Venezia 83, “Bunker” scuote la Mostra: Bardem e Cruz da Coppa Volpi

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Il film di Florian Zeller conquista per tensione e interpretazioni. “Company” di Casey Affleck si smarrisce nel proprio labirinto narrativo, mentre Alex Gibney smonta il mito di Elon Musk in un documentario di quasi quattro ore.

VENEZIA, 8 settembre 2026 – La Spagna non presenta a Venezia 83 un film diretto da un proprio cineasta, ma la sua presenza nel concorso trova una delle espressioni più significative in Bunker, coproduzione franco-spagnola firmata dal francese Florian Zeller e interpretata da Javier Bardem e Penélope Cruz.

È proprio la straordinaria prova dei due attori, coppia anche nella vita, a trasformare un dramma coniugale in uno dei film più intensi visti finora alla Mostra. Al loro fianco, nella settima giornata, arriva Company di Casey Affleck, ambizioso intreccio di racconti che promette molto ma rischia di perdersi nella propria struttura.

Fuori concorso, intanto, Alex Gibney presenta Musk, monumentale documentario dedicato all’ascesa politica, economica e mediatica di Elon Musk.

“Bunker”, una coppia davanti alla paura del futuro

Liberamente ispirato anche a El hombre de al lado, film argentino del 2009 diretto da Mariano Cohn e Gastón Duprat, Bunker racconta la crisi di Sofia e Miguel, una coppia spagnola che vive a Londra per ragioni professionali.

Dopo diciassette anni di matrimonio, lui è diventato un architetto di fama internazionale, mentre lei occupa una posizione importante in una casa editrice. La loro relazione sembra ancora solida, ma dietro la ripetitività della vita quotidiana si nascondono distanze, silenzi e domande che nessuno dei due ha mai avuto il coraggio di affrontare.

L’equilibrio si spezza quando Miguel riceve da un miliardario della tecnologia la proposta di progettare un bunker di lusso alle Hawaii. Un rifugio antiatomico destinato a proteggere una delle persone più ricche del pianeta nel caso di una catastrofe ambientale, sociale o militare.

L’incarico rappresenta per l’architetto un’opportunità professionale irripetibile, ma porta con sé un evidente dilemma morale. Mentre il resto dell’umanità dovrebbe affrontare le conseguenze di un eventuale collasso, una minuscola élite potrebbe acquistare la propria salvezza e isolarsi dal mondo.

La crisi privata della coppia esplode contemporaneamente a una seconda invasione, questa volta fisica, della loro intimità: un vicino apre un foro nel muro che divide le due abitazioni per ottenere più luce. La casa, fino a quel momento percepita come uno spazio sicuro, diventa improvvisamente vulnerabile.

Zeller parte così da una crisi coniugale, tema affrontato innumerevoli volte dal cinema, e la inserisce dentro le principali inquietudini del presente: la paura del futuro, l’emergenza ecologica, la crescente disuguaglianza sociale, l’individualismo e il potere accumulato da pochi uomini attraverso la tecnologia.

Il bunker diventa il simbolo di un’epoca nella quale le persone che hanno costruito la propria fortuna promettendo di connettere il mondo scelgono infine di separarsene. La figura del miliardario interpretato da Paul Dano, presente in un’unica ma significativa conversazione video con Bardem, evoca inevitabilmente i grandi magnati tecnologici contemporanei, senza identificarsi esplicitamente con uno di loro.

Regista, scrittore e drammaturgo, Florian Zeller ha vinto nel 2021 l’Oscar per la sceneggiatura non originale di The Father. Con Bunker, suo terzo lungometraggio e secondo film in concorso a Venezia dopo The Son, costruisce un thriller drammatico sostenuto da tensione, ambiguità e continui cambiamenti di prospettiva.

La regia lavora spesso sui primi piani, costringendo lo spettatore a entrare nelle paure dei protagonisti. Il dubbio non riguarda soltanto ciò che Miguel deciderà di fare, ma la natura stessa di quello che stiamo osservando: la realtà di una coppia, la sua rappresentazione o una riflessione sul rapporto tra verità e finzione.

Bardem e Cruz, due interpretazioni da premio

Zeller ha dichiarato di aver scritto Bunker pensando fin dall’inizio a Penélope Cruz e Javier Bardem. Non soltanto per il loro talento, ma anche perché la loro identità pubblica di coppia aggiunge un ulteriore livello di ambiguità al racconto.

I due attori diventano così veri collaboratori del regista. Attraverso gesti, silenzi, esitazioni e improvvise esplosioni emotive, danno forma a due persone che continuano ad amarsi ma non sanno più in quale direzione procedere.

Bardem interpreta con grande intensità un uomo attratto dalla possibilità di realizzare l’opera più importante della propria carriera, ma incapace di ignorarne completamente il significato etico. Cruz restituisce invece la lucidità e il dolore di una donna che, mettendo in discussione il progetto del marito, finisce per interrogarsi sull’intero matrimonio.

Il conflitto tra loro non nasce dalla mancanza d’amore, ma dall’impossibilità di continuare ad amarsi nello stesso modo. È proprio questa tensione a rendere Bunker qualcosa di più di un film sull’apocalisse: il mondo esterno sembra sul punto di crollare, ma il primo luogo da salvare rimane la relazione tra due persone.

Le loro prove collocano entrambi tra i candidati più autorevoli alle Coppe Volpi. Al di là dei futuri riconoscimenti, Bunker appare già come uno dei titoli capaci di lasciare un segno nell’edizione 2026 della Mostra.

“Company”, troppe storie dentro la storia

Molto più irregolare è Company, terzo lungometraggio da regista di Casey Affleck, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Ron Hansen.

In una notte d’inverno del 1975, una donna misteriosa chiamata Evelyn arriva senza essere stata invitata a una festa e comincia a raccontare la storia di Tom, un anziano eremita che nel 1953 salva un’attrice rimasta bloccata durante una bufera di neve in Colorado.

Per ingannare l’attesa, l’attrice racconta a sua volta una vicenda ancora più lontana nel tempo: quella di una coppia di agricoltori che accoglie un giovane tormentato, mentre una serie di brutali omicidi diffonde il terrore nella regione.

La struttura ricorda il piacere antico della narrazione di Le mille e una notte: ogni storia ne contiene un’altra e ogni personaggio si trasforma in narratore. Ma il continuo passaggio tra epoche, luoghi e punti di vista produce un labirinto nel quale lo spettatore rischia di smarrirsi.

Affleck affida la costruzione visiva del film a otto direttori della fotografia, incluso lui stesso. Il risultato è elegante e ricercato, con paesaggi innevati e immagini sontuose, ma la bellezza formale non riesce sempre a dare unità ai diversi frammenti.

Il linguaggio letterario, le frasi solenni e la poesia talvolta artificiosa allontanano progressivamente dalle emozioni. Eppure, dietro questa costruzione complessa, si intravede una riflessione interessante sul lutto, sulla colpa e sull’antico conflitto tra vendetta e perdono.

A dare consistenza al film è soprattutto Nick Nolte, capace di trasformare il suo personaggio in una figura ferita e profondamente umana. La sua interpretazione lascia immaginare il grande racconto che Company avrebbe potuto diventare con una struttura più semplice e compatta.

Alex Gibney smonta il mito di Elon Musk

La giornata è completata, fuori concorso, da Musk, il documentario di Alex Gibney dedicato all’uomo che ha accumulato un’enorme influenza sull’economia, sulla tecnologia e sull’opinione pubblica mondiale.

Gibney, vincitore dell’Oscar con Taxi to the Dark Side, affronta il personaggio senza lasciarsi intimidire dalla sua immagine pubblica. Musk non ha partecipato direttamente al progetto, ma il regista costruisce il racconto attraverso un’imponente quantità di materiali d’archivio, contenuti pubblicati online e testimonianze di persone che hanno vissuto o lavorato accanto a lui.

Tra gli intervistati figurano Justine Musk, Ashley St. Clair, la giornalista Kara Swisher, il cofondatore di Tesla Martin Eberhard, la reporter Zoë Schiffer e Geoffrey Hinton, uno dei pionieri dell’intelligenza artificiale.

Il film dura 225 minuti, ai quali si aggiunge un intervallo di dieci, ed è diviso idealmente in due grandi movimenti. Il primo ricostruisce l’ascesa imprenditoriale di Musk, la capacità di attrarre capitali e di presentarsi come il visionario destinato a salvare il pianeta e a trasformare l’umanità in una specie interplanetaria.

Il secondo analizza invece il rapporto tra potere tecnologico e manipolazione dell’opinione pubblica, soffermandosi sull’acquisizione di Twitter, diventato X, sull’uso degli algoritmi e sul progressivo avvicinamento del miliardario alle forze della destra radicale internazionale.

Gibney non racconta Musk come un moderno Leonardo da Vinci, ma come un abilissimo costruttore della propria leggenda: un uomo capace di trasformare ogni apparizione pubblica in un’inquadratura studiata per rafforzare l’immagine del genio solitario.

La sfida più grande del documentario è organizzare una quantità quasi smisurata di materiale senza perdere ritmo e chiarezza. Nonostante la durata, Musk riesce a mostrare come dietro la retorica dell’innovazione possa nascondersi una ricerca sempre più insaziabile di controllo.

Se Bunker racconta il miliardario che si prepara a isolarsi dal mondo, Musk osserva colui che ambisce a influenzarlo. I due film finiscono così per dialogare involontariamente: da una parte il rifugio destinato a pochi privilegiati, dall’altra il potere tecnologico capace di determinare paure, desideri e comportamenti di tutti gli altri.

Antonio M. Castaldo 

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