Menecmi: come l’ottone e l’oro …

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In scena il 6 agosto 2026 al Teatro Romano di Volterra.

“C’era una volta il padre di due fratelli,
Menecmo e Sosicle eran gemelli,
omozigoti, tanto simili tra loro
da essere indistinguibili come l’ottone e l’oro”.

La messinscena I Menecmi – Come l’ottone e l’oro del Collettivo V.A.N. si colloca nel solco delle riscritture contemporanee di Plauto che non cercano la fedeltà museale, ma la riattivazione del testo come dispositivo vivo. Il dramma degli equivoci diventa qui un’occasione per interrogare la natura relazionale dell’identità e la necessità del riconoscimento reciproco. La scelta dei Menecmi non risponde a un gusto per la commedia del doppio, bensì alla volontà di indagare la condizione umana come ricerca dell’altro: un gemello che dedica la vita a ritrovare il fratello perduto è, nella lettura della compagnia, una figura paradigmatica dell’essere umano che tenta di orientarsi nel caos degli eventi per trovare un punto di verità.

Lo spazio scenico iniziale, la Trapani delirante del primo Menecmo, non è un semplice sfondo ma un ecosistema identitario. La routine caotica, fatta di problemi, colpi bassi e musica, costruisce un mondo che vive di eccessi e contraddizioni. L’arrivo del secondo Menecmo, cresciuto a Napoli, introduce una frizione che non è solo narrativa: è ontologica. Il doppio, nella tradizione plautina, è un espediente comico; nella versione del Collettivo V.A.N. diventa un campo di tensione tra identità e alterità, tra ciò che si è e ciò che si potrebbe essere. Il caos non è un incidente dell’intreccio, ma la condizione necessaria affinché il riconoscimento finale acquisti valore.

In questo quadro, il lavoro degli interpreti è decisivo. Andrea Di Falco, Gabriele Manfredi, Andrea Pacelli, Gabriele Rametta e Pierantonio Savo Valente costruiscono una coralità compatta, in cui ogni corpo scenico è chiamato a oscillare tra registro comico e tensione identitaria. La fisicità degli attori diventa il vero luogo del doppio: non solo i gemelli, ma tutti i personaggi sono attraversati da slittamenti, fraintendimenti, sovrapposizioni. La recitazione si fa spesso musicale, ritmica, quasi coreografica, in linea con l’impianto parossistico dichiarato dalla regia collettiva del Collettivo V.A.N. e con la vocazione metateatrale del progetto TTR Il Teatro di Tato Russo – V.A.N. Verso le altre nazioni.

La compagnia recupera con consapevolezza la natura musicale del teatro plautino. Le cantiche, spesso trascurati nelle messinscene moderne, vengono riattivati come forma espressiva che permette agli attori di oscillare tra linguaggi differenti: canto, prosa, versi, fisicità. Questa pluralità non è decorativa, ma strutturale. Il ritmo incalzante, apparentemente caotico ma meticolosamente orchestrato, diventa la cifra estetica dello spettacolo. La musica non accompagna l’azione: la genera, la distorce, la amplifica, contribuendo a costruire una dimensione parossistica che sostiene l’intero impianto metateatrale e mette alla prova la resistenza fisica e vocale del cast.

Di particolare interesse è la scelta di conferire ai servi una dignità drammaturgica e umana pari a quella dei padroni. Plauto non concepisce padroni senza servi: la relazione di dipendenza è costitutiva. Il Collettivo V.A.N. trasforma questa intuizione in un discorso politico contemporaneo, in cui la felicità è possibile solo se condivisa, la verità solo se cercata insieme, la dignità solo se riconosciuta reciprocamente. La commedia diventa così un laboratorio etico che interroga il pubblico sulla natura delle relazioni sociali e sulla necessità di attribuire valore all’altro per esistere pienamente; gli attori, in questo senso, incarnano corpi collettivi più che individui psicologicamente approfonditi, aderendo alla trasparenza desiderante tipica dei personaggi plautini.

I personaggi non possiedono una psicologia complessa: dichiarano ciò che vogliono senza filtri. La compagnia sfrutta questa caratteristica per costruire un rapporto di complicità immediata con gli spettatori. L’assenza di mediazione psicologica permette alla comicità di emergere come linguaggio primario, non come ornamento. Il caos degli equivoci rivela la struttura profonda delle relazioni: siamo ciò che gli altri vedono, ciò che gli altri riconoscono. La giornata interminabile dei due gemelli, ignari della reciproca presenza, è costruita come un percorso parossistico che alterna momenti musicali, scene di fraintendimento e improvvisi slittamenti identitari, sostenuti da un ensemble che lavora costantemente sul filo tra controllo tecnico e apparente disorientamento.

L’agnizione finale non è solo la soluzione narrativa, ma la panacea drammaturgica che scioglie il caos, ristabilisce l’ordine e permette ai personaggi e agli spettatori di ritrovare un senso. La commedia si chiude non con una semplice risata, ma con una riconciliazione: l’altro non è più un ostacolo, ma la condizione necessaria per esistere. In questo modo, I Menecmi – Come l’ottone e l’oro si configura come un esempio virtuoso di come un testo antico possa essere rinnovato senza essere tradito. Il Collettivo V.A.N. non aggiorna Plauto: lo riattiva, lo fa risuonare nel presente, lo rende strumento per interrogare la nostra necessità di riconoscimento e la nostra fragilità relazionale. Il risultato è uno spettacolo che unisce rigore e vitalità, caos e precisione, comicità e riflessione, confermando la potenza del teatro come luogo in cui l’identità si costruisce sempre in relazione all’altro, attraverso il lavoro concreto e visibile degli attori che ne sono il veicolo imprescindibile.

Giuliano Angeletti

Menecmi: come l’ottone e l’oro …

Con:
Andrea Di Falco, Gabriele Manfredi,
Andrea Pacelli Gabriele Rametta, Pierantonio Savo Valente
Regia Collettivo V.A.N.
TTR Il Teatro di Tato Russo – V.A.N. Verso Altre Narrazioni

 

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