La nascita di Tuttomondo
La storia di Tuttomondo comincia nell’inverno del 1987, nel Greenwich Village di New York. Roberto e Piergiorgio Castellani, padre e figlio, imprenditori di Pontedera, incontrano casualmente Keith Haring e gli propongono di realizzare un grande murale in Toscana. L’artista accoglie immediatamente l’idea. Il progetto nasce pensando a Firenze, ma non trova seguito. Sarà Pisa a raccogliere quella proposta, individuando nel muro laterale del convento di Sant’Antonio Abate, nel cuore della città, a pochi passi dalla stazione ferroviaria, il luogo destinato a ospitare uno degli interventi pubblici più significativi dell’arte contemporanea. Il priore del convento, Padre Luciano Masetti, accettò con grande apertura, riconoscendo il valore di questo incontro inatteso: il linguaggio urbano di Keith Haring entrava in dialogo con la parete di una chiesa. Nel giugno del 1989, Haring arriva a Pisa per dipingere, senza alcun compenso, Tuttomondo. A soli trentun anni è già uno degli artisti più autorevoli della scena internazionale, protagonista di Documenta di Kassel, della Biennale del Whitney, della Biennale di Venezia e dell’intervento sul Muro di Berlino.
Il documentario: una testimonianza unica
Tre giovani filmmaker pisani – Andrea De Gioia, Roberto Burchielli e Andrea Soldani, fondatori dell’allora Interferenze – decidono di seguire Haring con la macchina da presa, testimoniando in presa diretta ogni fase della realizzazione del murale. Da quella intuizione nasce un documento unico: il racconto contemporaneo della creazione dell’ultima grande opera dell’artista americano. Per quattro giorni la troupe segue Haring durante il lavoro, filmando il processo creativo e il rapporto spontaneo con la città. In un’epoca precedente a internet, smartphone e social network, centinaia di persone si ritrovano davanti al cantiere per assistere alla realizzazione dell’opera trasformando quel momento in un vero e proprio happening collettivo. Le immagini seguono il ritmo creativo di Haring, narrano il dialogo con cittadini e curiosi e la straordinaria partecipazione di una comunità che diventa parte integrante della storia di Tuttomondo. Il documentario nasce come un progetto condiviso con Keith Haring, che aveva seguito e sostenuto il racconto cinematografico di Tuttomondo. L’artista avrebbe dovuto vedere il film una volta completato, ma la sua scomparsa, avvenuta nel febbraio del 1990, pochi mesi dopo la realizzazione del murale, gli impedì di assistere al risultato finale. Il lavoro di recupero condotto negli ultimi anni ha permesso di ricostruire integralmente quel materiale e di riportare alla luce il patrimonio digitale creato da Haring per il progetto audiovisivo, oggi presentato per la prima volta all’interno del film.
«Un artista che agiva febbrilmente perché sentiva la malattia e la morte diventare sempre più fedeli compagne, desideroso, come Matisse nella Chapelle du Rosaire di Vence, di lasciare ai posteri un indimenticabile messaggio di unione e fratellanza nella Toscana dei maestri rinascimentali e della cultura umanistica» osserva Alessandro Romanini, curatore della rassegna. «Tuttomondo, oltre a essere un richiamo all’uguaglianza e all’unità degli esseri umani oltre ogni barriera di razza, religione e orientamento sessuale, testimonia la straordinaria capacità di Keith Haring di cogliere lo spirito del proprio tempo.» Prodotto da Andrea De Gioia e diretto da Andrea Soldani, Tuttomondo è un documento unico dell’ultima stagione creativa di Keith Haring. Grazie al prezioso contributo di Adrian Wilson, curatore di una delle più importanti collezioni di opere digitali (David Hockney, Larry River, Jennifer Bartlett e altri) eseguite al Paintbox negli anni Ottanta, l’insieme delle opere contenute in questo film, testimonia non soltanto la nascita di uno dei murali più celebri del Novecento, ma anche la riscoperta di un patrimonio digitale rimasto invisibile per oltre trent’anni.
Bruno Grillo

