Titanic, la “mummia maledetta” e il mistero di William T. Stead: la dottoressa Valentina Pelliccia chiede di tornare alle fonti

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A oltre un secolo dal naufragio del Titanic, avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, continuano a esistere interrogativi, coincidenze e leggende che hanno contribuito a trasformare la tragedia più celebre della storia della navigazione in un fenomeno culturale mondiale. Tra queste c’è la storia della cosiddetta “Unlucky Mummy”, il reperto egizio conservato al British Museum al quale, nel corso del tempo, furono attribuite sciagure e morti misteriose. Una leggenda arrivò addirittura a collocarlo sul Titanic. Il museo britannico smentisce categoricamente questa circostanza: il reperto EA22542 non lasciò il British Museum fino al 1990. Ma nella storia compare un elemento autentico e sorprendente: William Thomas Stead, uno dei più importanti giornalisti britannici dell’epoca, viaggiava realmente sul Titanic, raccontò realmente ad altri passeggeri la storia della presunta maledizione e morì nel naufragio.

La Dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista, propone di tornare alle fonti originali e separare ciò che sappiamo da ciò che, nel corso di oltre un secolo, è diventato leggenda. (British Museum, EA22542; U.S. Senate Titanic Inquiry, 1912; British Wreck Commissioner’s Inquiry, 1912)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: Dottoressa Valentina Pelliccia, perché tornare ancora sul Titanic dopo oltre cento anni?

Valentina Pelliccia: «Perché un caso storico non diventa necessariamente privo di interesse quando conosciamo la sua conclusione ufficiale. Al contrario, il trascorrere del tempo può consentire di confrontare archivi, testimonianze, giornali dell’epoca e documentazione oggi facilmente accessibile. Non intendo mettere in discussione un dato accertato: il Titanic colpì un iceberg e le inchieste ufficiali ricostruirono una concatenazione di circostanze concrete. Mi interessa un’altra domanda: quanto della storia che oggi conosciamo appartiene ai documenti e quanto alla successiva costruzione del mito? “Riaprire il caso”, per me, significa questo: riaprire il dossier delle fonti, non sostituire i fatti con una teoria.» (U.S. Senate Historical Office; British Wreck Commissioner’s Inquiry)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: Partiamo allora dalla cosiddetta “mummia maledetta”. Esiste veramente?

Valentina Pelliccia: «Sì, l’oggetto esiste, ma già definirlo “mummia” è improprio. Il British Museum lo cataloga con il numero EA22542 e con il titolo popolare “The Unlucky Mummy”. È una mummy-board, una tavola funeraria lignea dipinta e ricoperta di gesso, datata intorno al 950 a.C., XXI dinastia, probabilmente proveniente da Tebe. Era destinata a essere collocata sopra un corpo mummificato. È quindi un reperto archeologico autentico intorno al quale, molti secoli dopo la sua realizzazione, si è costruita una seconda esistenza fatta di racconti e superstizioni.» (British Museum, Collection EA22542)
Redazione del Corriere dello Spettacolo: È davvero la mummia di una sacerdotessa di Amon-Ra?
Valentina Pelliccia: «Qui bisogna essere rigorosi. La definizione di “sacerdotessa di Amon-Ra” appartiene alla tradizione sviluppatasi intorno al reperto, ma non abbiamo elementi sufficienti per identificare con certezza la donna rappresentata. Il British Museum stesso distingue l’oggetto archeologico dalle storie folkloristiche che gli sono state attribuite. Quando un dettaglio suggestivo viene ripetuto migliaia di volte può trasformarsi, nella percezione collettiva, in un fatto. Ma ripetizione e prova sono due cose profondamente diverse.» (British Museum)

Pelliccia

Redazione del Corriere dello Spettacolo: E la maledizione?

Valentina Pelliccia: «Anche la leggenda della maledizione esiste storicamente, nel senso che è documentato che sia stata raccontata. È cosa diversa dall’affermare che una maledizione esista realmente. Alla tavola furono progressivamente associate storie di incidenti, morti, difficoltà economiche e altre disgrazie che avrebbero colpito persone entrate in contatto con essa. Il British Museum è molto chiaro: queste narrazioni non hanno una base fattuale dimostrata. Questo, tuttavia, non rende meno interessante studiare quando siano nate, chi le abbia diffuse e attraverso quali giornali siano arrivate fino a noi.» (British Museum)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: La Unlucky Mummy era dunque sul Titanic?

Valentina Pelliccia: «Per il reperto EA22542, la risposta sulla base della documentazione disponibile è no. Ed è un punto che va detto chiaramente. Il British Museum afferma che l’oggetto non lasciò il museo fino al 1990, quando fu concesso per un’esposizione temporanea. Il Titanic affondò nel 1912. Quindi non esiste una base documentale per collocare quel reperto sulla nave. Se emergesse un giorno una fonte primaria incompatibile con questa ricostruzione, andrebbe studiata; allo stato attuale, però, la documentazione museale è inequivocabile.» (British Museum, EA22542)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: Allora perché la storia della mummia è diventata indissolubilmente legata al Titanic?

Valentina Pelliccia: «Ed è qui che la vicenda diventa, a mio giudizio, straordinariamente interessante. Sul Titanic viaggiava William Thomas Stead, 62 anni, giornalista, editore, riformatore sociale, pacifista e uomo profondamente interessato allo spiritualismo. Era un passeggero di prima classe, biglietto numero 113514, imbarcato a Southampton. Stava andando negli Stati Uniti anche per partecipare a iniziative legate alla pace. Stead morì nel naufragio e il suo corpo non fu identificato.» (Encyclopedia Titanica; W. T. Stead Resource Site)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: È vero che Stead parlò della mummia proprio sul Titanic?

Valentina Pelliccia: «Questo è uno degli elementi più importanti. Frederic Kimber Seward, avvocato americano e sopravvissuto del Titanic, sedeva a tavola accanto a Stead. Secondo la testimonianza riportata dalla stampa dell’epoca, Seward raccontò che Stead parlava di spiritualismo, trasmissione del pensiero e occultismo e che gli narrò la storia di una “mummy case” conservata al British Museum. Secondo quel racconto, l’oggetto avrebbe portato grandi sciagure alle persone che ne avessero scritto la storia. Stead avrebbe aggiunto che conosceva quella vicenda, ma che non l’avrebbe mai scritta. Questo non prova alcuna maledizione. Prova però qualcosa di storicamente molto interessante: la storia della mummia venne effettivamente raccontata a bordo del Titanic da un uomo che sarebbe morto poche ore dopo nel naufragio.» (testimonianza di Frederic Kimber Seward riportata nelle fonti dell’epoca; Encyclopedia Titanica)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: È questa testimonianza che trasforma una leggenda in un caso giornalistico?

Valentina Pelliccia: «Esattamente. Non perché dimostri il soprannaturale, ma perché permette di ricostruire la genealogia di una notizia. Abbiamo un reperto reale a Londra. Abbiamo una leggenda precedente al naufragio. Abbiamo un giornalista realmente sul Titanic che racconta quella leggenda. Abbiamo un sopravvissuto che riferisce la conversazione. Abbiamo la morte di Stead. E immediatamente dopo abbiamo la stampa che trasforma questa concatenazione di elementi in una narrazione potentissima. Questo è un laboratorio straordinario per comprendere come nasce un mito mediatico.»

Redazione del Corriere dello Spettacolo: Quanto rapidamente la stampa collegò la presunta maledizione alla tragedia?

Valentina Pelliccia: «Rapidissimamente. Già il 19 aprile 1912, pochi giorni dopo il naufragio, il New York World pubblicò un racconto relativo alla storia narrata da Stead durante il viaggio. Il 12 maggio 1912 il Washington Post arrivò a pubblicare un articolo dal titolo “Ghost of the Titanic: Vengeance of Hoodoo Mummy Followed Man Who Wrote Its History”. Siamo a meno di un mese dalla tragedia. Questo è fondamentale perché dimostra che il collegamento tra Stead, la mummia e il Titanic non è una leggenda nata con Internet o con il cinema contemporaneo. È una costruzione narrativa che nasce praticamente insieme alla tragedia.» (New York World, 19 aprile 1912; Washington Post, 12 maggio 1912)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: Ma Stead è interessante anche per un’altra coincidenza impressionante. Aveva scritto in precedenza di naufragi.

Valentina Pelliccia: «Sì, e qui bisogna evitare la parola “profezia”, perché sarebbe una conclusione che le fonti non autorizzano. Ma la coincidenza storica è notevole. Il 22 marzo 1886 Stead pubblicò “How the Mail Steamer Went Down in Mid Atlantic by a Survivor”. Era un racconto concepito anche come ammonimento sui pericoli rappresentati dall’insufficienza delle scialuppe. Stead sottolineava che una simile tragedia avrebbe potuto realmente verificarsi se i transatlantici fossero stati mandati in mare senza un numero sufficiente di imbarcazioni di salvataggio. Ventisei anni dopo morì su una nave che disponeva di posti sulle scialuppe per 1.178 persone, insufficienti per tutte le persone a bordo.» (W. T. Stead, Pall Mall Gazette, 22 marzo 1886; British Wreck Commissioner’s Inquiry)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: E non fu l’unico racconto?

Valentina Pelliccia: «No. Nel 1892 pubblicò “From the Old World to the New”, nel quale compare una nave che soccorre i superstiti di un’altra imbarcazione entrata in collisione con un iceberg. Ancora una volta: non parlerei di premonizione come fatto. Direi invece che siamo davanti a una coincidenza biografica e letteraria straordinaria. Un uomo scrive di naufragi, insufficienza delle scialuppe e di una collisione con un iceberg; vent’anni dopo sale sul Titanic e muore in una tragedia nella quale iceberg e insufficienza dei mezzi di salvataggio diventano elementi centrali. È comprensibile che tutto questo abbia alimentato l’immaginario collettivo.» (W. T. Stead, Review of Reviews, 1892; U.S. Senate Titanic Inquiry)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: Lei parla di “riaprire il caso”. Che cosa vorrebbe verificare concretamente?

Valentina Pelliccia: «Vorrei partire esclusivamente dalle fonti primarie. Rileggere sistematicamente le oltre mille pagine delle audizioni del Senato americano, confrontarle con le trentasette sedute dell’inchiesta britannica e con le deposizioni dei novantasette testimoni ascoltati nel Regno Unito. Poi incrociare registri passeggeri, manifesti di carico, corrispondenza, telegrammi Marconi, giornali pubblicati tra aprile e maggio 1912 e testimonianze dei sopravvissuti. Non per dimostrare una tesi già decisa, ma per sottoporre ogni ipotesi alla prova contraria. È così che dovrebbe funzionare un’inchiesta.» (U.S. Senate Historical Office; British Wreck Commissioner’s Inquiry)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: Esistono ancora questioni concrete nella ricostruzione del naufragio che meritano attenzione?

Valentina Pelliccia: «Certamente, purché non vengano confuse con il soprannaturale. Le fonti ufficiali documentano che il Titanic ricevette diversi avvisi relativi alla presenza di ghiaccio. L’inchiesta britannica stabilì che la nave procedeva a circa 22 nodi e giudicò quella velocità eccessiva nelle circostanze. Stabilì inoltre che non furono impartiti ordini per ridurla e che, nelle condizioni esistenti, la sorveglianza non era sufficiente. Sono fatti molto più importanti di qualsiasi leggenda perché riguardano decisioni umane verificabili.» (British Wreck Commissioner’s Inquiry, Findings of the Court)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: Quanti avvisi di ghiaccio erano arrivati?

Valentina Pelliccia: «La documentazione è articolata, perché bisogna distinguere i messaggi ricevuti, quelli arrivati al comandante e quelli gestiti dagli operatori radio. L’inchiesta statunitense ritenne comunque provato che almeno tre avvertimenti relativi al ghiaccio fossero arrivati direttamente al comandante nella giornata del 14 aprile. L’inchiesta britannica ricostruì, tra gli altri, i messaggi della Caronia e della Baltic. Questo è materiale documentale, non interpretazione.» (U.S. Senate Titanic Inquiry; British Wreck Commissioner’s Inquiry)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: E le scialuppe?

Valentina Pelliccia: «Il Titanic disponeva di venti imbarcazioni di salvataggio, con una capacità complessiva dichiarata di 1.178 persone. L’inchiesta americana fu particolarmente critica anche sulle modalità con cui vennero utilizzate: alcune partirono senza sfruttare tutta la loro capacità. Il Senato concluse che il mancato utilizzo pieno dei posti disponibili contribuì alla perdita di ulteriori vite. Anche questo dimostra perché il Titanic debba essere studiato come concatenazione di fattori e decisioni, non ridotto a un singolo elemento.» (British Wreck Commissioner’s Inquiry; U.S. Senate Titanic Inquiry)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: Quindi lei esclude che la “maledizione” abbia provocato il naufragio?

Valentina Pelliccia: «Non esiste alcuna prova scientifica o storica che permetta di attribuire un incidente navale a una maledizione. E soprattutto il reperto EA22542 non era sul Titanic. Sarebbe metodologicamente scorretto sostenere il contrario. Ma il compito di un giornalista non è nemmeno cancellare una storia perché contiene elementi irrazionali: è ricostruire come quella storia sia nata. E in questo caso la genesi della leggenda è quasi più affascinante della leggenda stessa.»

Redazione del Corriere dello Spettacolo: C’è allora una domanda che rivolgerebbe oggi al British Museum?

Valentina Pelliccia: «Sì. Non chiederei se la mummia abbia affondato il Titanic, perché la domanda partirebbe da una premessa priva di prova. Chiederei invece di poter ricostruire integralmente la provenienza documentale di EA22542 dal suo ingresso nella collezione nel 1889, individuare i primi documenti nei quali compare la fama di “Unlucky Mummy” e verificare quali persone abbiano contribuito a costruirne la leggenda prima del 1912. Vorrei capire quando un reperto archeologico è diventato un oggetto narrativo.» (British Museum)

Redazione del Corriere dello Spettacolo: E su William T. Stead quale documento vorrebbe trovare?

Valentina Pelliccia: «Vorrei ricostruire minuto per minuto, per quanto possibile, le sue ultime ore attraverso testimonianze indipendenti. Sappiamo che era sul Titanic. Sappiamo che morì. Abbiamo la testimonianza di Seward sul racconto della mummia. Ma proprio perché la vicenda è suggestiva bisogna applicare uno standard probatorio ancora più severo. Vorrei individuare tutte le testimonianze coeve che ricordano quella conversazione, verificare quando furono raccolte, da chi e con quali eventuali variazioni. La memoria di un sopravvissuto è una fonte storica preziosa, ma deve essere confrontata con le altre.»

Redazione del Corriere dello Spettacolo: Perché questa storia continua ad affascinarci dopo oltre un secolo?

Valentina Pelliccia: «Perché mette insieme due forze potentissime dell’immaginario umano: la fiducia assoluta nella tecnologia e la paura di ciò che non riusciamo a spiegare. Il Titanic rappresentava il progresso industriale, la potenza ingegneristica, la modernità. La “Unlucky Mummy” appartiene invece a un universo antico, simbolico, misterioso. Quando questi due mondi vengono fatti incontrare nella stessa narrazione nasce una storia quasi perfetta. Ma proprio perché è perfetta dobbiamo diffidarne e controllarne ogni passaggio.»

Dottoressa Valentina Pelliccia

Redazione del Corriere dello Spettacolo: Alla fine di questa ricerca, che cosa resta davvero della “mummia maledetta del Titanic”?

Valentina Pelliccia: «Resta un reperto egizio autentico di circa tremila anni, conservato al British Museum. Resta una leggenda della maledizione realmente circolata. Resta William Thomas Stead, giornalista realmente imbarcato sul Titanic, che realmente raccontò a un sopravvissuto una storia relativa alla mummy case del British Museum e che poche ore dopo morì nel naufragio. Resta una stampa che, già nell’aprile e nel maggio 1912, trasformò questi elementi in un racconto destinato a sopravvivere per più di un secolo. Non resta, invece, una prova che EA22542 fosse sul Titanic, perché la documentazione disponibile dice il contrario. E non esiste alcuna prova che una maledizione abbia provocato il disastro.»

Redazione del Corriere dello Spettacolo: Allora qual è la domanda con cui vorrebbe chiudere questa inchiesta?

Valentina Pelliccia: «Non chiederei: “Una mummia ha affondato il Titanic?”. Sarebbe una domanda spettacolare, ma sbagliata. Chiederei qualcosa di molto più interessante: come è stato possibile che, nel giro di poche settimane, un reperto che si trovava a Londra diventasse, nell’immaginario mondiale, un passeggero fantasma del Titanic? Chi costruì per primo quel collegamento? Quali passaggi della storia provengono da testimoni diretti e quali furono aggiunti successivamente? È qui che vorrei riaprire il caso. Perché le leggende non nascono dal nulla. Nascono quasi sempre attorno a un nucleo di realtà. Il lavoro del giornalista consiste nel raggiungere quel nucleo, togliendo uno dopo l’altro tutti gli strati che il tempo gli ha costruito intorno.»

Fonti principali: British Museum, Collection EA22542 “The Unlucky Mummy”; U.S. Senate, Titanic Disaster Hearings e Final Report, 1912; British Wreck Commissioner’s Inquiry, Report, 1912; William T. Stead, “How the Mail Steamer Went Down in Mid Atlantic by a Survivor”, Pall Mall Gazette, 22 marzo 1886; William T. Stead, “From the Old World to the New”, Review of Reviews, 1892; testimonianza di Frederic Kimber Seward; New York World, 19 aprile 1912; Washington Post, “Ghost of the Titanic: Vengeance of Hoodoo Mummy Followed Man Who Wrote Its History”, 12 maggio 1912; Encyclopedia Titanica.
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Ringraziamo, come sempre, la Dottoressa per la sua disponibilità, precisione, professionalità e per gli argomenti trattati in modo eccezionale.

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