Home News Emma Bonino, una vita controcorrente: le battaglie, la politica, l’eredità

Emma Bonino, una vita controcorrente: le battaglie, la politica, l’eredità

0
91
Foto: Massimo Sestini / Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0) Fonte: Wikimedia Commons / Massimo Sestini Licenza: Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Foto: Massimo Sestini / Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0) Fonte: Wikimedia Commons / Massimo Sestini Licenza: Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

Dall’aborto clandestino alla Farnesina, dal Partito Radicale alla Commissione europea: oltre cinquant’anni di politica italiana e internazionale. È morta a 78 anni una delle figure più riconoscibili della Repubblica

Ci sono figure politiche che possono essere giudicate attraverso le cariche ricoperte, i voti ottenuti, i partiti guidati. E poi ci sono personalità il cui peso pubblico non coincide necessariamente con la forza elettorale che hanno rappresentato. Emma Bonino apparteneva soprattutto a questa seconda categoria.

È morta oggi, 11 settembre, a Roma, all’età di 78 anni. Per oltre mezzo secolo è stata protagonista della vita politica italiana, attraversando stagioni, maggioranze e governi molto diversi tra loro. Deputata, europarlamentare, commissaria europea, ministra del Commercio internazionale e delle Politiche europee, vicepresidente del Senato e ministra degli Esteri: un percorso istituzionale lungo, costruito partendo da una formazione politica — quella radicale — rimasta quasi sempre minoritaria nei numeri ma capace di incidere profondamente nel dibattito pubblico. La sua notorietà, tuttavia, non nasce dai palazzi delle istituzioni. Nasce dalle battaglie.

L’inizio: una storia personale trasformata in battaglia politica

Negli anni Settanta, in un’Italia ancora profondamente condizionata dalla morale cattolica e con l’interruzione volontaria di gravidanza fuori dalla legalità, Bonino decise di portare nello spazio pubblico una vicenda che normalmente sarebbe rimasta privata. Nel 1974 ricorse a un aborto clandestino. L’anno successivo si autodenunciò pubblicamente, trasformando quell’esperienza in un atto di disobbedienza civile e politica. Nello stesso periodo contribuì alla nascita del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto.

Fu uno dei passaggi che contribuirono a portare la questione dell’aborto al centro del confronto nazionale. Nel 1978 sarebbe stata approvata la legge 194, destinata a modificare profondamente la legislazione italiana sull’interruzione volontaria di gravidanza. Era il metodo che avrebbe accompagnato gran parte della carriera di Bonino: partire da una questione concreta, portarla fuori dai confini della politica tradizionale, ricorrere alla mobilitazione, alla disobbedienza civile, agli scioperi della fame e, quando necessario, allo scontro istituzionale.

Nel 1976, a soli 28 anni, arrivò l’elezione alla Camera con il Partito Radicale. Iniziava così una presenza parlamentare destinata a durare per decenni.

I radicali e le battaglie che cambiarono il Paese

Bonino fu una delle figure più visibili di quella stagione radicale guidata da Marco Pannella. Una politica che utilizzava strumenti poco convenzionali e che interveniva su temi destinati spesso a dividere profondamente l’opinione pubblica. Aborto e divorzio furono tra le principali battaglie di quella stagione. Ma nel corso degli anni il fronte si sarebbe allargato: dalla lotta contro la pena di morte alla depenalizzazione delle droghe, dai diritti delle donne alla libertà religiosa e individuale, dalla tutela delle minoranze alla riforma della giustizia. Non tutte le campagne ebbero lo stesso esito. Alcune produssero cambiamenti legislativi e culturali destinati a durare; altre rimasero minoritarie o furono sconfitte nelle urne.

È anche qui che si trova una delle caratteristiche più singolari di Bonino: la capacità di incidere sul dibattito nazionale pur rappresentando forze politiche che raramente disponevano di un consenso elettorale proporzionato alla sua notorietà. La sua politica era spesso divisiva. I sostenitori vedevano in lei una voce capace di affrontare questioni che i grandi partiti evitavano; i critici contestavano alcune delle sue posizioni e, talvolta, lo stesso metodo radicale fatto di provocazioni, referendum e disobbedienza civile.

Ma anche gli avversari hanno riconosciuto nel tempo la sua centralità nel dibattito pubblico italiano.

Da Roma a Bruxelles

Negli anni Novanta il profilo di Bonino si allargò ulteriormente oltre i confini nazionali. Nel 1994 fu nominata commissaria europea nella Commissione presieduta da Jacques Santer. Dal 1995 al 1999 si occupò di pesca, tutela dei consumatori e soprattutto aiuti umanitari. A Bruxelles costruì una parte importante della propria reputazione internazionale. Il suo stile diretto e poco diplomatico nel senso tradizionale del termine la rese rapidamente riconoscibile. Celebre fu la sua partecipazione alla cosiddetta “guerra del pesce” tra Unione europea e Canada. Bonino salì a bordo di alcuni pescherecci spagnoli impegnati nella disputa internazionale e accusò il governo canadese di comportamenti che definì di pirateria. Il suo impegno internazionale non si limitò alla politica europea. Negli anni Novanta partecipò a missioni in alcune delle aree di crisi più difficili, dalla ex Jugoslavia all’Africa. Nel 1997 fu brevemente detenuta dai talebani durante una missione in Afghanistan, dopo che alcuni componenti della delegazione avevano fotografato un ospedale femminile. La difesa dei diritti delle donne afghane, la lotta alle mutilazioni genitali femminili, la pena di morte e le emergenze umanitarie divennero parte stabile della sua attività politica internazionale.

Il rapporto con l’Europa

L’europeismo fu un altro elemento costante della sua traiettoria.

Bonino sostenne per decenni un’Unione europea più integrata e più forte politicamente. Una posizione che avrebbe mantenuto anche quando il consenso verso il progetto europeo iniziò a indebolirsi in diversi Paesi. Nel 2017 partecipò alla fondazione di +Europa, formazione nata proprio intorno a un’impostazione europeista e liberale. Anche in questo caso, però, il rapporto tra peso politico personale e consenso elettorale rimase una delle contraddizioni della sua carriera. La notorietà di Bonino non si tradusse automaticamente in grandi risultati alle urne e +Europa rimase una formazione di dimensioni relativamente ridotte.

Le istituzioni: ministra e possibile presidente della Repubblica

La carriera di Bonino raggiunse i vertici delle istituzioni italiane nel corso degli anni Duemila.

Nel secondo governo Prodi fu ministra del Commercio internazionale e delle Politiche europee. Nel 2008 venne eletta al Senato e divenne vicepresidente di Palazzo Madama. Nel 2013 arrivò alla Farnesina, come ministra degli Affari esteri nel governo guidato da Enrico Letta. Rimase in carica fino al febbraio 2014. Il suo nome venne inoltre più volte indicato tra quelli possibili per il Quirinale. Fu candidata alla Presidenza della Repubblica, senza però riuscire a raggiungere l’incarico.

Fu uno dei momenti che meglio rappresentarono la particolare posizione occupata da Bonino nella politica italiana: una figura con una reputazione istituzionale e internazionale molto ampia, ma proveniente da una tradizione politica incapace di trasformare quella popolarità in una forza parlamentare altrettanto consistente.

Le sconfitte, oltre alle vittorie

Raccontare Emma Bonino soltanto attraverso le battaglie vinte restituirebbe un’immagine incompleta. La sua carriera è stata segnata anche da numerose sconfitte.

Non riuscì a portare tutte le proprie campagne legislative al traguardo. Il progetto di una maggiore liberalizzazione delle droghe rimase a lungo minoritario. L’esperienza di +Europa non produsse i risultati elettorali sperati. E il Quirinale, uno degli obiettivi più alti della politica italiana, rimase fuori dalla sua traiettoria. Proprio queste sconfitte aiutano però a comprendere il suo ruolo. Bonino non è stata una politica costruita esclusivamente sul consenso. In molte fasi della sua carriera ha scelto di sostenere posizioni sapendo di trovarsi in minoranza.

È stata, in questo senso, una politica di battaglia prima ancora che di governo.

La malattia e il ritorno alla vita pubblica

Nel 2015 Bonino rese pubblica la diagnosi di un tumore al polmone. Annunciò di essere sottoposta a chemioterapia e, nonostante la malattia, continuò a partecipare alla vita politica. Negli anni successivi sarebbe tornata più volte al centro del dibattito pubblico, mantenendo un’attività politica che non si è interrotta nemmeno davanti ai problemi di salute. Nel novembre 2024 ricevette nella sua abitazione romana la visita di papa Francesco. L’immagine dei due, molto lontani su diverse questioni etiche e politiche, ma legati da un rapporto di rispetto personale, rappresentò forse uno dei simboli più significativi degli ultimi anni della sua vita pubblica.

Bonino era una figura profondamente laica, protagonista di alcune delle più importanti battaglie sui diritti civili. Francesco era il capo della Chiesa cattolica. Eppure quell’incontro mostrò come il confronto politico e culturale potesse lasciare spazio anche a una relazione personale fondata sul riconoscimento reciproco.

Una figura difficile da classificare

Definire Emma Bonino semplicemente come una “politica di sinistra” sarebbe riduttivo. Così come lo sarebbe collocarla senza ulteriori precisazioni nel campo liberale, radicale o progressista. La sua storia politica attraversa categorie diverse. È stata radicale, liberale, europeista, femminista e garantista. Ha sostenuto posizioni progressiste sui diritti civili e, in politica estera, ha assunto talvolta posizioni interventiste che l’hanno portata a confrontarsi anche con settori del mondo pacifista.

Non sempre è stata coerente con le appartenenze politiche del momento. E proprio questa autonomia è stata contemporaneamente una delle sue principali caratteristiche e una delle ragioni per cui il suo rapporto con i partiti è stato spesso complesso.

L’eredità

La domanda che resta, oggi, non è soltanto quali idee di Emma Bonino siano state giuste o sbagliate. È quanto abbia inciso, nel lungo periodo, una persona che ha trascorso più di cinquant’anni a portare nel dibattito questioni che spesso, quando le affrontava per la prima volta, erano considerate marginali o politicamente scomode. L’aborto, i diritti civili, la condizione delle donne, la pena di morte, le mutilazioni genitali femminili, le emergenze umanitarie, la giustizia internazionale, l’integrazione europea. Su alcune di queste questioni Bonino ha contribuito a modificare profondamente il quadro politico e culturale italiano. Su altre è rimasta una voce di minoranza. Ma è proprio questa la misura della sua importanza: non necessariamente il numero dei voti raccolti, né la durata degli incarichi di governo, ma la capacità di spostare il confine di ciò che la politica era chiamata a discutere.

Emma Bonino lascia una storia politica fatta di vittorie e sconfitte, consenso e contestazione, istituzioni e disobbedienza civile. Una storia che coincide con alcune delle trasformazioni più profonde dell’Italia repubblicana e che, proprio per questo, non può essere ricondotta a una sola appartenenza politica. Si può condividere o contestare ciò che ha sostenuto. Si possono giudicare diversamente le sue scelte, le sue alleanze e le sue posizioni. Più difficile è negare il peso che ha avuto.

Per oltre mezzo secolo Emma Bonino è rimasta dentro la politica italiana senza diventare completamente parte del suo sistema. E forse è proprio questa la caratteristica che più di ogni altra ne definisce oggi l’eredità.

Filly di Somma

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here