Valentina Pelliccia e il mistero della coscienza

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«Mi dissero che avevo il dono della medianità. Io non so se sia vero, ma continuo a farmi domande»

La testimonianza della Dottoressa Valentina Pelliccia tra religione, Vangelo, ricerca scientifica e fenomeni della coscienza.

La Dottoressa Valentina Pelliccia è giornalista, Communication Expert, lavora da anni nel settore finanziario.
Proviene da studi classici e giuridici e tanti master e corsi in diritto, comunicazione, rapporti istituzionali, marketing strategico e giornalismo. Estremamente curiosa di tutto.

C’è una frase che può rimanere nella memoria di una persona per decenni.
Nel caso di Valentina Pelliccia, quella frase arrivò da un sacerdote: «Tu hai il dono della medianità».
Non fu ovviamente l’inizio di una carriera da medium, né la nascita di una convinzione assoluta. Fu, piuttosto, l’inizio di una domanda:

Secondo il sacerdote, alcune esperienze familiari legate alle sedute spiritiche avrebbero potuto aprire, nella prospettiva della tradizione cristiana, una porta verso una dimensione spirituale pericolosa.
Il consiglio fu netto: rinunciare a quel presunto dono.

La dottoressa Valentina Pelliccia, però, non ha mai trasformato quella frase in una certezza. Racconta di avere sperimentato nel corso della propria vita alcune intuizioni particolarmente forti riguardanti persone, situazioni o avvenimenti che, in seguito, sembravano trovare una corrispondenza nella realtà.
Ma sottolinea anche ciò che manca: un metodo sperimentale, una registrazione sistematica degli episodi, una verifica indipendente e una percentuale di accuratezza che possa consentire di parlare scientificamente di una facoltà paranormale.
Per questo abbiamo voluto ascoltare nuovamente .

Una persona abituata, per formazione professionale, a distinguere i fatti dalle interpretazioni e che proprio per questo affronta la propria esperienza con una cautela particolare.

Dottoressa Valentina Pelliccia, che cosa significa per lei oggi quella frase sulla medianità?

«Significa soprattutto una domanda rimasta aperta. All’epoca quella frase mi colpì perché veniva pronunciata da un sacerdote. Non mi disse semplicemente che ero intuitiva: utilizzò il termine “medianità” e mi spiegò che, secondo la sua interpretazione, alcune esperienze familiari avrebbero potuto avere un significato spirituale. Mi disse persino che avrei dovuto rinunciare a quel dono. Oggi non posso sapere se quella lettura fosse corretta. Posso soltanto dire che non ho mai dimenticato quelle parole.»

Ha mai pensato di essere realmente una medium?
(Lei ride)

«Ho pensato molte volte a quella particolarità , ma pensare a una possibilità non significa crederci. Io non posso affermare di essere una medium. Non ho una prova. Ho avuto esperienze soggettive che mi hanno interrogata e che, in alcuni casi, mi sono sembrate difficili da ricondurre a una spiegazione immediata. Ma non considero una sensazione una dimostrazione.»

Qual è la differenza tra intuizione e medianità?

«È una domanda alla quale non posso dare una risposta definitiva. L’intuizione è studiata dalla psicologia e può essere collegata a processi di elaborazione implicita, riconoscimento di schemi e percezione di segnali che non arrivano necessariamente alla coscienza in maniera esplicita. La medianità, invece, presuppone una spiegazione molto più forte: la possibilità di ricevere informazioni attraverso un canale che non conosciamo. Al momento non ho motivo di trasformare la seconda ipotesi in un fatto.» (Matthew D. Lieberman, Psychological Bulletin, 2000; Hodgkinson et al., British Journal of Psychology) (PubMed)

La religione cristiana ammette che l’essere umano possa ricevere informazioni sul futuro?

«La dottrina cattolica è molto precisa. Il Catechismo afferma che Dio può rivelare l’avvenire ai profeti o ad altri santi, ma nello stesso tempo invita il credente a non cercare di dominare il futuro. La stessa sezione respinge esplicitamente la divinazione, la veggenza, il ricorso ai medium e le pratiche spiritiche o magiche. È una distinzione teologica molto importante: la rivelazione divina non viene presentata come una tecnica umana per ottenere informazioni sul futuro.» (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2115-2117) (Vaticano)

Questa posizione trova riscontro anche nel Vangelo?

«Troviamo certamente una forte prudenza verso la pretesa di conoscere il futuro. In Matteo 24,36 Gesù dice che del giorno e dell’ora non conosce nessuno, se non il Padre. Nella Prima Lettera ai Corinzi, invece, San Paolo parla di doni spirituali e cita anche profezia e discernimento degli spiriti. Ma bisogna evitare interpretazioni arbitrarie: un riferimento biblico alla profezia o al discernimento non costituisce automaticamente una prova della medianità contemporanea.» (Vangelo secondo Matteo 24,36; Prima Lettera ai Corinzi 12) (USCCB)

Che cosa pensa della distinzione tra fede e prova scientifica?

«È una distinzione che considero essenziale. Una persona può avere una fede profondissima senza avere bisogno di trasformarla in una dimostrazione scientifica. Allo stesso modo, uno scienziato può studiare un’esperienza straordinaria senza doverla interpretare necessariamente come soprannaturale. Il problema nasce quando una categoria viene utilizzata per dimostrare automaticamente l’altra.»

Papa Francesco ha parlato di spiritismo e occultismo nel 2024.

«Sì. Nell’udienza generale del 25 settembre 2024 Papa Francesco ha affrontato il tema dello spirito del male e ha parlato esplicitamente della diffusione contemporanea di occultismo, spiritismo, astrologia e altre pratiche. La sua posizione va naturalmente compresa nel quadro della dottrina cattolica. Non può essere utilizzata come prova scientifica dell’esistenza dei fenomeni paranormali, ma è una fonte primaria per comprendere come la Chiesa cattolica li interpreti.» (Papa Francesco, Udienza generale, 25 settembre 2024, Santa Sede) (Ufficio Stampa Vaticano)

La scienza, invece, ha chiuso la porta a questi fenomeni?

«Non direi. La scienza non ha dimostrato che la medianità sia una capacità soprannaturale, ma esistono ricercatori e strutture universitarie che studiano esperienze considerate straordinarie. La Division of Perceptual Studies della University of Virginia, per esempio, dichiara di studiare empiricamente fenomeni relativi alla coscienza, comprese esperienze di premorte, ricordi di vite precedenti, stati alterati di coscienza e fenomeni psi. È importante però non confondere “studiare” con “dimostrare”.» (University of Virginia, Division of Perceptual Studies) (Università di Virginia Medicina)

La stessa Università studia anche la medianità?

«Sì. La Division of Perceptual Studies indica tra gli interessi di ricerca della neuroscienziata Marina Weiler proprio la mediumship, insieme agli stati alterati di coscienza, alle esperienze extracorporee, al remote viewing e ai correlati cerebrali delle esperienze psi. Anche questo è un dato interessante perché dimostra che il fenomeno viene sottoposto a domande scientifiche, senza che ciò equivalga a una validazione della sua interpretazione soprannaturale.» (University of Virginia, prof.ssa Marina Weiler) (Università di Virginia Medicina)

Esistono risultati sperimentali che abbiano fatto discutere la comunità scientifica?

«Esistono studi controversi. Uno dei più citati è la meta-analisi pubblicata nel 2021 da Matthew Sarraf, Michael Woodley of Menie e Patrizio Tressoldi su Explore. Gli autori hanno analizzato 18 esperimenti contenuti in 14 pubblicazioni e hanno trovato un effetto complessivo superiore a quello attribuibile al caso secondo i loro modelli statistici. La loro conclusione è che i risultati supporterebbero l’ipotesi che alcuni medium possano ottenere informazioni sui defunti attraverso modalità ancora sconosciute. Io riporterei esattamente questo: “gli autori concludono questo”. Non scriverei invece che la scienza ha dimostrato la comunicazione con i morti, perché quella conclusione sarebbe molto più forte di ciò che il dato consente.» (Sarraf, Woodley of Menie, Tressoldi, Explore, 2021) (PubMed)

Perché questa prudenza è così importante?

«Perché quando parliamo di fenomeni straordinari, il rischio di sovrainterpretazione è enorme. Se una persona ha cento intuizioni e tre sembrano avverarsi, può ricordare soprattutto quelle tre. Se invece registra sistematicamente anche le novantasette che non si verificano, la valutazione può cambiare radicalmente. La psicologia conosce bene il problema del confirmation bias, cioè la tendenza a privilegiare le informazioni che confermano ciò che già pensiamo.» (American Psychological Association, APA Dictionary of Psychology) (Dizionario APA di Psicologia)

Quindi anche la memoria può influenzare il modo in cui interpretiamo le nostre esperienze?

«Certamente. E questo vale per me come per chiunque altro. Una coincidenza particolarmente impressionante può rimanere nella memoria per anni. Un’intuizione sbagliata può essere dimenticata dopo pochi minuti. Se vogliamo essere intellettualmente onesti, dobbiamo considerare entrambe. È anche per questo che non mi attribuisco alcun “potere”.»

Che cosa le piacerebbe poter verificare, se avesse a disposizione un laboratorio?

«Mi piacerebbe verificare proprio ciò che nella vita quotidiana non riesco a verificare: se alcune intuizioni siano realmente superiori al caso. Servirebbero protocolli rigorosi, registrazione preventiva delle previsioni, valutazione indipendente, condizioni controllate e replicazione. Se il fenomeno scomparisse sotto controllo sperimentale, dovrei accettarlo. Se invece emergesse un risultato replicabile e robusto, allora sarebbe interessante capire quale sia la spiegazione.»

Questa posizione potrebbe essere definita agnostica?

«Forse sì, nel senso più semplice del termine: non affermo ciò che non posso dimostrare e non nego ciò che non ho strumenti sufficienti per comprendere. Ma soprattutto non voglio costruirmi un’identità intorno a qualcosa che non posso verificare.»

E il rapporto con la Chiesa?

«Rispetto profondamente il fatto che la Chiesa abbia una posizione precisa. Il Catechismo non lascia molto spazio alla pratica dello spiritismo e della divinazione. Se una persona è cattolica e vuole seguire coerentemente la propria fede, deve conoscere anche queste indicazioni. Io posso studiarle, confrontarmi con esse e raccontarle, senza trasformare una mia esperienza in una nuova dottrina.»

Lei ha mai avuto paura delle proprie esperienze?

«Più che paura, ho provato interrogativi. La paura nasce spesso quando non riusciamo a dare un nome a qualcosa. Ma proprio per questo preferisco la conoscenza alla suggestione. Se un’esperienza ha una spiegazione psicologica, voglio conoscerla. Se è una coincidenza, voglio riconoscerla. Se esiste un fenomeno ancora non compreso, vorrei che fosse studiato. E se una spiegazione religiosa appartiene alla fede, voglio rispettarla come tale.»

Valentina Pelliccia, che cosa significa per lei “medianità” oggi?

«È una parola che appartiene a una storia personale, non a una professione o a un’identità che rivendico. Mi è stata attribuita molti anni fa. Io continuo a chiedermi che cosa ci fosse dietro quella frase. Potrebbe esserci stata semplicemente una lettura religiosa di alcune mie caratteristiche. Potrebbe esserci una forte capacità intuitiva. Potrebbero esserci coincidenze che la memoria ha reso più significative. Oppure potremmo trovarci davanti a fenomeni della coscienza che non comprendiamo ancora. Non so quale risposta sia quella giusta.»

È proprio questo il punto: non sapere.

«Sì. Credo che dire “non lo so” sia una delle forme più difficili e più nobili di onestà intellettuale. Non voglio utilizzare la mia esperienza per convincere nessuno. Voglio utilizzarla per porre una domanda.»

Quale domanda?

«Che cosa sappiamo davvero della coscienza umana? Quanto delle nostre percezioni è cosciente e quanto viene elaborato prima che noi ne diventiamo consapevoli? Esistono capacità cognitive che ancora non comprendiamo completamente? E, soprattutto, esiste un confine oltre il quale la scienza dovrà un giorno modificare alcune delle proprie attuali ipotesi sulla mente? Non ho risposte. Ma penso che sia legittimo fare domande.»

Lei è giornalista. Perché considera questa anche una questione giornalistica?

«Perché il giornalismo nasce dalla curiosità e dalla verifica. Io non voglio chiedere al lettore di credere a me. Voglio chiedergli di osservare le fonti, distinguere un’esperienza da una prova, una testimonianza da un risultato scientifico e una convinzione religiosa da un dato sperimentale. È lo stesso metodo che dovrebbe essere utilizzato in qualunque altro campo.»

E quale ruolo può avere oggi la tecnologia?

«Un ruolo enorme, se utilizzata intelligentemente. La tecnologia può permettere di confrontare letteratura scientifica, testi religiosi, archivi storici, studi internazionali e fonti primarie in tempi che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. Ma la tecnologia non sostituisce il pensiero critico. Anche l’intelligenza artificiale deve essere utilizzata come strumento, non come autorità assoluta. La responsabilità finale resta dell’essere umano che verifica, confronta e decide.»

Qual è il messaggio che vuole lasciare al lettore?

«Non chiedo di credere nella medianità. Non chiedo di credere negli spiriti. Non chiedo di accettare una spiegazione religiosa né una spiegazione scientifica particolare. Chiedo soltanto di mantenere aperta la capacità di fare domande, senza perdere il senso della realtà e senza rinunciare alla verifica. Tra credere ciecamente e negare dogmaticamente esiste una posizione molto più difficile: osservare, studiare e dire con sincerità “non lo so”.»

Ringraziamo nuovamente la dottoressa Valentina Pelliccia per la disponibilità e per avere accettato di raccontare un’esperienza tanto personale senza trasformarla in una verità universale.

In qualità di Giornalista, Communication Expert e professionista con formazione giuridica, esperienza nel settore finanziario e una lunga attività nel campo della comunicazione, Valentina Pelliccia affronta anche questo tema con lo stesso principio che guida il suo lavoro: la conoscenza non nasce dal timore delle domande, ma dalla capacità di porle nel modo corretto. E, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e dell’informazione istantanea, utilizzare la tecnologia in modo intelligente significa proprio questo: cercare di più, verificare meglio e pensare autonomamente.
Perché il giornalismo, così come la conoscenza, può essere una missione soltanto quando conserva la libertà di interrogare ciò che ancora non comprendiamo.

La Redazione

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