Intelligenza artificiale, sovranità tecnologica, finanza, sicurezza e geopolitica. La Dottoressa Valentina Pelliccia analizza una trasformazione che non riguarda più soltanto gli algoritmi, ma il futuro dell’industria, delle democrazie e degli equilibri tra le grandi potenze.
L’intelligenza artificiale non è più confinata nei laboratori di ricerca o nelle applicazioni digitali.
Sta entrando nelle fabbriche, nella finanza, nella sanità, nella logistica, nelle infrastrutture, nella sicurezza e nelle amministrazioni pubbliche.
Parallelamente, chip avanzati, capacità computazionale, energia, data center, cybersecurity e capitale umano stanno assumendo un valore strategico.
La competizione tecnologica diventa così anche competizione economica e geopolitica.
In Europa il dibattito riguarda sempre più apertamente il concetto di sovranità tecnologica.
Christine Lagarde ha collegato crescita, disponibilità di capitali, intelligenza artificiale e autonomia europea, richiamando la necessità di trasformare le capacità scientifiche del continente in innovazione industriale e competitività.
Negli Stati Uniti e in Cina l’intelligenza artificiale è ormai parte del confronto strategico tra le due potenze.
Nel frattempo, la nascita del DeepMind Institute porta al centro della discussione le conseguenze economiche e sociali di sistemi di intelligenza artificiale sempre più avanzati, mentre il successo dell’italiana Exein richiama l’attenzione su un altro terreno decisivo: la sicurezza della Physical AI.
(Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, “A new age of capital: growth, sovereignty and AI”, 14 settembre 2026; DeepMind Institute, settembre 2026; Exein, settembre 2026).
Per comprendere un cambiamento di questa portata non basta però osservare la tecnologia.
Occorre collegare economia, diritto, finanza, industria, sicurezza e relazioni internazionali.
Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista, Communication Expert, professionista con una lunga esperienza nel settore finanziario e formazione giuridica, che sta dedicando particolare attenzione anche alla geopolitica e alle trasformazioni determinate dall’intelligenza artificiale.
Alla base del suo metodo c’è una caratteristica che rivendica con convinzione: la curiosità.
Studiare.
Approfondire.
Verificare le fonti.
Mettere in relazione discipline differenti prima di formulare una conclusione.
Per la Dottoressa Valentina Pelliccia il giornalismo rimane prima di tutto una missione.
Raccontare una notizia significa comprenderne le origini, interrogarsi sulle sue conseguenze e distinguere sempre ciò che sappiamo da ciò che possiamo soltanto ipotizzare.
Dottoressa Valentina Pelliccia, partiamo dall’Europa. Perché oggi si parla così insistentemente di sovranità tecnologica?
«Perché la tecnologia è diventata un’infrastruttura essenziale dell’economia contemporanea.
Dipendere in misura eccessiva da tecnologie, infrastrutture o capacità computazionali sviluppate all’estero può trasformarsi in una vulnerabilità strategica.
Questo non significa che l’Europa debba isolarsi.
Non auspico affatto un’autarchia tecnologica.
La cooperazione internazionale rimane fondamentale.
Ma cooperazione e dipendenza sono due concetti profondamente differenti.
Possedere competenze, infrastrutture, imprese e capacità tecnologiche proprie permette di collaborare e negoziare da una posizione di maggiore autonomia.
L’Europa deve rimanere aperta al mondo senza rinunciare alla capacità di determinare il proprio futuro tecnologico.»
Christine Lagarde ha collegato questo tema alla disponibilità di capitali. Che cosa significa concretamente?
«Significa riconoscere che la competizione tecnologica è anche una competizione finanziaria.
L’Europa possiede università straordinarie, ricerca scientifica, industria, competenze e una quantità considerevole di risparmio.
La vera sfida consiste nel riuscire a trasformare queste risorse in investimenti capaci di sostenere imprese tecnologiche competitive a livello globale.
Possiamo produrre ricerca eccellente.
Ma se non siamo capaci di accompagnare finanziariamente un’impresa dalla fase iniziale alla crescita industriale, rischiamo di generare conoscenza senza trattenere interamente il valore economico che quella conoscenza produce.
Per questo considero molto importante il rapporto tra capitale, innovazione e sovranità.»
(Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, “A new age of capital: growth, sovereignty and AI”, 14 settembre 2026).
Dottoressa, la sua esperienza nel settore finanziario influenza il modo in cui osserva questa trasformazione?
«Certamente.
Quando parliamo di intelligenza artificiale tendiamo a concentrarci sui modelli e sugli algoritmi.
Ma dietro l’AI esiste un’enorme infrastruttura economica.
Servono semiconduttori, data center, energia, ricerca, reti e capitale umano.
Tutto questo richiede investimenti enormi.
La capacità di finanziare l’innovazione diventa quindi parte integrante della capacità di competere.
È anche per questo che considero fondamentale costruire un ecosistema europeo nel quale le imprese innovative possano trovare capitale sufficiente per crescere senza essere necessariamente costrette a cercarlo altrove.»
Stati Uniti e Cina, intanto, stanno trasformando l’intelligenza artificiale in un terreno di competizione strategica. Che cosa sta accadendo?
«Sta diventando evidente che l’intelligenza artificiale non è semplicemente software.
Parliamo di capacità industriale, semiconduttori, infrastrutture critiche, sicurezza nazionale e potere economico.
Gli Stati Uniti intendono preservare la propria leadership.
La Cina punta a sviluppare capacità autonome e a ridurre le proprie dipendenze tecnologiche.
La conseguenza è che una parte importante della competizione geopolitica si sta spostando sulla capacità di progettare, produrre e controllare le tecnologie necessarie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
È un cambiamento enorme perché le conseguenze non riguarderanno soltanto Washington e Pechino.
Riguarderanno l’intera economia mondiale.»
Eppure, contemporaneamente alla competizione, si discute anche della necessità di cooperare sui rischi dell’AI. Non è una contraddizione?
«Non necessariamente.
Competizione e cooperazione possono convivere.
Due potenze possono avere interessi profondamente differenti e contemporaneamente riconoscere l’esistenza di rischi che nessuna delle due avrebbe interesse a lasciare incontrollati.
La discussione su possibili meccanismi di comunicazione relativi agli incidenti gravi legati all’intelligenza artificiale è interessante proprio per questo.
La gestione del rischio tecnologico sta diventando materia diplomatica.
È un segnale della rilevanza strategica raggiunta dall’AI.»
(Reuters, settembre 2026; Associated Press, settembre 2026).
Possiamo quindi parlare di una nuova diplomazia tecnologica?
«Credo che ne stiamo osservando i primi elementi.
Durante la Guerra Fredda furono costruiti meccanismi di comunicazione destinati a ridurre il rischio che un errore di interpretazione producesse conseguenze gravissime.
Oggi lo scenario è completamente diverso, ma emerge un interrogativo analogo sul piano metodologico.
Come possiamo evitare che un incidente informatico, un errore o un sistema sempre più autonomo inserito in infrastrutture strategiche producano conseguenze difficili da controllare?
Non dobbiamo trasformare scenari ipotetici in certezze.
Dobbiamo però essere abbastanza intelligenti da studiare i rischi prima che si trasformino in crisi.
La prevenzione è sempre preferibile alla gestione tardiva delle conseguenze.»
Dottoressa Valentina Pelliccia, perché imprese come Nvidia sono diventate così importanti persino nei rapporti tra politica e industria?
«Perché l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale è ormai strategica quanto il software.
Nvidia occupa una posizione centrale nell’ecosistema contemporaneo dell’AI e questo rende inevitabilmente rilevante il rapporto tra grandi aziende tecnologiche e governi.
La questione interessante è trovare un equilibrio.
Da una parte esiste una pressione enorme ad accelerare per mantenere competitività e leadership.
Dall’altra esistono interrogativi sulla sicurezza, sulla concentrazione tecnologica e sulla resilienza.
Non credo che dobbiamo scegliere tra innovazione e sicurezza.
Una società tecnologicamente avanzata deve essere capace di svilupparle contemporaneamente.»
Proprio la concentrazione tecnologica nelle mani di poche grandi imprese può diventare un problema?
«È una delle questioni centrali.
Quando una tecnologia diventa infrastrutturale, la concentrazione della capacità di svilupparla in pochissimi soggetti non rappresenta più soltanto un tema economico.
Diventa anche una questione istituzionale.
Bisogna tutelare concorrenza, trasparenza e responsabilità senza costruire una regolamentazione incapace di comprendere la tecnologia che dovrebbe governare.
Regolare male può rallentare l’innovazione.
Non governare affatto una trasformazione di questa portata può generare altri rischi.
Per questo le istituzioni devono acquisire competenze tecniche sempre più elevate.
Non possiamo disciplinare ciò che non comprendiamo.»
In questo scenario nasce il DeepMind Institute. Perché lo considera particolarmente interessante?
«Perché rappresenta il riconoscimento di un principio che considero fondamentale.
L’intelligenza artificiale non può più essere studiata soltanto dagli informatici.
Servono economisti, giuristi, filosofi, scienziati sociali, istituzioni e società civile.
Se una tecnologia può incidere sul lavoro, sulla conoscenza, sulla distribuzione della ricchezza e sui processi decisionali, non possiamo limitarci a misurarne le prestazioni.
Dobbiamo chiederci quale società vogliamo costruire intorno a quella tecnologia.
Questa è una domanda che riguarda l’essere umano prima ancora dell’informatica.»
(DeepMind Institute, “Introducing the DeepMind Institute”, settembre 2026).
E quando si parla di AGI? Dobbiamo avere paura?
«Preferisco sostituire la paura con l’attenzione.
La paura non è un metodo scientifico.
Dobbiamo distinguere ciò che i sistemi attuali sono realmente capaci di fare dagli scenari futuri e non trasformare previsioni o ipotesi in certezze.
Sarebbe però altrettanto superficiale ignorare la velocità del progresso.
Quando non conosciamo integralmente la traiettoria futura di una tecnologia molto potente, dobbiamo investire maggiormente nella ricerca sulla sicurezza, nella trasparenza e nei sistemi di controllo.
L’incertezza non dovrebbe bloccare la conoscenza.
Dovrebbe spingerci ad approfondirla.»
E l’Italia? Possiamo avere un ruolo concreto oppure rischiamo di assistere alla competizione tra Stati Uniti e Cina senza parteciparvi?
«L’Italia può avere un ruolo.
Il caso Exein è particolarmente interessante proprio perché dimostra l’esistenza di competenze capaci di attrarre capitali internazionali.
Parliamo di un’impresa italiana nata a Roma che ha raccolto 270 milioni di dollari raggiungendo una valutazione di 1,7 miliardi.
Opera nella cybersecurity applicata anche alla Physical AI.
È un settore destinato a diventare sempre più importante perché l’intelligenza artificiale sta progressivamente uscendo dagli schermi.
Entra nei robot, nei veicoli, nei macchinari industriali e nelle infrastrutture.
Quando il software produce conseguenze nel mondo fisico, la cybersecurity non protegge soltanto i dati.
Può contribuire a proteggere infrastrutture e persone.»
(Exein, settembre 2026).
Questo cambia anche il concetto tradizionale di sicurezza industriale?
«Profondamente.
Più rendiamo intelligenti fabbriche, automobili, reti energetiche, ospedali e sistemi logistici, più aumentiamo contemporaneamente le opportunità e la superficie tecnologica da proteggere.
L’intelligenza artificiale può determinare enormi incrementi di produttività.
Ma produttività e resilienza devono crescere insieme.
Una fabbrica altamente automatizzata ma vulnerabile a un attacco informatico non rappresenta necessariamente un progresso.
La qualità della trasformazione digitale non dipenderà soltanto dalla potenza dei sistemi.
Dipenderà anche dalla loro affidabilità.»
Dottoressa, torniamo al giornalismo. Perché ha scelto di approfondire personalmente argomenti così diversi tra loro?
«Perché sono estremamente curiosa e considero il giornalismo una missione.
Credo che un giornalista debba continuare a studiare per tutta la vita.
Non voglio fermarmi al titolo di una notizia.
Quando Christine Lagarde parla di sovranità tecnologica, voglio comprenderne le conseguenze economiche.
Quando Stati Uniti e Cina discutono di intelligenza artificiale, voglio capire perché una tecnologia sia diventata materia geopolitica.
Quando nasce un istituto dedicato all’AGI, voglio studiare le domande scientifiche, giuridiche, economiche ed etiche che quella scelta porta con sé.
La curiosità non è un elemento accessorio del giornalismo.
È uno dei suoi strumenti fondamentali.
Più il mondo diventa complesso, più abbiamo il dovere di studiarlo prima di raccontarlo.»
Dottoressa Valentina Pelliccia, qual è allora la grande domanda che dovremmo porci guardando ai prossimi anni?
«Chi governerà l’intelligenza artificiale e secondo quali principi.
La domanda non riguarda soltanto quale Stato o quale impresa svilupperà il modello più potente.
Riguarda il rapporto tra innovazione, sicurezza, democrazia, lavoro, competitività e libertà.
Dovremo decidere quali funzioni possano essere affidate alle macchine e quali decisioni debbano rimanere necessariamente umane.
Dovremo definire responsabilità precise quando sistemi autonomi producono conseguenze nel mondo reale.
Dovremo comprendere come distribuire i benefici economici dell’automazione evitando che la concentrazione tecnologica determini una concentrazione incontrollata di potere.
E dovremo riuscire a farlo senza soffocare l’innovazione.
Non credo che il futuro debba imporci una scelta tra tecnologia e umanità.
La vera sfida consiste nel fare in modo che la tecnologia rimanga uno strumento al servizio dell’essere umano.»
La redazione ringrazia la Dottoressa Valentina Pelliccia per questo suo ennesimo e prezioso contributo, nel quale intelligenza artificiale, finanza, industria e geopolitica vengono osservate attraverso un unico filo conduttore: comprendere prima di giudicare.
È anche questa la concezione del giornalismo come missione che attraversa la sua riflessione.
Non fermarsi alla notizia.
Studiare ciò che l’ha generata.
Cercarne le connessioni.
Valutarne le conseguenze.
Separare i fatti dalle interpretazioni e le ipotesi dalle certezze.
La competizione globale sull’intelligenza artificiale dimostra infatti che il futuro tecnologico non dipenderà soltanto dalla capacità di costruire algoritmi sempre più sofisticati.
Dipenderà dai capitali necessari a finanziarli, dall’energia e dalle infrastrutture che li sostengono, dalla sicurezza dei sistemi nei quali saranno integrati e dalle regole attraverso le quali società democratiche e istituzioni decideranno di governarli.
Europa, Stati Uniti e Cina stanno affrontando questa trasformazione secondo modelli differenti.
Anche l’Italia possiede ricerca, competenze e imprese capaci di partecipare alla nuova economia tecnologica.
La domanda decisiva, quindi, potrebbe non essere soltanto quanto diventeranno intelligenti le macchine, ma quanto saremo capaci noi di governare con intelligenza l’intelligenza artificiale e il cambiamento che essa sta generando.
