Fede, DNA, analisi scientifiche e presunti fenomeni soprannaturali: dalla Madonnina di Civitavecchia alle nuove norme della Chiesa, Valentina Pelliccia affronta uno dei territori più delicati del rapporto tra ciò che crediamo e ciò che possiamo dimostrare.
Una Madonna che piange sangue è un’immagine capace di attraversare immediatamente la ragione e raggiungere la dimensione più intima dell’essere umano.
Per un credente può diventare un segno. Per uno scienziato è, prima di tutto, un fenomeno da osservare. Per un giornalista dovrebbe essere una domanda da verificare.
Ed è precisamente in quello spazio, difficile ma necessario, tra fede e prova, che si colloca questa intervista alla Dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista e professionista con formazione giuridica, che rivendica il diritto di credere senza rinunciare al dubbio e, soprattutto, alla ricerca della verità.
Dottoressa Pelliccia, lei è credente. Non teme che sottoporre fenomeni religiosi alla verifica scientifica significhi mettere in discussione la fede?
«No. Ritengo, al contrario, che una fede autentica non debba avere paura della verità.
Io credo in Dio e proprio per questo non sento alcuna necessità di chiamare miracolo ciò che potrebbe avere una spiegazione naturale.
La scienza non deve dimostrare Dio e la fede non dovrebbe essere utilizzata per sottrarre un fenomeno materiale alla verifica.
Se una statua presenta una sostanza simile al sangue, possiamo domandarci scientificamente che cosa sia, se sia sangue umano, a chi appartenga e attraverso quale processo sia arrivato sulla superficie della statua.
Dopo queste verifiche può eventualmente cominciare un’altra riflessione. Ma confondere i due piani non aiuta né la scienza né la fede.»
Il caso probabilmente più famoso in Italia è quello della Madonnina di Civitavecchia. Che cosa sappiamo realmente?
«Il caso nasce nel 1995 e continua ancora oggi a suscitare interpretazioni opposte.
Un elemento particolarmente noto riguarda il materiale ematico: le analisi riportate nelle ricostruzioni del caso lo identificarono come sangue umano maschile.
Questo è certamente un dato interessante. Ma bisogna essere rigorosi: stabilire che una sostanza è sangue umano maschile non equivale a dimostrare che quel sangue abbia un’origine soprannaturale.
Sono due proposizioni completamente diverse.
Il compito del giornalismo dovrebbe essere proprio quello di impedire che dalla prima si passi automaticamente alla seconda.»
Uno dei punti più discussi riguarda il DNA. Perché?
«Perché il DNA avrebbe potuto aggiungere un elemento importante nell’individuazione della provenienza del sangue.
Ed è qui che occorre evitare ricostruzioni semplicistiche.
Sul mancato confronto genetico sono state pubblicate versioni differenti. Una ricostruzione critica ha insistito sulla mancata disponibilità al confronto da parte dei familiari. Il Corriere della Sera pubblicò invece nel 2005 una ricostruzione di Vittorio Messori secondo la quale la famiglia Gregori si sarebbe dichiarata disponibile e sarebbero stati alcuni specialisti, tra i quali viene citato il professor Giancarlo Umani Ronchi, a sconsigliare l’esame nelle condizioni in cui si trovavano i reperti, ritenendolo potenzialmente non attendibile.
Quando le fonti divergono, un giornalista non può scegliere la versione che rende più affascinante la storia. Deve dichiarare che esiste una controversia.»
Quindi Civitavecchia rappresenta una prova scientifica di un miracolo?
«Non possiamo affermarlo sulla base di questi elementi.
Ed è fondamentale capire il significato delle parole.
La scienza può stabilire, entro i limiti degli esami effettuati, la natura di una sostanza. Può ricercarne il DNA. Può analizzare una statua alla ricerca di cavità o dispositivi. Può studiare la distribuzione delle tracce.
Ma da nessuno di questi risultati discende automaticamente la conclusione: “dunque è intervenuto Dio”.
Quello sarebbe un salto logico, non un risultato sperimentale.
L’assenza di una spiegazione scientifica definitiva, inoltre, non costituisce di per sé la dimostrazione di una spiegazione soprannaturale. Significa semplicemente che, allo stato delle conoscenze e delle prove disponibili, qualcosa rimane non spiegato.»
Perché è così importante confrontare Civitavecchia con altri presunti fenomeni analoghi?
«Perché il metodo scientifico vive anche di confronto.
Nella storia delle cosiddette Madonne che piangono sangue sono stati segnalati casi nei quali successive verifiche hanno condotto verso spiegazioni completamente naturali o verso l’individuazione della provenienza biologica del materiale.
Questo non consente di concludere che tutti i fenomeni siano falsi. Sarebbe lo stesso errore logico, ma compiuto nella direzione opposta.
Ci insegna però una cosa essenziale: l’apparenza non è una prova.
Se vediamo del liquido rosso scendere dagli occhi di una statua, abbiamo osservato un fenomeno. Non ne abbiamo ancora dimostrato la causa.»
C’è quindi un errore tanto nel credente che vuole vedere necessariamente il miracolo quanto nello scettico che vuole escluderlo a priori?
«Esattamente.
Io non credo che la ricerca della verità debba trasformarsi in una guerra tra credenti e non credenti.
Dire “non sappiamo” è una delle espressioni intellettualmente più serie che possano esistere.
Il credente non dovrebbe avere bisogno di manipolare un’incertezza per trasformarla in certezza. Allo stesso modo, chi non crede non dovrebbe trasformare l’assenza di una prova del soprannaturale nella prova che il soprannaturale sia impossibile.
Sono piani differenti.
Personalmente posso avere fede e contemporaneamente pretendere il massimo rigore quando qualcuno formula un’affermazione verificabile scientificamente.»
Sorprende che oggi sia la stessa Chiesa cattolica ad adottare una posizione estremamente prudente. Che cosa è cambiato nel 2024?
«Questo è forse l’aspetto culturalmente più interessante dell’intera vicenda.
Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha emanato il 17 maggio 2024 nuove norme per il discernimento dei presunti fenomeni soprannaturali.
Il documento stabilisce espressamente che, in via ordinaria, non si deve prevedere un riconoscimento positivo dell’origine divina del fenomeno. E persino il Nihil obstat non certifica l’autenticità soprannaturale dell’evento.
La stessa Santa Sede precisa che i fedeli non sono obbligati a prestare un assenso di fede a questi fenomeni.
Mi sembra una distinzione di enorme importanza, perché spesso nell’opinione pubblica l’autorizzazione di una devozione viene interpretata impropriamente come certificazione del miracolo. Non è così.»
La Chiesa prevede anche l’intervento dell’analisi tecnico-scientifica?
«Sì. Ed è un passaggio che considero particolarmente significativo.
Le norme prevedono che l’istruttoria possa comprendere un esame tecnico-scientifico del presunto fenomeno e impongono un discernimento fondato sui fatti raccolti.
Il documento contempla persino l’ipotesi di una Declaratio de non supernaturalitate quando emergano elementi oggettivi che consentano di ricondurre il fenomeno a una mistificazione.
Questo dimostra che fede e verifica non devono necessariamente essere nemiche.»
Dunque la scienza può dimostrare che un miracolo non esiste?
«Bisogna formulare diversamente la domanda.
La scienza può dimostrare che un determinato fenomeno ha una determinata causa naturale, quando dispone delle prove necessarie.
Può scoprire, per esempio, che una sostanza deriva da un materiale, da una persona o da un processo fisico identificabile.
Quello che non dovrebbe fare è pronunciarsi oltre ciò che i dati consentono.
La grandezza del metodo scientifico risiede anche nei suoi limiti: una conclusione è tanto più seria quanto più distingue ciò che sappiamo da ciò che ipotizziamo.»
E allora dove rimane Dio?
«Per me Dio non ha bisogno di nascondersi dentro una provetta.
La fede appartiene a una dimensione molto più profonda della mia vita e non dipende dal risultato di un’analisi di laboratorio.
Posso credere e, contemporaneamente, chiedere che un presunto fenomeno fisico venga analizzato con tutti gli strumenti disponibili.
Anzi, credo che il dubbio, quando è autentica ricerca e non pregiudizio, possa rappresentare una forma di rispetto verso la verità.
La fede può cominciare dove la capacità della scienza di pronunciarsi si arresta. Ma proprio per questo non dovremmo utilizzare la fede per riempire arbitrariamente ciò che ancora non sappiamo.»
Qual è allora la domanda che dovremmo porci davanti alla prossima immagine di una Madonna che sembra piangere sangue?
«Non chiederei immediatamente: “È un miracolo?”.
Chiederei: “Che cosa sappiamo? Che cosa è stato realmente verificato? Quali sono le fonti? Quali analisi sono state eseguite? Sono riproducibili? Esistono spiegazioni alternative? E che cosa, invece, rimane ancora sconosciuto?”.
Solo dopo possiamo parlare del significato che quell’esperienza assume per chi crede.
La fede merita rispetto. La scienza merita rigore. E la verità merita entrambe le cose.»
Le norme del 2024 del Dicastero sembrano condensare proprio questa prudenza: il Nihil obstat non equivale a una dichiarazione di soprannaturalità e la Chiesa stessa richiede che i fenomeni siano sottoposti a discernimento, contemplando anche l’esame tecnico-scientifico.
Forse è qui che il dibattito sulle Madonne che piangono sangue diventa qualcosa di più grande di una controversia religiosa. Diventa una lezione sul metodo.
Credere non significa rinunciare a verificare.
Dubbitare non significa necessariamente negare.
E dire «non lo sappiamo ancora» non è una sconfitta della ragione. È, molto spesso, il punto esatto dal quale comincia una ricerca seria.
Ringraziamo la Dottoressa Valentina Pelliccia per il suo ennesimo speciale contributo.
