Dalla TV allo scrolling dei social network, la mostra “In the twenty-twenty” al Pigneto curata da “MaielArt” scardina l’iper-definizione moderna per restituire grana e verità al trauma collettivo della pandemia.
ROMA – Cosa resta del trauma collettivo del 2020 quando la memoria viene fagocitata dal flusso bulimico dei social network? La risposta è in un sabotaggio visivo: l’obiettivo leggendario di una Rollei SL66 puntato non contro la realtà della strada, ma direttamente contro la superficie magnetica di un monitor televisivo. È questa l’intuizione radicale e disturbante al centro di “In the twenty-twenty”, l’installazione fotografica site-specific di Mariano Mazzelli concepita come un sofisticato dry-run per la Rome Art Week.
Ospitata nella cornice del Pigneto, l’operazione si configura come un vero e proprio ribaltamento dell’ontologia fotografica, un punto di rottura in cui l’opera si scontra con l’ipocrisia di un sistema dell’arte e dei social network spesso inclini alla finzione e al consenso facile. Per Mazzelli l’arte è un’interpretazione alternativa della realtà che possiede un limite etico invalicabile: non può mentire. In un’epoca di spettacolarizzazioni effimere, l’artista rivendica il primato assoluto del concetto sull’oggetto: «La materia è transitoria, l’idea è permanente». Il mezzo fisico – sia esso ferro, polistirolo o pellicola – diventa solo un “vettore” necessario a trasferire un cortocircuito intellettuale dalla mente del creatore a quella del visitatore.
Da Fellini sullo zapping allo scrolling moderno
Durante i mesi dell’isolamento coatto, lo schermo televisivo ha smesso di essere un mero elettrodomestico per trasformarsi nell’unica nostra “Finestra sul Mondo”, una grotta di Platone contemporanea dove l’umanità in gabbia ha assistito alle ombre della propria storia. Oggi, questo effetto di alienazione è amplificato dai social media e da uno scrolling frenetico che fagocita contenuti e identità. Si tratta di un fenomeno che Federico Fellini aveva profeticamente anticipato decenni fa, imputando allo zapping televisivo l’annullamento immediato dell’artista e dell’evento, ridotti a curiosità istantanee e subito dimenticate.
«I social sono una finzione, una rappresentazione teatrale, un romanzo a lieto fine. Contribuiscono a creare degli eventi che finiscono per essere l’evento stesso… Oggi l’arte si racconta molto anche con interventi smisurati ma si vede poco e si vive ancora meno nel reale».
— Mariano Mazzelli
Contro questa bulimia visiva, Mazzelli mette in atto un vero e proprio sabotaggio poetico. Utilizza la “lentezza” della pellicola analogica medio formato per imprigionare il flusso digitale, effimero e rapidissimo della TV. Il pixel si scontra così con la grana d’argento, generando una texture visiva “sporca”, fangosa, specchio perfetto dell’intossicazione informativa che abbiamo subito e continuiamo a subire. Le immagini perdono la fredda nitidezza dei display e diventano fantasmatiche: i volti dei politici e i grafici dei contagi si trasformano in simulacri, costringendo l’osservatore a fermarsi e a concedersi il tempo della riflessione.
La provocazione della sottrazione e il rituale del tatto
L’allestimento scardina radicalmente anche le gerarchie espositive tradizionali attraverso una coraggiosa provocazione della sottrazione visiva. Invece di mostrare tutto e subito, Mazzelli appende alle pareti solo cinque immagini monumentali (100×100 cm), usate come “esche visive” per generare tensione nello spazio. Il vero corpo della mostra, ben 97 scatti, viene deliberatamente sottratto allo sguardo immediato e custodito esclusivamente all’interno di un libro d’artista, adagiato su un parallelepipedo nero al centro della stanza.
Davanti a questa scelta desueta, il pubblico reagisce con meraviglia e stupore. Lo spettatore è costretto a rompere la sacra barriera del “guardare ma non toccare” per compiere un’azione fisica, lenta e performativa: sfogliare. Se il 2020 è stato l’anno in cui il contagio ci ha privati del contatto, condannandoci a sfiorare il vetro freddo dei display per guardare il mondo, l’obbligo di toccare la carta reale sopra quel monolite evoca un rituale politico e terapeutico di risveglio collettivo, in aperta resistenza alla digitalizzazione progressiva della memoria umana. Sfogliare quelle pagine diventa uno “zapping della memoria” intimo e autonomo.
L’orizzonte degli eventi e la resistenza dell’arte
Nelle battute finali, l’operazione di Mazzelli si spinge oltre i confini della tecnica fotografica per consegnarci una diagnosi filosofica spietata e necessaria. La grotta digitale si è ormai mutata in un buco nero e l’umanità si sta avvicinando a grandi passi verso il suo orizzonte degli eventi, quel punto di non ritorno in cui il tempo si annulla e si dissolve nell’eterno scorrere del virtuale.
In questo scenario, il parallelepipedo nero al centro della sala non è più un semplice supporto espositivo, ma un argine volumetrico al caos, un presidio di resistenza che restituisce peso, fango e verità all’esperienza. Forse l’arte non ha il potere di invertire la rotta della storia o di risanare una società iper-connessa, ma possiede la capacità sacrale di generare il trauma visivo necessario a destare le coscienze. Davanti al bivio della smaterializzazione umana, “In the twenty-twenty” ci dimostra che è ancora possibile scegliere: scegliere di abitare il tempo, di rivendicare la fisicità del reale e di restare, nonostante tutto, ostinatamente umani.
Il commento del curatore: l’atto fisico come salvezza
A tracciare il bilancio profondo dell’opera è lo stesso Gianni Maiellaro, curatore per MaielArt, che in un’intervista con l’artista sintetizza il valore politico e concettuale dell’installazione:
Le riflessioni conclusive di Mariano Mazzelli superano la tecnica per offrirci un’analisi cruda e quanto mai urgente della nostra contemporaneità. La “grotta digitale” descritta dall’artista, che minaccia di trasformarsi in un buco nero fagocitante, trova il suo perfetto opposto concettuale nella struttura fisica che abbiamo ideato per “In The Twenty-Twenty”. Mentre lo scrolling continuo ed eterno dei display digitali distrugge la nostra percezione del reale, frammentando e dissolvendo il ricordo, la mostra si erge a baluardo di resistenza.
Il parallelepipedo nero posizionato al centro della sala smette di essere un mero elemento di supporto e si trasforma in una barriera concreta contro questo vuoto totalizzante. Al suo interno, il libro d’artista custodisce la memoria, restituendole quella dimensione tangibile fatta di peso, grana, materia e verità autentica. Costringendo lo spettatore a un’azione fisica e intima come quella di sfogliare le pagine – un gesto quasi dimenticato – l’esposizione raggiunge il suo obiettivo più nobile. L’arte non ha la pretesa di cambiare il corso della storia o curare i mali di una collettività iper-connessa, ma conserva il potere quasi sacro di scuotere le coscienze attraverso lo shock visivo. Raccogliendo la sfida lanciata da Mazzelli, la mostra dimostra che di fronte alla perdita della nostra componente corporea c’è un’alternativa: possiamo ancora decidere di vivere il tempo da protagonisti, rivendicare il valore dell’esperienza fisica e scegliere di rimanere, malgrado tutto, caparbiamente creativi.
INFO EDITORIALI & APPUNTAMENTI
L’installazione “In the twenty-twenty” curata per MaielArt da Gianni Maiellaro è visitabile nel circuito ufficiale di Rome Art Week presso lo studio-galleria dell’artista situato nel cuore del quartiere romano:
- Luogo: Negozietto Mazzelli – Via Cori 18B, Roma (Zona Pigneto).
- Date: Dal 22 ottobre al 22 novembre 2026.
- Giorni/Orari di apertura: dal Lunedì al Sabato a partire dalle ore 18:30 previo appuntamento chiamando il 3351228933.
- Ingresso: Libero e gratuito.
Maria Laura Perilli
