È qui che l’hybrid jazz trova una delle sue definizioni più convincenti. Pianoforte, batteria ed elettronica non si limitano a sommarsi, ma si incastrano secondo una logica quasi architettonica: un colpo può aprire una nuova prospettiva, una pausa può diventare importante quanto una frase suonata, un cambio di dinamica può modificare completamente il carattere di un passaggio. La batteria non è quindi soltanto ciò che tiene insieme i brani, ma ciò che ne determina il movimento.
Metcalfa lavora sul ritmo con la precisione di chi conosce profondamente il linguaggio dello studio, dove ogni suono può essere isolato, spostato, ripensato e messo in relazione con gli altri. Il risultato, però, non è un esercizio di perfezionismo: il controllo serve piuttosto a lasciare spazio all’imprevisto, all’interazione e a una certa libertà tipica del jazz.
È proprio questa tensione tra controllo e apertura a rendere il disco interessante. Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song non cerca il colpo di scena né ha bisogno di dimostrare quanto possa essere complesso il suo autore. Preferisce costruire lentamente una propria grammatica, nella quale il ritmo diventa il modo attraverso cui pianoforte, elettronica e gli altri elementi possono incontrarsi e trasformarsi.
Più che ascoltare una sequenza di brani, si ha così la sensazione di osservare una struttura mentre prende forma. E al centro di questa struttura c’è una batteria che non detta semplicemente il tempo, ma decide continuamente dove spostare il punto di equilibrio. È forse qui che l’hybrid jazz di Metcalfa trova la sua identità più precisa: non nella fusione di generi, ma in un diverso modo di organizzare il suono.

