In scena il 24 luglio 2026 al Teatro Romano di Volterra.
La nuova produzione di Rane di Aristofane firmata da Guido Targetti per Confine Zero si colloca nel panorama delle riscritture contemporanee della commedia attica con un approccio che non mira alla semplice attualizzazione, ma a una riflessione più ampia sul rapporto tra memoria culturale e crisi del presente. La discesa di Dioniso nell’Ade per riportare in vita Euripide, già in Aristofane metafora della ricerca di un modello poetico capace di orientare la città in un momento di smarrimento, diventa qui un viaggio nei depositi profondi della memoria collettiva, un tentativo di interrogare ciò che resta dei nostri paradigmi culturali quando il presente sembra consumare ogni possibilità di continuità.
Il contesto storico del 405 a.C., segnato dalla fine imminente della guerra del Peloponneso, dalla crisi della democrazia ateniese e dalla scomparsa dei grandi tragici, è richiamato non come semplice sfondo, ma come matrice di un sentimento di precarietà che risuona nel nostro tempo. Aristofane scrive Rane in un momento in cui Atene percepisce la perdita della propria centralità politica e culturale; la regia di Targetti trasforma questa percezione in un dispositivo scenico che parla direttamente alla contemporaneità, dove la “operazione nostalgia” diventa un fenomeno sociale diffuso, un sintomo della difficoltà di elaborare il presente senza rifugiarsi nel passato.
La scena, concepita come un’archeologia delle idee, è popolata da maschere, cataloghi, rottami simbolici: frammenti di un immaginario culturale che non può più essere ricomposto, ma solo interrogato. Dioniso, interpretato da Caterina Rossi, appare come un dio che non domina la scena, bensì la attraversa con l’incertezza di chi tenta di mettere ordine tra le rovine. Guido Targetti, oltre alla regia, costruisce un Eschilo di grande densità, figura che incarna la resistenza del passato, mentre Francesco Tozzi offre un Euripide più mobile, più scaltro, più vicino alla logica del presente.
Francesco Tozzi non si limita all’interpretazione: la sua drammaturgia costituisce l’asse concettuale dell’intero progetto. È Tozzi a costruire il ponte tra la crisi della polis antica e la crisi della comunità contemporanea, a interrogare la nostra ossessione per il passato e la logica dei trend nostalgici che dominano media e immaginario collettivo. Il richiamo alle Nuvole e allo scontro tra Discorso Migliore e Discorso Peggiore diventa così un dispositivo critico che amplia il campo di riflessione: il teatro, oggi come allora, è chiamato a discernere tra ciò che illumina e ciò che confonde, tra ciò che può guidare e ciò che seduce senza orientare. La drammaturgia di Tozzi non offre risposte, ma apre un campo di tensione che rispecchia la complessità del nostro rapporto con la tradizione, trasformando la disputa poetica tra Eschilo ed Euripide in una parabola sul nostro oscillare tra conservazione e cambiamento.
Il lavoro degli interpreti, costruisce una coralità che sostiene la dimensione metateatrale del progetto. La fisicità, il ritmo, l’uso delle maschere e dei travestimenti mantengono viva la natura comica dell’originale, ma la comicità è sempre attraversata da un sottotesto critico: ridere significa riconoscere la fragilità dei nostri modelli culturali, la loro incapacità di offrire risposte definitive. La regia di Targetti riesce così a mantenere l’equilibrio tra rispetto del testo antico e interrogazione del presente, evitando sia la musealizzazione sia l’attualizzazione forzata.
Rane è una drammaturgia che non cerca di rassicurare, ma di mettere in discussione. La discesa nell’Ade non è un ritorno alle origini, ma un attraversamento delle rovine; la risalita non coincide con il recupero del passato, ma con la capacità di scegliere cosa meriti ancora di essere portato con sé. In questo senso, la produzione di Confine Zero restituisce Aristofane alla sua funzione originaria: un autore che, attraverso la comicità, interroga la comunità e la costringe a guardare dentro le proprie contraddizioni. La drammaturgia di Francesco Tozzi, che trasforma il passato in un campo di tensione e non in un rifugio, permette allo spettacolo di evitare ogni nostalgia consolatoria e di assumere invece la forma di un rito critico, un esercizio di memoria che non vuole conservare, ma comprendere.
La commedia, come nel 405 a.C., parla a una città in crisi; oggi parla a un pubblico che vive la stessa oscillazione tra smarrimento e desiderio di continuità. La sfida tra Eschilo ed Euripide diventa così la metafora di un bivio culturale che non riguarda più soltanto la polis, ma la nostra capacità di immaginare il futuro senza rimanere prigionieri delle sue ombre. In questo equilibrio instabile tra ciò che si perde e ciò che si salva, tra ciò che si ricorda e ciò che si deve dimenticare, Rane trova la sua forza: non offre soluzioni, ma restituisce al teatro la sua funzione più alta, quella di un luogo in cui la comunità può interrogare sé stessa e, almeno per un istante, riconoscere la propria verità.
Giuliano Angeletti
Rane da Aristofane
con
Caterina Rossi, Guido Targetti, Francesco Tozzi
e altri attori/attrici in via di definizione
regia Guido Targetti
Confine Zero
