In occasione della mostra personale “Rizomi di energia e materia” ospitata presso l’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles,che ha inaugurato il 17 settembre, il percorso di Marco Angelini si arricchisce di una nuova tappa fondamentale che indaga il legame tra arte, tecnologia ed ecologia. L’aspetto dal quale vorrei partire per spiegare il progetto artistico dell’autore – da anni ormai centrale nella sua ricerca – è il concetto di identità.
Come evidenziato nel testo critico del curatore della mostra, Jan Kozaczuk, Angelini può essere considerato a tutti gli effetti un pioniere. Ha saputo trasformare i pannelli e le celle fotovoltaiche in un medium espressivo autonomo, introducendo i componenti stessi della transizione energetica nell’alfabeto dell’arte contemporanea. La domanda che si pone come riflessione di
partenza è tanto estetica quanto filosofica: quando un oggetto smette di assolvere alla sua funzione originaria, chi ne stabilisce l’identità futura?
È in questo vuoto funzionale che si inserisce il gesto dell’artista. L’utilizzo di questi materiali alternativi dà vita a un doppio livello di mediazione. Da un lato agiscono come medium energetici, che nel loro passato tecnologico hanno mediato tra la luce del sole e l’energia elettrica; dall’altro diventano medium estetici, capaci di mediare tra la
materia, la luce, la memoria e la nostra stessa percezione.
L’opera si trasforma così in pura esperienza. Dalla materia tecnologica ed extra-pittorica fuoriesce una capacità espressiva latente che Angelini fa vibrare attraverso una potente sensibilità cromatica. L’uso denso del colore non è un semplice riempimento geometrico, ma – come già messo in luce nella curatela della mostra a Palazzo Valentini – diventa un vero e proprio volano emotivo per le persone.
Le tonalità e gli accostamenti astratti guidano lo spettatore a superare i blocchi psicologici e le resistenze culturali legati ai temi della transizione ecologica, offrendo una via d’accesso emozionale a questioni spesso relegate alla sola freddezza scientifica.
Attribuendo ai pannelli e alle celle fotovoltaiche dismesse una nuova dimensione estetica e simbolica, Angelini amplia l’orizzonte della ricerca espressiva contemporanea, includendo elementi che fino a
tempi recenti erano rimasti del tutto estranei all’interesse degli artisti. In questa operazione di recupero, la tecnologia obsoleta non viene demonizzata né utilizzata con toni di allarmismo ecologico. Al contrario, si assiste a una metamorfosi poetica in cui la tecnologia spogliata della sua funzione si fonde con il vissuto dell’artista. Quelli che erano dispositivi tecnici diventano frammenti di memoria e paesaggi interiori.
Come sottolinea il curatore,l’artista Marco Angelini
inserisce frammenti di pannelli e celle fotovoltaiche in audaci composizioni cromatiche, in cui linee, punti, suddivisioni geometriche e campiture organiche instaurano un dialogo continuo.
A coronamento di questo percorso, la riflessione del curatore Jan Kozaczuk trova la sua sintesi ideale nel commento all’installazione di chiusura, “Il futuro è stupido”. Kozaczuk invita a guardare all’avvenire recuperando il senso
etimologico più profondo del termine “stupido”, che deriva dal latino stupere (provare stupore). Il futuro non viene così inteso come una rigida e prevedibile conseguenza del progresso tecnico, bensì come uno spazio aperto all’inaspettato: un luogo di meraviglia, di domande costanti e di continuo stupore di fronte a ciò che non si può interamente prevedere. La vita e l’arte si compenetrano: l’energia del XXI secolo smette di essere solo un dato tecnico e si fa, a tutti gli effetti, sostanza narrativa
e pittura.
