La Stagione scaligera si chiude con titoli di grande repertorio, e lo fa con un’opera amatissima: La Traviata. Celebre titolo dalla trilogia, detta “popolare”, del compositore bussetano è in programma per 12 recite (tutte esaurite) nella storica messinscena ideata da Liliana Cavani e ripresa da Marina Bianchi, scene di Dante Ferretti. Un allestimento sontuoso, portato anche all’estero nelle molte tournée, a tratti eccessivamente sfarzoso, quale ambientazione della vicenda narrata. Opera in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, composta da Verdi in parte a Roma, durante le prove de Il Trovatore al Teatro Apollo, in parte nella sua villa di S. Agata. La prima rappresentazione avvenuta il 6 marzo 1853 al Teatro La Fenice di Venezia, passò alla storia per il suo insuccesso. Nonostante gli sforzi compiuti da alcuni studiosi per dimostrare il contrario, gira ancora la leggenda che l’opera cadde alla prima perché gli interpreti indossavano abiti parigini moderni, e il pubblico fischiò; ma nel libretto di quella sera si legge chiaramente: “La scena è a Parigi e sue vicinanze nel 1700 circa”. Per oltre un trentennio, i vestiti di Traviata, rimasero fermi alla messa in scena del ‘700. Verdi insistette con l’impresario Lasina perché la vicenda avesse lo sfondo della Parigi dei tempi correnti (e non in quelli del Cardinal Richelieu, voluti da Piave). L’ultima parola spettava alla censura. Irremovibile, pretese che periodo e costumi fossero del tempo dei Promessi Sposi! Passò molto tempo prima che si avvertisse la necessità di spostare l’ambientazione dell’opera come prevedeva il testo di Dumas. Il famoso “fiasco” della prima è stato amplificato ed esagerato, non ultimo dallo stesso Verdi. Dopo il debutto, la stampa trattò la nuova opera in maniera rispettosa, tanto che il numero di rappresentazioni previste non mutò. L’accoglienza distratta del pubblico veneziano trova, forse, spiegazione nel fatto che il compositore non aveva adattato bene le parti per i cantanti a disposizione. La parte di Germont padre, non di primo piano, se si pensa al primo interprete, Felice Varesi, creatore di ruoli quali Rigoletto e Macbeth. Il compositore non permise all’editore Ricordi di “affittare” a nessun altro teatro la partitura per i mesi a venire: l’anno successivo acconsentì a nuove rappresentazioni, ancora una volta a Venezia, ma con un cast vocale che avesse la sua approvazione. Il 6 maggio 1854 al Teatro di San Benedetto, il giudizio del pubblico mutò radicalmente ed all’opera si aprì la via di un successo che si ripete recita dopo recita. Impossibilitato a prendersi carico della ripresa dell’opera (era a Parigi), Verdi operò pochi ma significativi cambiamenti alla partitura, ad esempio il gran duetto del secondo atto; gli altri ritocchi che si possono notare solo confrontando le (poche) partiture originali superstiti. Il compositore aveva dato a Ricordi nuovi spartiti vocali, ordinando di distruggere le vecchie copie. Un modo per riaffermare che La Traviata che tornava in scena al San Benedetto, era la stessa caduta alla Fenice… In quest’edizione tutti gli occhi (e orecchie) erano puntati sull’Interprete principale, il soprano Nadine Sierra che nei panni di Violetta Valery debuttava a Milano, pur avendo già cantato la parte sia in Italia sia all’estero. Alla Scala aveva ben impressionato quale Gilda in Rigoletto, qualche stagione fa e con questa interpretazione si afferma come una delle migliori Violette in circolazione. Pur non dotata di strumento originale nel colore di voce, discreto il volume, si è ammirata la sicurezza vocale che non ha fallito davanti a nessuna delle difficoltà di cui la partitura è piena. L’indiscutibile avvenenza fisica la avvantaggia non poco in quest’allestimento: non è travolgente sul versante scenico, ma sapiente su quello interpretativo, capace di suscitare quel pathos vocale che solo può trasformare una cantante in una vera artista. Subito si mette in evidenza con voce ben proiettata nel Brindisi e nel contraltare nel primo duetto con Alfredo, in vocalizzazione nitida e sgranata. E’strano sa farsi subitamente riflessiva, pensosa di iniziali titubanze: vibra e sfoggia un’arcata sonora arricchita da smorzandi, sempre a fini espressivi. Nessuna preoccupazione nell’Ah, forse è lui che l’anima, in suadente attacco quasi trepidante, e rallentandi comunicativi e acuti tenuti in pianissimo. Struggente evocazione di un’anima sognante, in purezza di flusso vocale e padronanza di fiati. Meno intrigante Follie! follie! ma tecnicamente inappuntabile nei vortici a velocità a spirale. Convince tutti gli spettatori cantando molto bene il finale dell’atto primo, sia nelle agilità sia nelle colorature più drammatiche, con un Mi bemolle non sfolgorante. Nel secondo atto canta con passione più intensa e solita intelligenza vocale; convincente incipit Sarà lui che attendo e commovente …col pentimento mio! …era felice troppo. Notevole Non sapete quale affetto, straziante dichiarazione. Nel duetto con Germont padre riesce a trasmettere il risentimento, l’orgoglio di donna ferita e, poi, la sua rassegnazione, su un accompagnamento orchestrale di maniera. Così alla misera strappa commozione, mentre – eseguito su un fiato fascinosissimo – Dite alla giovine colpisce al cuore, e nella ancor più stremata ripresa dell’aria. Si erge statuaria e fiera in Morrò la mia memoria. Ed or si scriva a lui in flautato mix di accoramento e disperazione. Concitata si fa in Tu m’ami, per diventar febbrile in Amami Alfredo, allargandosi in amorosa espansività. Nella scena della festa, il costume di Violetta è di un rosso troppo acceso, ma ancor più accesa è la passione che mette in Alfredo, Alfredo di straziante intensità. Nel terzo atto la Sierra, sempre sicura e sciolta, cava da ogni frase una lettura più intimista e personale. Ottimo Addio del passato, allucinata reminiscenza resa in toni flautati. Acuti sempre ben immascherati e limpidi. Si impegna allo spasimo in Gran Dio morir si giovine; rallentando il tempo in Se una pudica vergine, il climax si fa troppo estenuato, pur reso con sincera efficacia. Alfredo Germont aveva la voce del tenore Piero Pretti che si impegna, ma senza gran smalto e passionalità a rendere credibile un personaggio che, a partire da Un dì felice resta fondamentalmente atono nel fraseggio. Sicuro in Dei miei bollenti spiriti ben eseguito, ma non emoziona: pur cantato con impeto giovanile, non sa trasmettere la felicità dell’innamorato. Lo stesso dicasi del ben compitato Oh, mio rimorso caratterizzato da impeto di maniera, cui non riesce a dare uno spessore umano, un cuore veramente appassionato e sensuale, a un personaggio che resta un cliché, lontano dalle complessità psicologiche dei sentimenti dell’eroina. Più espressivo il baritono Boris Pinkhasovich, con intubato ingresso in scena che si riscatta in un credibile Pura siccome e meglio fa in Un dì quando le veneri in cui fa valere la qualità del timbro a delineare un perbenistico e severo Giorgio Germont, borghesemente e cinicamente compreso del suo ruolo sociale. Di Provenza dispiega belle qualità nel registro superiore, si impegna ad essere credibile interprete e ci riesce, per terminare con una cabaletta che non aggiunge nulla al personaggio. Completavano il cast, senza infamia e senza lode, Flora Bervoix Carlotta Vichi, Gastone Francesco Pittari, Barone Douphol Fabrizio Beggi, Marchese d’Obigny Gianluca Failla e Dottor Grenvil Xhieldo Hyseni. Alterna e non sempre convincente la direzione del Maestro Michele Gamba che affida più alle dinamiche sonore (or tempi estenuati e lenti or accapigliati di tempestose ed esasperate sonorità) l’interpretazione del dramma. L’insistenza verso tempi sempre più stretti si tramuta, in alcuni casi, nell’eccessiva “secchezza” del momento musicale. Tempi serrati impone al Coro, in sillabazione frenetica, senza una particolare idea interpretativa. Ben reso il Preludio del III atto, in avvolgente sordina. La regia di Liliana Cavani, pur con qualche stanchezza, dà una lettura calligrafica dell’opera: alcune cose non sono risolte al meglio, altri particolari sono sovrabbondanti. Scene iper di Dante Ferretti, Costumi lussuosi di Gabriella Pescucci e Coreografie Micha van Hoecke, Luci Andrea Giretti. Caloroso successo di pubblico con ovazioni per Nadine Sierra. Al Teatro alla Scala.
GF. Previtali Rosti

