Venezia, la memoria diventa suono: “ECHO” racconta l’incontro tra arte e intelligenza artificiale

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Presentato al Lido il docufilm dedicato al progetto del Padiglione Venezia. Un viaggio nella creazione dell’opera di Dardust e Paolo Fantin, capace di trasformare i ricordi dei visitatori in musica.

VENEZIA, 10 settembre 2026 – Tra gli appuntamenti di questi giorni al Lido, uno dei più interessanti è stato quello dedicato a “ECHO”, il docufilm che racconta la nascita di un’opera sospesa tra musica, arte e nuove tecnologie.

Presentato nello spazio della Regione del Veneto e della Veneto Film Commission all’Hotel Excelsior, il documentario ha segnato anche il primo incontro del Padiglione Venezia con la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Due realtà nate entrambe nel 1932 che, dopo quasi un secolo, si sono ritrovate attraverso il linguaggio del cinema.

Il film segue il percorso creativo e tecnologico dal quale è nato “SommersiVo”, il progetto realizzato da Dardust e dallo scenografo Paolo Fantin per il Padiglione Venezia della Biennale Arte 2026, nell’ambito della mostra “Note Persistenti”.

Un pianoforte nelle profondità dell’acqua

Tutto parte da un’immagine tanto semplice quanto potente: un pianoforte che continua a suonare mentre sprofonda lentamente nell’acqua, lasciando dietro di sé frammenti sonori, come l’eco di qualcosa che non vuole scomparire.

L’acqua diventa la memoria di Venezia, una materia che attraversa i secoli e raccoglie le tracce, le emozioni e i ricordi di chi abita o visita la città. Il pubblico viene invitato a lasciare un pensiero personale che, attraverso un sistema di intelligenza artificiale, viene interpretato e trasformato in parole, colori e musica.

Il pianoforte restituisce così una melodia legata all’emozione espressa dal visitatore. Ogni ricordo individuale entra a far parte di una composizione collettiva e in continua evoluzione.

Da regista, è questo l’aspetto che mi interessa maggiormente: la tecnologia non viene utilizzata soltanto per stupire, ma per rendere visibile e ascoltabile qualcosa di intimo. Non sostituisce l’artista, ma diventa uno strumento attraverso il quale la sua intuizione può incontrare l’esperienza del pubblico.

Il cinema racconta ciò che normalmente resta invisibile

“ECHO” documenta il lavoro condiviso tra artisti, curatori, designer e giovani ingegneri di Cisco e H-FARM. Racconta quindi non soltanto il risultato finale, ma anche i dubbi, le prove e le contaminazioni che trasformano un’intuizione in un’opera concreta.

Il docufilm pone una domanda molto attuale: quale rapporto può esistere tra creatività umana e intelligenza artificiale? La risposta proposta dal progetto non è una contrapposizione, ma una collaborazione. La macchina elabora, traduce e collega, ma il punto di partenza rimane umano: un ricordo, un’emozione, il bisogno di lasciare una traccia.

In fondo è proprio questo che fanno l’arte e il cinema. Raccolgono qualcosa destinato a svanire e provano a trattenerlo. Come una nota che continua a vibrare anche quando la musica sembra terminata, o come una memoria che si deposita sul fondo dell’acqua e rimane lì, in attesa di essere nuovamente ascoltata.

Antonio M. Castaldo 

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