Corriere dello Spettacolo

Nicole Miller, dalla lotta per essere se stessa al sogno di aiutare gli altri

 

Ci sono vite in cui essere se stessi diventa una conquista, un percorso fatto di ostacoli, solitudine e scelte difficili. Nicole Miller nasce a Rio de Janeiro e fin da bambina sa di essere una ragazza, ma crescere senza sentirsi accettata dalla propria famiglia la costringe a nascondere la sua identità per anni. A soli 18 anni lascia casa e affronta una realtà in cui, racconta, per una donna transgender trovare lavoro può diventare una battaglia quotidiana. La prostituzione, la necessità di sopravvivere e le difficoltà non le impediscono, però, di studiare e costruire un’alternativa professionale. Oggi Nicole sta ricominciando in Italia, dove è arrivata da cinque mesi, lavorando nel settore dei massaggi e dell’estetica e coltivando nuovi progetti sociali. Il suo desiderio è trasformare le esperienze vissute in un aiuto concreto per le persone più vulnerabili. La sua storia è anche un messaggio rivolto alle famiglie e a chi ancora giudica senza conoscere: dietro ogni persona c’è una vita che merita rispetto, comprensione e la possibilità di realizzare i propri sogni.

Nicole, partiamo dall’inizio. Chi sei e quando hai capito di voler vivere apertamente la tua identità?

Vengo dal Brasile e sono nata nella meravigliosa città di Rio de Janeiro. Fin da bambina mi vedevo come una ragazza. A 11 anni mi sono dichiarata a mia madre, ma sono stata punita. Da quel momento non mi sono più sentita accettata dalla mia famiglia e ho capito che, prima o poi, avrei dovuto andarmene. Fino ai 18 anni mi sono nascosta dietro l’immagine di un ragazzo gay, cercando di rendere meno difficile la convivenza con la mia famiglia. Solo dopo aver lasciato casa ho potuto essere davvero chi ero.

A 18 anni hai lasciato la tua famiglia. Che cosa ti ha spinta a farlo?

La convivenza non era serena e non venivo accettata come donna trans. Per questo sono andata a San Paolo, dove ho frequentato il college di moda. È stato un passaggio difficile, perché mi sono ritrovata da sola ad affrontare una realtà nuova.

Qual è stato il momento più duro del tuo percorso?

Più che vivere, era sopravvivere. La società e le famiglie non capivano la nostra realtà: ci trovavamo davanti a persone sconosciute, alla mancanza di empatia e di conoscenza, e tutto questo ci portava all’isolamento. Uscivamo soltanto di notte, rischiando di morire. Venivamo insultate, ci sputavano addosso, ci lapidavano e ci rovinavano la vita. Era davvero molto difficile. Per molte di noi, l’unica possibilità di lavoro rimaneva il mondo sotterraneo della notte e della prostituzione.

Hai raccontato di essere finita nella prostituzione. Come sei riuscita a costruirti un’alternativa?

All’epoca era molto difficile trovare lavoro a causa della mia realtà di donna trans. Senza alternative, sono finita nella prostituzione. È lì che la vita mi ha mostrato cosa significa essere sola in questo mondo e quante ragazze si trovino nella stessa situazione. Ma non ho accettato che quella fosse l’unica possibilità per me. Ho continuato a studiare e mi sono laureata nel campo dell’estetica. Ho iniziato a lavorare in questo settore, che è diventato una seconda strada professionale.

Che cosa hai provato quando hai finalmente potuto essere te stessa?

All’inizio ho provato libertà, ma anche paura, perché tutto era nuovo e sconosciuto. La mia essenza e la consapevolezza di chi ero, però, c’erano già: semplicemente, non riuscivo a mostrarle. Oggi mi sento completa con il mio corpo, sono felice e mi identifico pienamente in ciò che sono. Mi fido molto di me stessa.

Oggi sei in Italia. Perché hai deciso di ricominciare qui?

Ho dovuto lasciare il Brasile e ricominciare da capo. Nel mio Paese cercavo di fare qualcosa di buono per gli altri, attraverso un progetto sociale, ma non tutti hanno apprezzato quello che facevo. Alcune persone si sono opposte e ho dovuto andare via. In Italia vorrei essere felice, vivere libera, lavorare, studiare e fare volontariato, proprio come cercavo di fare nel mio Paese. Sono arrivata da cinque mesi e sto ancora costruendo le mie relazioni e il mio percorso.

Di che cosa ti occupi oggi e quali progetti vorresti realizzare?

Oggi lavoro nel settore dei massaggi e dell’estetica. Sto ancora costruendo tutto, perché sono arrivata da poco, ma ho già dei progetti che mi stanno a cuore. Vorrei aiutare le persone vulnerabili e formare professionisti nel campo dell’estetica e dei massaggi, affinché possano avere un’altra possibilità lavorativa, proprio come è successo a me. Vorrei che altre persone potessero trovare un’alternativa e non sentirsi costrette a vivere senza opportunità.

Come ti trovi in Italia rispetto al Brasile?

Qui mi sento libera e trattata con rispetto. Vedo un mercato del lavoro aperto anche alle donne trans che hanno competenze professionali. Credo che oggi anche il sostegno delle famiglie sia più accessibile, grazie alla maggiore conoscenza e alla consapevolezza maturate nel tempo. Sono felice a modo mio. Sono una persona normale, capace di conquistare i propri sogni. Credo che tutti possiamo farcela, che sia possibile cambiare e vivere bene.

Sui social mostri molto di te e della tua storia. Perché hai scelto di esporti?

Sì, mi espongo molto. Mostro la mia realtà e racconto le mie esperienze. Non pretendo di essere un simbolo, ma se posso trasmettere anche solo una parte di quello che ho imparato e vissuto, per me è già abbastanza. Sono felice delle persone che mi seguono e che condividono con me le loro esperienze, proprio come io condivido le mie con loro. Credo che il confronto possa aiutarci a comprendere meglio le nostre vite e quelle degli altri.

Hai imparato a non dare troppo peso ai giudizi?

La vita mi ha insegnato a non preoccuparmi di chi giudica senza conoscere. Spesso le persone non sanno nulla di chi hanno davanti e non vedono la persona che stanno giudicando: una persona con capacità, amore per il prossimo, compassione e storie ed esperienze da condividere. C’è anche una contraddizione che ho imparato a riconoscere: a volte chi mi giudicava era disposto a pagarmi per trascorrere qualche minuto con me, al buio. Questo mi ha fatto riflettere sull’ipocrisia di certi comportamenti.

Che cosa vorresti dire alle famiglie che hanno figli e figlie transgender?

Vorrei arrivare ai genitori e invitarli a riflettere, ad ascoltare e a sostenere sempre i propri figli. Con il sostegno familiare è tutto diverso; senza, è difficile persino immaginare come si possa affrontare il percorso. Io quel sostegno non l’ho avuto come avrei voluto, ma ho trovato dentro di me la forza di andare avanti. Oggi cerco di essere un punto di riferimento per persone che stanno vivendo situazioni simili alla mia. Ho trasformato quella forza in qualcosa che mi permette anche di aiutare gli altri, perché insieme siamo più forti.

E a una ragazza trans che oggi ha paura di mostrarsi per quello che è, che cosa diresti?

Le direi: vieni senza paura, sii te stessa. Oggi il mondo è più aperto e comprensivo e ci sono persone meravigliose che possono aiutarci in questo percorso. La vita è bella e quello che conta è essere felici e sentirsi appartenere a se stessi. Non bisogna rinunciare alla possibilità di vivere la propria vita per paura del giudizio degli altri.

Se potessi chiedere un cambiamento alla società, quale sarebbe?

Il cambiamento che desidero, grazie a Dio, sta già avvenendo, ma abbiamo ancora bisogno di rispetto reciproco, uguaglianza ed empatia. Oggi viviamo più liberamente, ma abbiamo ancora molto da imparare. Allo stesso tempo, ci sono tante persone disposte a condividere conoscenze e ad aiutare chi ancora non comprende. Il mio sogno è che l’amore vinca sempre.

Manuele Pereira

Exit mobile version