Corriere dello Spettacolo

The Seer: «La musica può stimolare il pensiero critico»

 

Con il suo progetto The Seer, l’artista porta nella musica una riflessione sul presente, sulle contraddizioni che attraversano la società e sulla difficoltà di restare indifferenti davanti a ciò che accade. Un’urgenza narrativa che prende forma in quattro tracce collegate da uno sguardo comune, senza rinunciare alla libertà di sperimentare con il proprio linguaggio sonoro. Tra le influenze dell’alternative anni ’90 e aperture verso l’indie pop, The Seer racconta il rapporto tra musica e consapevolezza, il valore delle proprie esperienze e la necessità di continuare a mettere in discussione la propria identità artistica.

Quando hai sentito l’esigenza di portare queste questioni dentro la tua musica? È cambiato anche il tuo modo di scrivere?

Non è cambiato il modo di scrivere: ho solo avuto bisogno di raccontare cosa mi stava accadendo attorno, perché al momento è troppo difficile distogliere lo sguardo o far finta che non stia accadendo nulla.

In un presente in cui siamo continuamente esposti a informazioni, opinioni e narrazioni spesso contraddittorie, quanto è difficile conservare uno sguardo autonomo? La musica può ancora essere uno strumento per stimolare il pensiero critico?

La musica è spesso sottovalutata, ma in realtà può dare quel messaggio e quello sguardo critico che altri tipi di mezzi non possono trasmettere. Le parole, insieme alla musica, possono rimanere più impresse e stimolare per l’appunto il pensiero critico nelle persone.

Le quattro tracce che lo compongono sviluppano un discorso unitario oppure affrontano prospettive differenti sul rapporto tra individuo e contemporaneità?

Alla fine le tracce sono collegate fra loro: non è proprio un concept album, ma un modo per riflettere e far riflettere sulla situazione che ci circonda, la quale sta portando a conseguenze sia sulla nostra persona che sulla società in generale.

Quanto ha inciso questo cambiamento geografico e personale sulla tua identità artistica? C’è qualcosa della scena musicale calabrese che continui a portare con te?

Porto con me sicuramente dei bellissimi ricordi con gli amici con cui ho condiviso palchi e piazze, e con cui sono cresciuto musicalmente: senza queste esperienze non sarei la persona che sono adesso.

Come riesci a mantenere un’identità sonora riconoscibile senza trasformare le tue influenze in una sorta di recinto stilistico? E quanto sei disposto a mettere in discussione il tuo stesso linguaggio musicale?

Sono sempre disposto a mettere in discussione il mio linguaggio musicale, in quanto non ho un genere preciso. Mi rifaccio un po’ all’alternative anni ’90, ma allo stesso tempo inserisco elementi indie pop che mi aggradano di più e che rendono i brani originali rispetto a ciò che si può trovare in giro.

Exit mobile version