Venezia 83, il concorso si chiude tra memoria e resistenza

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“Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis riapre le ferite della dittatura argentina, mentre “Kami nour” di Ali Asgari racconta la repressione nell’Iran contemporaneo e la forza silenziosa degli affetti.

VENEZIA, 11 settembre 2026 – A cinquant’anni dal colpo di Stato che diede inizio alla più feroce dittatura militare argentina, Marco Bechis torna a confrontarsi con una ferita mai rimarginata. Lo fa con il potente “Ritorno a Buenos Aires”⁠, ultimo film presentato nel concorso dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Ad accompagnarlo nella giornata conclusiva è “Kami nour – A bit of light”⁠ di Ali Asgari, altra opera dedicata alla repressione politica, questa volta ambientata nell’Iran contemporaneo.

Due film molto diversi, ma attraversati dalla stessa domanda: che cosa significa sopravvivere a un sistema che tenta di cancellare non soltanto la libertà, ma anche l’identità e la dignità delle persone?

Bechis ritorna nella Buenos Aires della dittatura

Marco Bechis conosce direttamente la storia che racconta. Nato in Cile nel 1955 da padre italiano e madre cilena, cresciuto tra Brasile e Argentina, durante la dittatura fu sequestrato, torturato e infine liberato.

Quell’esperienza ha attraversato tutta la sua opera, dal video “Desaparecidos, ¿dónde están?” del 1982 fino a “Garage Olimpo”, il film del 1999 con il quale ricostruì l’universo concentrazionario dei centri clandestini di detenzione argentini.

Con “Ritorno a Buenos Aires”, Bechis affronta nuovamente quel passato attraverso la storia di Mariano Guerra, un medico che vive in Italia da trentatré anni e viene convocato nella capitale argentina per testimoniare contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e tennero prigioniero.

Mariano è diviso tra il desiderio di ottenere giustizia e quello di dimenticare. Il suo ritorno riporta alla luce anche una verità che non ha mai avuto il coraggio di confessare: per salvarsi collaborò con i propri carcerieri, fornendo informazioni che contribuirono alla cattura di altre persone.

Adriano Giannini interpreta il protagonista con grande misura, recitando quasi sempre in spagnolo con un credibile accento italo-argentino. Il suo Mariano è un uomo apparentemente controllato, ma consumato dal senso di colpa del sopravvissuto: non riesce a perdonarsi di essere tornato a casa quando tanti altri sono diventati desaparecidos.

Accanto a lui troviamo Ana Celentano nei panni di un’altra sopravvissuta chiamata a testimoniare, Verónica Gerez nel ruolo della figlia di una donna scomparsa e Olivia Nuss in quello della madre, gettata ancora viva nel Río de la Plata dopo essere stata narcotizzata.

Il processo diventa lentamente una confessione. Mariano comprende che non può denunciare i propri aguzzini senza raccontare anche ciò che lui stesso fu costretto a fare. La ricerca della giustizia passa quindi attraverso l’assunzione di una responsabilità dolorosa, anche quando quella responsabilità nasce dalla paura e dall’istinto di sopravvivenza.

Non potendo girare realmente nella capitale argentina, Bechis ha ricostruito Buenos Aires a Rio de Janeiro. Ma questa distanza geografica sembra accentuare il senso profondo del film: il protagonista torna in un luogo reale, mentre il regista ritorna soprattutto in uno spazio della memoria.

Con uno stile asciutto, privo di retorica, Bechis riesce a coinvolgere lo spettatore in un passato che non può essere considerato definitivamente concluso. “Ritorno a Buenos Aires” non cerca assoluzioni, ma prova a comprendere quanto possa essere pesante continuare a vivere dopo aver attraversato l’orrore.

“Kami nour”, una piccola luce contro la disperazione

Anche “Kami nour”, traducibile come “Un po’ di luce”, racconta un medico perseguitato dal potere.

Dopo aver curato alcuni giovani feriti durante le manifestazioni contro il regime iraniano, l’uomo viene arrestato e privato della possibilità di esercitare la professione. Quando comprende di non avere più un lavoro, una prospettiva e apparentemente neppure una ragione per continuare, decide di suicidarsi.

Prima di farlo vuole però congedarsi dalla madre, dai fratelli e dalle persone che gli sono più care, comunicando loro la propria decisione. Quello che dovrebbe essere il suo ultimo giorno si trasforma gradualmente in un ritorno alla vita.

Attraverso la compassione dei familiari, l’affetto dei pazienti e una serie di gesti apparentemente insignificanti, il protagonista scopre quanto la sua esistenza sia ancora intrecciata a quella degli altri. Comprende di essere amato e, soprattutto, necessario.

Ali Asgari costruisce il film con un ritmo lento e raccolto, coerente con il passo di un uomo che si sta congedando dalla vita ma continua, nel profondo, a opporsi alla morte. Gli interni, i silenzi e i pochi esterni difficilmente riconoscibili restituiscono il clima di un Paese nel quale perfino girare un film può trasformarsi in un gesto di resistenza.

Dopo la presentazione a Cannes di “Kafka a Teheran” nel 2023, ad Asgari fu ritirato il passaporto e venne impedito di continuare a lavorare nel proprio Paese. “Kami nour”, realizzato con capitali provenienti anche da Italia, Svizzera, Canada e Turchia, nasce aggirando quella proibizione.

Il risultato è un’opera intima e politica, capace di raccontare la repressione senza mostrarla continuamente. La piccola luce del titolo non coincide con una liberazione definitiva, ma con la scoperta dei legami invisibili che tengono una persona ancorata alla vita.

Il ricordo di Nino Rota e la caduta di un grande avvocato

Fuori concorso, la giornata è stata completata da “Nino – Un film su Nino Rota” di Walter Fasano, un documentario emozionante dedicato a uno dei compositori più riconoscibili e amati della storia del cinema italiano.

Dalle collaborazioni con Federico Fellini alle musiche de “Il padrino” e “Romeo e Giulietta”, il film restituisce il ritratto di un autore capace di trasformare una melodia in memoria collettiva. Le sue note sono diventate inseparabili dalle immagini per le quali furono composte, continuando a vivere anche lontano dai film.

Decisamente più nervoso e movimentato è “Un bon avocat”⁠ di Tristan Séguéla. Laurent Lafitte interpreta Léonard Landry, brillante e spregiudicato avvocato penalista, dipendente dalla droga e abituato a difendere clienti certamente colpevoli.

Dopo un’overdose avvenuta in tribunale e un periodo di disintossicazione, Léonard ha una sola settimana per salvare la propria carriera e prepararsi al processo che lo riguarda. Ad aiutarlo, suo malgrado, sarà un giovane e ostinato praticante.

Séguéla costruisce una corsa frenetica tra tentazioni, manovre legali e colpi di scena. Il riscatto conclusivo può apparire poco credibile sul piano realistico, ma acquista forza grazie all’interpretazione di Lafitte, capace di rendere umano anche un personaggio arrogante, autodistruttivo e moralmente compromesso.

Si conclude così un concorso che, proprio nell’ultima giornata, torna a interrogarsi sul significato della sopravvivenza. Perché restare vivi non basta: bisogna trovare il coraggio di guardare ciò che è accaduto, riconoscere le proprie ferite e decidere che cosa fare del tempo che rimane.

Antonio M. Castaldo 

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