiglieri politici e militari, si trova davanti a una decisione dalla quale potrebbe dipendere il destino dell’umanità.
In appena 87 minuti Smia costruisce un thriller teso e claustrofobico, fondato sulle conversazioni, sui silenzi e sulla progressiva riduzione delle possibilità diplomatiche. Ogni reazione provoca una nuova minaccia e ogni scelta, apparentemente necessaria, avvicina il mondo alla catastrofe.
A impressionare è soprattutto la vicinanza dello scenario immaginato alla realtà contemporanea. Jupiter non è soltanto un film catastrofico, ma un’autopsia del potere e della responsabilità di chi può decidere, nel segreto di una stanza, la sopravvivenza di milioni di persone.
Il racconto avanza con una sensazione crescente di inevitabilità. Politici, diplomatici e militari conoscono perfettamente le conseguenze delle loro decisioni, ma sembrano incapaci di fermare il meccanismo della rappresaglia.
È proprio questa impotenza a rendere Jupiter il film più angosciante della giornata: non perché mostri la distruzione, ma perché racconta con lucidità il processo attraverso il quale uomini ragionevoli possono arrivare a renderla possibile.
Antonio M. Castaldo

