Claudia Vincenzino, fotografa e ricercatrice visiva, parla del ruolo sociale della fotografia: strumento di testimonianza, memoria e trasformazione culturale. Sottolinea la responsabilità etica in ogni scelta visiva, dalla rappresentazione dei soggetti alla costruzione di narrazioni pubbliche. Claudia illustra come le immagini influenzino percezioni collettive e dinamiche di inclusione. L’intervista esplora metodo, consapevolezza professionale e impatto dell’occhio fotografico nella società contemporanea.
Come definisci oggi il ruolo del fotografo nella società?
Il fotografo oggi è testimone visivo, narratore e mediatore culturale. Non si limita più a “scattare”: seleziona, interpreta e dà senso alle immagini in un mondo saturo di contenuti.
Qual è la responsabilità del fotografo nel campo della moda?
In moda costruisci aspirazioni e modelli di bellezza; hai la responsabilità etica di evitare stereotipi dannosi, favorire rappresentazioni autentiche e collaborare con brand che adottino pratiche sostenibili.
Come cambia il lavoro quando si fotografa l’«élite» a eventi internazionali?
Serve prontezza, rispetto dei protocolli e sensibilità diplomatica. L’«élite» cura molto l’immagine pubblica, quindi il fotografo deve cogliere autenticità dietro la mise en scène e tutelare le conseguenze delle proprie immagini.
Quali differenze ci sono tra reportage e fotografia per cerimonie (matrimoni, premi, inaugurazioni)?
Nel reportage l’obiettivo è documentare fedelmente; nelle cerimonie si bilanciano documento e spettacolo: si catturano istanti spontanei ma anche immagini costruite per il ricordo e per i social.
Quali competenze pratiche servono oggi per lavorare su questi fronti?
Tecniche (gestione della luce, controllo colore, velocità operativa), narrative (storytelling cross-mediale), relazionali (lavorare con talenti e PR), organizzative (project management, budgeting, diritti) e digitali (social, formati web, strumenti emergenti).
Che ruolo ha l’intelligenza artificiale nel tuo flusso di lavoro?
L’AI è uno strumento di supporto: moodboard, selezione scatti e automazione di operazioni. Non sostituisce il giudizio estetico né la gestione delle relazioni; va usata con trasparenza e rispetto dei diritti.
Come cambia il rapporto tra fotografo e brand nelle campagne per l’élite o grandi eventi?
Diventa strategico: il fotografo è consulente visivo che suggerisce posizionamento, formati e toni; fiducia e discrezione diventano fondamentali.
Esistono responsabilità etiche specifiche in questi ambiti?
Sì. Anche nella fotografia costruita va considerato l’impatto sociale delle immagini; nel reportage il principio è la fedeltà all’accaduto. In entrambi i casi, rispetto e trasparenza sono imprescindibili.
In che modo un fotografo può influenzare positivamente il dibattito pubblico?
Attraverso progetti tematici, collaborazioni con ONG, campagne che promuovono inclusione e inchieste visive che portino attenzione su questioni poco raccontate.
Quale pensi sia la sfida più grande per i fotografi oggi?
La sostenibilità del lavoro: pressione sui prezzi, gig economy, sovrapproduzione. Serve valorizzare il diritto d’autore, professionalizzare l’offerta e trovare modelli di business che ricompensino la creatività.
Puoi fare un esempio concreto in cui una tua immagine ha avuto impatto sociale o culturale?
Ho realizzato un reportage per un progetto di inclusione abitativa sostenuto da un brand; le immagini hanno stimolato una discussione locale sul ruolo delle aziende nelle comunità urbane.
Che consiglio daresti a chi vuole lavorare sia nella moda che negli eventi istituzionali?
Crea un portfolio versatile ma coerente, costruisci relazioni professionali, impara a gestire contratti e diritti, e mantieni progetti personali che preservino la tua voce creativa.
Cosa ti motiva ancora quando scendi in campo?
La curiosità: trovare quell’istante inatteso — uno sguardo, un gesto — che trasforma la scena e continua a parlare anche dopo lo shooting.
Andrea Nolle

