Venezia 83, “Naza” scuote la Mostra raccontando dall’interno gli attacchi israeliani su Gaza

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Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor domina la nona giornata con le testimonianze anonime di militari e funzionari dell’intelligence. In concorso anche il fluviale e intimamente francese “Un peu avant minuit” di Nicolas Pariser.

VENEZIA, 10 settembre 2026 – È “Naza”, documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, ad attirare l’attenzione del pubblico e della critica nella nona giornata dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Il film ricostruisce i sistemi attraverso i quali le forze armate e l’intelligence israeliane individuano gli obiettivi da colpire nella Striscia di Gaza, calcolando preventivamente anche il possibile numero di vittime civili. Un’indagine rigorosa e inquietante, condotta attraverso le testimonianze di militari, funzionari ed ex appartenenti agli apparati di sicurezza.

A completare il concorso della giornata è stato “Un peu avant minuit” di Nicolas Pariser, opera quasi programmaticamente francese, costruita attraverso lunghi dialoghi e passeggiate in una Parigi attraversata dalle proteste e dalla repressione delle forze dell’ordine.

“Naza”, il linguaggio che trasforma le vittime in numeri

“Naza” è l’acronimo utilizzato dall’intelligence israeliana per indicare il numero previsto di civili destinati a morire durante un bombardamento. Già nel titolo, dunque, il film denuncia un processo di disumanizzazione: uomini, donne e bambini vengono trasformati in una sigla e inseriti in un calcolo operativo.

Yuval Abraham e Rachel Szor erano due dei quattro registi di “No Other Land”, vincitore dell’Oscar 2025 come miglior documentario, dedicato alla progressiva espulsione delle comunità palestinesi dalle proprie terre in Cisgiordania. Con “Naza” spostano lo sguardo sulla guerra a Gaza e sui meccanismi che precedono materialmente gli attacchi.

Girato durante la notte sui tetti di Tel Aviv, il documentario crea un contrasto visivo e morale tra una città che continua apparentemente a vivere nella normalità e la devastazione che si consuma poco distante. Da quella posizione relativamente protetta, Abraham e Szor intervistano persone coinvolte nella selezione, nella programmazione e nell’esecuzione degli attacchi contro edifici civili nei quali si presume possano trovarsi esponenti di Hamas insieme alle loro famiglie.

I volti e le voci degli intervistati sono alterati per proteggerne l’identità. Le testimonianze descrivono procedure, sistemi di sorveglianza e decisioni prese a distanza, rivelando come la possibile presenza di civili venga inclusa nei calcoli che precedono un bombardamento. Il film nasce dalle inchieste pubblicate tra il 2023 e il 2025 da “The Guardian” – che figura anche tra i produttori – insieme alle testate israeliane “+972 Magazine” e “Local Call”. Le rivelazioni contenute nel documentario mettono in discussione la versione del governo israeliano, che continua a presentare le operazioni militari come azioni di autodifesa dirette esclusivamente contro Hamas.

La scelta dei registi è quella di mantenere a lungo un tono freddo, quasi clinico. Il pubblico viene sommerso da informazioni, procedure e confessioni pronunciate con un distacco che finisce per diventare esso stesso parte dell’orrore. È il punto di forza del film, ma anche il suo limite cinematografico: per gran parte degli ottanta minuti prevale la struttura dell’inchiesta giornalistica sulla costruzione emotiva.

Solo nel finale le immagini irrompono nella freddezza dei racconti. Un uomo cerca di parlare con i familiari rimasti sepolti sotto ciò che resta della loro casa; dalle macerie affiorano parti di corpi. In quel momento i numeri tornano a essere persone e la parola “Naza” perde ogni neutralità burocratica.

“Un peu avant minuit”, un uomo processa il proprio passato

Di tutt’altro tono è “Un peu avant minuit”, quarto lungometraggio di Nicolas Pariser, regista proveniente dalla critica cinematografica e vincitore nel 2015 del premio Louis-Delluc per l’opera prima con “Le grand jeu”.

Il protagonista è Léo, interpretato da un malinconico e sensibile Melvil Poupaud. Ha 49 anni, sta per separarsi dalla compagna e apprende improvvisamente della morte del padre biologico, mai conosciuto. Prima di partire per l’Italia e occuparsi dell’eredità, trascorre alcuni giorni a Parigi, la città della sua giovinezza.

Mentre le strade sono attraversate dalle manifestazioni e da una crescente tensione politica, Léo incontra vecchi amici dei tempi in cui lavorava come giornalista e si confronta con la figlia adolescente, impegnata in ogni protesta possibile. Il viaggio nella capitale diventa così un bilancio della propria esistenza e, soprattutto, del rapporto avuto con le donne.

Alla vigilia della partenza per l’Italia, dove incontrerà anche una sorella mai conosciuta interpretata da Chiara Mastroianni, Léo comincia a interrogarsi sulla propria condotta: è stato davvero rispettoso, sincero e capace di amare oppure ha semplicemente attraversato le vite altrui inseguendo i propri desideri?

Pariser racconta tutto attraverso conversazioni, incontri e lunghe camminate. Parigi è popolata da una folla smarrita quanto il protagonista, sospesa tra rivolta e desiderio di ordine, mentre sul Paese sembra incombere una possibile svolta autoritaria.

Il risultato è un film letterario, apertamente teatrale, privo di azione nel senso più tradizionale del termine. Un’opera fatta di parole, ripensamenti e osservazioni politiche, appartenente a quella tradizione di cinema intellettuale e dialogato che continua ad avere nella Francia la sua patria d’elezione.

Russell Crowe riscopre il rock, Masllorens insegue “Il fantasma”

Tra gli altri titoli della giornata figura “What Love Builds”, documentario autobiografico diretto e interpretato da Russell Crowe.

Attraverso materiali d’archivio, vecchie interviste, fotografie e riprese di concerti, l’attore ripercorre la propria carriera meno conosciuta di cantante e autore rock, rimasta inevitabilmente in secondo piano rispetto ai successi cinematografici. Il film, costruito con materiali raccolti nell’arco di quindici anni, assume spesso il tono dell’autocelebrazione, ma rivela anche il legame profondo tra musica, recitazione e bisogno di raccontare.

La sorpresa della giornata arriva però dalle Giornate degli Autori con “El fantasma”, di Ignacio Masllorens, realizzato insieme a David Lamelas. Il film ricostruisce la vicenda del quasi dimenticato artista argentino Rubén Santantonín, morto nel 1969 dopo aver distrutto gran parte delle opere rimaste in suo possesso.

Il documentario sembra costruirsi casualmente, incontro dopo incontro, come se il percorso non fosse stato stabilito in precedenza. Ma proprio l’abilità di Masllorens nel trasformare la ricerca in un racconto apparentemente imprevedibile fa sospettare una struttura molto più consapevole.

A guidare il viaggio è David Lamelas, uno dei protagonisti dell’avanguardia argentina degli anni Sessanta. Con lucidità ed emozione, l’artista rievoca una stagione di straordinaria libertà creativa e vitalità culturale, brutalmente interrotta dal colpo di Stato militare del 1966.

Il fantasma evocato dal titolo è dunque Santantonín stesso: un artista che ha lasciato dietro di sé pochissimi “oggetti”, come definiva le proprie sculture, e ancora meno fotografie, ma che ebbe un ruolo importante nell’aiutare altri autori della sua generazione a costruire il proprio percorso.

Tra la denuncia politica di “Naza”, l’autocoscienza sentimentale di “Un peu avant minuit” e la memoria artistica di “El fantasma”, la nona giornata veneziana si muove così intorno a ciò che rimane nascosto: le responsabilità dietro una guerra, le ferite lasciate nelle relazioni e le tracce quasi cancellate di un artista dimenticato.

Antonio M. Castaldo 

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