Ci sono persone che finiscono al centro dell’attenzione per ciò che fanno. E poi ci sono persone il cui nome, a un certo punto, comincia a circolare in contesti diversi, talvolta attraverso ricostruzioni, interpretazioni, accostamenti o rappresentazioni della loro vita privata.
Per comprendere chi sia davvero la Dottoressa Valentina Pelliccia, abbiamo scelto di partire non dalle etichette, ma dalla sua storia professionale e personale, distinguendo i fatti documentabili dalle interpretazioni e dalle ricostruzioni che, nel tempo, possono essersi formate intorno alla sua figura.
Giornalista iscritta all’Ordine dei giornalisti, professionista della comunicazione e del marketing strategico, con 18 anni di esperienza nel settore bancario e istituzionale, la Dottoressa Valentina Pelliccia ha costruito il proprio percorso professionale molto presto, iniziando a lavorare appena possibile, prima presso lo studio dell’Avvocato Carmine Punzi, l’ex Presidente del Consiglio di Stato Alberto de Roberto e successivamente nel settore bancario.
Nel suo curriculum compaiono attività di comunicazione interna ed esterna, relazioni con i media, public affairs, affari istituzionali, consulenza legale, comunicazione strategica e gestione della reputazione.
Il riferimento alle esperienze professionali e formative riportate in questa intervista è da intendersi sulla base delle dichiarazioni della diretta interessata e della documentazione professionale da lei indicata. Le valutazioni relative a eventuali condotte di terzi sono invece riportate esclusivamente come dichiarazioni, ipotesi o ricostruzioni da verificare, senza alcuna attribuzione di responsabilità non accertata.
Dottoressa Valentina Pelliccia, perché secondo lei insistiamo così tanto per intervistarla?
«Me lo sono chiesta anch’io. Credo che la risposta possa essere molto semplice: quando una persona viene raccontata più volte attraverso interpretazioni, allusioni o ricostruzioni che riguardano soprattutto la sua vita privata, prima o poi diventa necessario ascoltare direttamente quella persona. Io non chiedo privilegi. Chiedo semplicemente di poter parlare con la mia voce e di essere valutata per quello che ho realmente fatto nella mia vita professionale. È una questione che riguarda anche un principio più generale: quando si pubblicano informazioni su una persona, soprattutto se potenzialmente idonee a incidere sulla sua reputazione, ritengo fondamentale distinguere i fatti verificati dalle opinioni, dalle ipotesi e dalle interpretazioni (art. 21 Cost.; artt. 595 c.p., 2043 e 2059 c.c.; artt. 8 e 11 L. 47/1948; principi deontologici in materia di verità, continenza, essenzialità e rettifica).»
Partiamo allora dalla sua storia. Chi è la Dottoressa Valentina Pelliccia, al di là di tutto ciò che è stato scritto su di lei?
«Sono una giornalista e una professionista della comunicazione. Ho costruito il mio percorso lavorando molto presto e affrontando, dopo la morte di mio padre, la necessità di diventare autonoma e di costruirmi professionalmente. Ho iniziato presso lo studio dell’Avvocato Carmine Punzi e successivamente sono entrata nel settore bancario, dove ho maturato 18 anni di esperienza. Nel tempo ho lavorato tra diritto, comunicazione, marketing strategico, relazioni istituzionali e media relations. È questa la mia storia professionale. Non ritengo corretto che possa essere sostituita da una rappresentazione fondata prevalentemente sul gossip o su ricostruzioni della mia vita privata che io non riconosco come corrispondenti alla realtà.»
Il suo curriculum racconta un percorso piuttosto lontano dall’immagine che talvolta sembra emergere da alcune pubblicazioni. È così?
«Il mio curriculum è documentabile. Sono una giornalista iscritta all’Ordine dei giornalisti, ho una formazione giuridica, ho lavorato nel settore bancario per 18 anni e mi sono occupata di comunicazione istituzionale, reputazione, relazioni con i media, public affairs e comunicazione strategica. Ho collaborato anche con il mondo giornalistico e ho scritto per importanti testate (Il tempo, Harvard business review Italia, Il messaggero, Economy). Ho continuato a formarmi anche su temi contemporanei come l’intelligenza artificiale, l’etica dei dati e la comunicazione.
Penso quindi che, prima di definire professionalmente una persona, sarebbe corretto esaminare ciò che ha realmente studiato, fatto e costruito. Anche sotto il profilo giuridico e deontologico, l’esattezza delle informazioni e la loro pertinenza sono elementi essenziali quando si tratta di dati personali e di rappresentazioni pubbliche della persona (art. 5, par. 1, lett. a), c) e d), Regolamento UE 2016/679; artt. 2 e 6 delle Regole deontologiche relative al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica).»
Recentemente il suo nome è comparso in articoli e pubblicazioni che hanno alimentato molta attenzione intorno alla sua persona. Come vive questa situazione?
«La vivo con dispiacere, soprattutto quando ritengo che il racconto possa allontanarsi dai fatti. Un giornalista può e deve fare domande, anche scomode. Ma una cosa è esercitare il diritto di cronaca o di critica e un’altra è trasformare un’ipotesi, un’allusione o un’interpretazione in un fatto apparentemente accertato.
Io sono disponibile a rispondere a qualsiasi domanda sul mio lavoro, sulle mie attività e sulle mie scelte professionali. Quello che chiedo è che eventuali contestazioni siano ancorate a fatti verificabili e che eventuali attribuzioni personali non vengano presentate come accertate quando non lo sono. È una distinzione essenziale anche alla luce della disciplina sulla diffamazione a mezzo stampa e dei criteri elaborati dalla giurisprudenza sul legittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica (art. 595 c.p.; art. 21 Cost.; artt. 2043 e 2059 c.c.; Cass., Sez. Unite civ., n. 13200/2025).»
Secondo lei, esiste il rischio che la delegittimazione personale finisca per oscurare il lavoro di una professionista?
«Sì, questo rischio può esistere. Se invece di discutere ciò che una persona dice, scrive o documenta si comincia a discutere della sua moralità, della sua vita privata o della sua presunta personalità, si sposta completamente il piano del confronto.
Io credo che ogni persona debba essere valutata per i fatti e per le proprie responsabilità, senza che ciò significhi sottrarsi alla critica. La critica è parte integrante del confronto pubblico. Ma la critica deve rimanere distinta dall’attribuzione di fatti non verificati e, soprattutto, non dovrebbe trasformare un giudizio sulla persona in una rappresentazione fattuale priva di adeguato riscontro (art. 21 Cost.; art. 595 c.p.; principi di continenza ed essenzialità dell’informazione).»
In alcune ricostruzioni sono state ipotizzate sue relazioni con esponenti politici, tra cui Giuseppe Valditara. Cosa risponde?
«Rispondo in modo molto netto: non ho avuto una relazione con Giuseppe Valditara. Non ritengo corretto che una donna possa essere associata sentimentalmente a un uomo semplicemente perché qualcuno costruisce una narrazione intorno a fotografie, incontri o coincidenze. Se esiste un fatto documentato, si racconti il fatto. Se invece si tratta di un’interpretazione o di un’ipotesi, ritengo corretto che venga presentata come tale e non come una circostanza accertata.
La sfera privata merita inoltre una particolare attenzione quando le informazioni diffuse non risultino necessarie rispetto alla finalità informativa. Il diritto di informazione non costituisce infatti una deroga generale ai principi di pertinenza, minimizzazione ed essenzialità dei dati personali (art. 5, par. 1, lett. c) e d), Regolamento UE 2016/679; artt. 5 e 6 delle Regole deontologiche giornalistiche).»
E Sigfrido Ranucci? Il suo nome è stato accostato più volte al suo.
«Sigfrido Ranucci è una persona che conosco e con la quale ho un rapporto di amicizia. Questo è quanto. Non ho mai lavorato per Report, non sono stata parte della redazione di Report e non ho mai ricoperto ruoli all’interno del programma.
Anche in questo caso credo sia importante distinguere una relazione personale da un rapporto professionale e, soprattutto, distinguere i fatti dalle interpretazioni. Un accostamento, una fotografia o una frequentazione non dimostrano automaticamente l’esistenza di un rapporto professionale o sentimentale. Se si formula un’attribuzione, ritengo che debba essere sostenuta da elementi verificabili.»
Lei si definisce innanzitutto una giornalista. Perché allora viene spesso raccontata attraverso categorie diverse?
«È una domanda che mi pongo. Io sono una giornalista e una professionista della comunicazione. Il fatto di utilizzare anche i social media nella mia attività professionale non cancella il mio percorso.
Nel mio curriculum sono documentate attività di comunicazione strategica, relazioni con i media, attività istituzionale, public affairs e gestione della reputazione. Ho anche raggiunto numeri importanti sui social, ma i numeri non sostituiscono la professionalità e non trasformano automaticamente una giornalista in un’influencer. La mia identità professionale deve essere ricostruita attraverso il complesso della mia formazione, delle mie esperienze e delle attività che ho effettivamente svolto.»
C’è poi il tema del libro sulle molestie e sulle dinamiche di delegittimazione sul luogo di lavoro. Lei pensa che possa esserci un collegamento con il modo in cui è stata rappresentata?
«Penso che sia una domanda legittima, ma non voglio trasformare un’ipotesi in un’accusa senza prove. Se una persona sta lavorando su temi delicati come le molestie, il potere, la vulnerabilità e la possibilità di denunciare comportamenti scorretti, è comprensibile chiedersi se la sua credibilità possa diventare, in astratto, un terreno di pressione o di contestazione.
Ma proprio perché sono una giornalista, voglio distinguere ciò che posso documentare da ciò che posso soltanto ipotizzare. Non attribuisco quindi a nessuno una condotta ritorsiva in assenza di elementi che la dimostrino. Ritengo invece legittimo interrogarsi, sul piano generale, sui meccanismi attraverso i quali una persona che solleva determinate questioni possa eventualmente subire conseguenze professionali o reputazionali, purché ogni collegamento causale venga dimostrato e non semplicemente supposto.»
Possiamo parlare, in questo senso, di whistleblowing retaliation?
«Bisogna essere molto precisi con le parole. Non basta che una persona venga criticata o che vengano pubblicati articoli negativi per parlare automaticamente di whistleblowing retaliation. La tutela prevista dal decreto legislativo n. 24 del 2023 presuppone condizioni specifiche, tra cui una segnalazione, denuncia o divulgazione effettuata secondo le modalità previste dalla normativa e un rapporto di consequenzialità tra tale attività e la misura ritorsiva contestata (artt. 17 e ss., D.Lgs. 24/2023).
Per questo preferisco parlare, in presenza di circostanze non ancora accertate, di possibile o ipotizzata ritorsione reputazionale e non di ritorsione accertata. ANAC stessa richiama la necessità di un rapporto di consequenzialità e precisa che i meri sospetti o le voci di corridoio non sono sufficienti. Saranno quindi i fatti, la documentazione e gli eventuali accertamenti a stabilire se quel meccanismo esista davvero nel singolo caso.»
Qual è allora il punto che vorrebbe fosse compreso una volta per tutte?
«Che io sono molto più della narrazione che può essere stata costruita intorno al mio nome. Sono una persona che ha lavorato molto presto, che si è formata, che ha studiato diritto, che ha lavorato nel settore bancario per 18 anni, che ha svolto attività giornalistica e che continua a occuparsi di comunicazione e istituzioni.
Ho dedicato una parte enorme della mia vita al lavoro. Non pretendo di essere considerata perfetta e non pretendo di essere immune dalle critiche. Chiedo soltanto che le critiche riguardino fatti reali e che eventuali ipotesi siano presentate come ipotesi, senza trasformarsi in verità apparentemente accertate.
È una distinzione che tutela me, ma tutela anche il giornalista e la testata che decidono di raccontare una storia. La precisione non è un limite al giornalismo: è una delle sue principali garanzie.»
Se dovesse descrivere in poche parole la donna che c’è dietro il curriculum, cosa direbbe?
«Direi che sono una persona che ha dovuto crescere molto presto, che ha conosciuto la responsabilità e il lavoro quando era ancora molto giovane e che ha sempre cercato di costruire la propria vita attraverso l’impegno. Ho commesso errori, come tutti, ma ho cercato di mantenere una cosa: la dignità.
Non penso che una persona debba dimostrare di essere buona attraverso le parole. Credo che, alla fine, siano gli anni, il lavoro e il comportamento a parlare. E credo che anche il diritto alla reputazione debba essere letto in questa prospettiva: la reputazione non è un privilegio, ma un bene personale che può essere leso dalla diffusione di rappresentazioni false, inesatte o non adeguatamente contestualizzate (artt. 2 e 3 Cost.; artt. 2043 e 2059 c.c.; art. 595 c.p.).»
E cosa vorrebbe che restasse di questa intervista?
«Vorrei che restasse una cosa molto semplice: prima di giudicare una persona, bisognerebbe conoscerne la storia.
La mia storia è fatta di studio, lavoro, giornalismo, diritto, comunicazione, istituzioni e responsabilità. Se qualcuno vuole criticarmi, sono pronta a rispondere. Ma vorrei essere criticata per quello che faccio davvero, non per quello che altri decidono di raccontare di me.
Credo che questo sia anche il senso più autentico del giornalismo: mettere a confronto le versioni, verificare i fatti, distinguere ciò che è documentato da ciò che è soltanto ipotizzato e consentire alla persona direttamente interessata di esprimere la propria posizione.
Non chiedo che qualcuno mi creda sulla parola. Chiedo che, quando si parla di me, vengano verificati i fatti. È una richiesta di correttezza, non un privilegio.»
Ringraziamo la Dottoressa Valentina Pelliccia per il contributo e per avere scelto di affrontare pubblicamente, con il linguaggio della professione giornalistica e della responsabilità, le questioni relative alla propria storia personale e professionale.

