Tre film e tre diverse forme di prigionia: il totalitarismo sovietico, l’alienazione aziendale e i legami familiari irrisolti. L’ottava giornata conferma l’elevata qualità della selezione veneziana.
VENEZIA, 9 settembre 2026 – Il concorso dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia continua a mantenere alto il proprio livello. A confermarlo sono le tre proposte dell’ottava giornata: il travolgente “Dau” di Ilya Khrzhanovsky, l’incisivo “Un bon petit soldat” del francese Stéphane Brizé e il caustico “Il fuoco che ti porti dentro” dell’italiano Edoardo De Angelis.
Tre opere molto diverse per linguaggio, ambientazione e tono, ma attraversate da un elemento comune: il confronto dell’individuo con strutture di potere capaci di soffocarlo. Nel primo caso si tratta della dittatura stalinista, nel secondo di un sistema produttivo disumanizzante, nel terzo di una famiglia trasformata in campo di battaglia.
“Dau”, una discesa nell’incubo dello stalinismo
Il film più sconvolgente della giornata è senza dubbio “Dau”, nuova tappa del monumentale progetto cinematografico al quale Ilya Khrzhanovsky lavora da oltre vent’anni.
Il titolo riprende il soprannome del fisico sovietico Lev Landau, premio Nobel che conobbe minacce, arresti e umiliazioni durante lo stalinismo, pur avendo collaborato ai programmi scientifici dell’Unione Sovietica. Più che una tradizionale ricostruzione biografica, però, il film costruisce un vasto affresco sulla scienza, il potere, la sorveglianza e i compromessi imposti da un regime totalitario.
Il protagonista è un brillante fisico teorico che viene progressivamente assorbito dall’apparato statale e coinvolto nella realizzazione di un’arma devastante. Attraversando diversi momenti della storia sovietica – dal terrore degli anni Trenta alla morte di Stalin, fino agli anni Sessanta – Khrzhanovsky racconta la lenta erosione della libertà personale e della capacità di amare.
Nella prima parte domina un universo caotico e assordante: uomini e donne si muovono senza meta tra strade sporche, miseria, paura e fame. Negli anni successivi Dau passa dalla resistenza alla sottomissione, fino all’impotenza fisica e psicologica. Attorno a lui, invece, burocrati e gerarchi sembrano non cambiare mai. È una potente metafora dei meccanismi attraverso i quali la repressione riesce a sopravvivere alle epoche e perfino agli uomini che l’hanno creata.
Per realizzare il progetto, Khrzhanovsky ha costruito in Ucraina un gigantesco spazio scenico chiamato “L’Istituto”, popolandolo per anni con migliaia di persone e trasformandolo in una sorta di esperimento sociale permanente. Da quell’enorme quantità di materiale erano già nati “DAU. Natasha” e “DAU. Degeneration”, presentati alla Berlinale nel 2020.
Con una durata di 195 minuti, ai quali si aggiunge un intervallo di quindici minuti, “Dau” è un’esperienza estrema e immersiva. Un incubo concentrazionario che non concede tregua e mostra come le piccole rinunce individuali possano modificare non soltanto una vita, ma anche il corso della storia.
“Un bon petit soldat”, la violenza invisibile dell’impresa
Con “Un bon petit soldat”, Stéphane Brizé torna a osservare il mondo del lavoro e le nuove forme di alienazione prodotte dalle moderne organizzazioni aziendali.
Carla ha 43 anni ed è una dirigente brillante, appena assunta come responsabile delle risorse umane in una grande società. Il suo compito ufficiale consiste nel garantire il benessere dei dipendenti senza compromettere gli obiettivi economici. Dietro le parole d’ordine sull’integrazione, la motivazione e la serenità del personale, tuttavia, si nasconde una realtà dominata dalla competizione, dal controllo e dalla manipolazione.
Già resa fragile dal bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore, Carla finisce per adottare gli stessi codici aggressivi del sistema che la sta consumando. Il carrierismo diventa così una forma di autodifesa, ma anche il meccanismo che la allontana dagli affetti e la conduce verso un progressivo cedimento interiore.
Alba Rohrwacher costruisce il personaggio attraverso gesti minimi, esitazioni e improvvisi irrigidimenti, lasciando affiorare il crollo psicologico dietro una facciata di efficienza. Al suo fianco Vincent Lindon incarna con precisione il cinismo di un dirigente abituato a trasformare le fragilità altrui in strumenti di potere.
Brizé prosegue così la sua indagine sulle relazioni professionali e sulle forme contemporanee di subordinazione. Il suo sguardo è severo, ma mai schematico: il film mostra come la violenza del lavoro non si manifesti necessariamente attraverso ordini espliciti, ma possa nascondersi nel linguaggio della responsabilità, del rendimento e della presunta cura dei dipendenti.
De Angelis e l’inferno familiare della vigilia di Natale
Il terzo film della giornata cambia completamente registro. Con “Il fuoco che ti porti dentro”, tratto dal romanzo autobiografico di Antonio Franchini, Edoardo De Angelis affronta i rapporti familiari con un umorismo feroce e corrosivo.
Dopo aver lasciato Napoli, Antonio si è costruito una vita apparentemente tranquilla a Milano, lontano soprattutto dalla madre Angela: una donna eccessiva, imprevedibile, aggressiva e incapace di rispettare qualsiasi confine. Quando lei arriva a casa del figlio per trascorrere insieme la vigilia di Natale, quella che dovrebbe essere una riunione familiare si trasforma rapidamente in una battaglia.
Nel giro di poche ore riemergono rancori mai sopiti, incomprensioni, differenze culturali e amori non corrisposti. Perfino il cappone destinato al forno riesce ad approfittare del caos per tentare la fuga, diventando il simbolo comico di una famiglia nella quale tutti, in fondo, vorrebbero scappare.
Vanessa Scalera offre un’interpretazione esplosiva di Angela, personaggio capace di attirare e respingere con la stessa intensità. Lino Musella le contrappone un Antonio apparentemente controllato, ma ancora profondamente segnato dal rapporto con la madre.
Attraverso il conflitto tra i personaggi, De Angelis osserva anche le distanze sociali, economiche e linguistiche tra il Nord e il Sud del Paese. Il risultato è una commedia amara che recupera lo spirito più autentico della tradizione italiana: quella capace di far ridere mostrando, nello stesso momento, le ferite di una società e le sue contraddizioni.
Dopo il totalitarismo di “Dau” e la prigione aziendale di “Un bon petit soldat”, “Il fuoco che ti porti dentro” porta dunque la lotta per la libertà dentro le mura domestiche. Tre film e tre sistemi di potere differenti, accomunati dalla stessa domanda: quanto può resistere un individuo prima di essere trasformato, spezzato o costretto alla fuga?

