Sulle prime, una casa banale come tante, scarsamente arredata, un corridoio lunghissimo, squallido e vuoto.
La mia stanza si trovava vicino alla porta d’ingresso. Era né troppo grande né troppo piccola, munita di una finestra altissima di fronte al letto: una finestra che inquadrava un alto muro, da dietro il quale si vedevano spuntare le cime di due pioppi. Mobilio né proprio bello né proprio brutto. Considerato che la padrona di casa sembrava l’unica presenza in quell’appartamento e che passava il suo tempo in un tinello situato alla fine di quel lunghissimo corridoio, avevo insperatamente quell’isolamento che sempre ricercavo. Sotto questo aspetto potevo ritenermi soddisfatta. Ben presto, però, come vedremo, questo apparente vantaggio si sarebbe ritorto contro di me.
Non avevo nemmeno avuto il tempo di riflettere al rumore della strada: se e quanto si sarebbe sentito.
Prima di lasciarmi cadere sul letto, spalancai la finestra. Non so se fosse prima o dopo pranzo, ma, questo è certo, faceva un gran caldo. Quel caldo di giugno che fa fondere le membra e i pensieri.
Spalancai, perciò, la finestra e mi meravigliai del frastuono che si rovesciava in stanza, a dispetto del muro.
Stando distesa, cercai di familiarizzarci, ma continuavo a fissare come qualcosa di ostico e ostile quel muro, e anche i pioppi che sorgevano dietro quel muro. E, dopo aver osservato le mie reazioni, conclusi che non era possibile archiviarlo come irrilevante, ma che era decisamente troppo forte e incombeva come un nemico su di me.
Un senso di paralisi, di oppressione e di morte mi sopraffece, non riuscivo a staccare gli occhi da quel muro.
Come spesso in Italia, si raggiungeva il parossismo.
E io avevo anche le mestruazioni.
Come quella volta a Napoli. Lì, camminando per le strade gremite di vita, di sole, di rumore e di ossido di carbonio, sentivo però eccitati i miei istinti vitali. Il sangue delle mestruazioni, il rumore, l’ossido di carbonio, tutto si fondeva in un che di esaltante.
Stavolta, a Roma, nessuna esaltazione, dovevo accontentarmi di riuscire appena a sopportarle.
La padrona di casa era una donna sulla sessantina, piccola, romana, non per questo cordiale, ma riservata e chiusa.
Di pomeriggio, andai alla sua ricerca orientandomi sul rimbombo della televisione, e alla fine dell’interminabile, un po’ sconcertante corridoio, mi si aprì davanti il soggiorno, che mi sembrò inutilmente vasto, freddo e inospitale, con i suoi pochi mobili e un tavolo nel mezzo.
Lei era seduta di fianco a quel tavolo, col gomito poggiato su, gli occhi allo schermo.
Rimasi di stucco.
Dalla finestra spalancata entrava un clamore assordante, un frastuono doppio o triplo di quello che si udiva nella mia stanza, un rumore veramente apocalittico. E questo rumore, che la televisione non riusciva a sovrastare, finiva col sommarsi a quello prodotto dall’apparecchio con un risultato aggressivo di indescrivibile violenza.
Si venne a scambiare qualche frase. Io dovetti portare, credo, il discorso sulla stranissima, inusitata, e perfino inquietante stanza da bagno, da lei mostratami all’arrivo.
Era un locale che colpiva già per la sua inconsueta vastità. Non sembrava un bagno, ma una piazza.
Ma non era questa la sua sola stranezza.
Vi si accedeva da una porta d’angolo sul corridoio e, subito dopo la soglia, si materializzava un lungo e largo piano inclinato molto ripido, qualcosa di mai visto in vita mia, né prima né dopo, ricoperto di piccole piastrelle, che sfociava bruscamente, senza trapasso, acquistando in quel punto la massima pendenza, in una grande e profonda fossa, anche questa piastrellata: in un angolo la doccia, sul lato opposto un cesso sperduto, contro una parete un lavandino.
Tutto misero, nudo ed essenziale.
Difficile descrivere l’emozione che quella vista poté suscitare in me, quale truce, selvaggia potenza da quella, che la signora definiva una cantina, emanasse.
Non era solo questione di una testimonianza di un preesistente passato, ma di un passato fosco, cupo, feroce, ancora vivo e attivo, ricoperto da uno strato sottile e ridicolo di piastrelle da bagno.
Queste le mie sensazioni.
Quella porta si apriva sul passato.
Varcare quella soglia e incamminarsi su quel piano inclinato equivaleva a una discesa nel passato, in un mondo segregato dietro una porta, ma nient’affatto morto.
In risposta alla mia curiosità, ecco dove mi premeva arrivare, la signora mi fece sapere ora che la casa era antichissima e che ci aveva vissuto… Lucrezia Borgia.
Rimasi senza parole.
Quando volli farmi la doccia, dovetti, perciò, malgrado le mie percezioni spiacevoli e inquietanti, scendere in quella cantina, dove la signora aveva provveduto a mettere un lenzuolo da bagno per me…
Sensazioni strane mi venivano incontro da ogni lato. La vastità stessa di quello spazio mi faceva sentire improtetta, come se non fossi veramente chiusa dentro una stanza da bagno, ma fossi in una piazza; come se qualcuno potesse esservi nascosto o penetrarvi in ogni momento attraverso un’apertura che non vedevo.
Quando poi, terminata la doccia, mi avvolsi nel lenzuolo da bagno e risalìi il piano inclinato, questo mi parve quanto mai insidioso, perché s’era ricoperto di un’umidità che lo rendeva viscido. Lo percorsi a passetti cauti, chiedendomi come facesse lei, la padrona di casa, a non temere, alla sua età, fatali scivoloni.
Toh, la incontrai proprio alla svolta del corridoio, davanti alla porta della cantina.
Con un tono freddo e neutro, sotto il quale avvertìi una nota di condanna e ostilità, mi mise in guardia dall’uscire in futuro svestita dal bagno… perché l’indomani sarebbe tornato a casa suo figlio.
Non so cosa intendesse esattamente: se non dovessi uscire completamente nuda oppure persino col lenzuolo da bagno addosso, come succedeva ora.
Rimasi di nuovo di stucco e mi sentìi mortificata.
Ma soprattutto spaventata.
Mi aveva messa in guardia da suo figlio, come fosse ovvio e naturale che avrei potuto aizzare i suoi istinti, risvegliare in lui la bestia. Percepìi con disgusto in quelle parole la sporcizia morale che mi era ben nota, impasto mortifero di violenza sessuale patriarcale e di cattolicesimo romano, nella migliore tradizione, con, compresa, l’assoluzione per il criminale.
Giunta in stanza, chiusi la porta e, dalla sponda del letto, fissai con sgomento la serratura priva di chiave. Avevo già notato che ne era sprovvista, e la cosa mi era parsa espressione di trasandatezza.
Ma, ora, sapendo che dall’indomani in casa non ci sarebbe stata più solo una vedova attempata, ma vi si sarebbe aggirato anche suo figlio, diventava improvvisamente pericolosa.
Come avvisarmi di non uscire nuda dal bagno e poi mettermi in una stanza sprovvista di chiave, dove l’uomo avrebbe potuto entrare indisturbato di notte e compiere qualsiasi cosa, senza essere udito da nessuno, vista la posizione isolata della stanza e visto anche il rumore del traffico?!
Il giorno successivo lo scorsi persino a una certa distanza, nella penombra, in fondo al corridoio: un uomo sulla quarantina, nero e scarso di capelli, un uomo comunissimo, poco attraente e poco sportivo, come tanti, che mi studiò un attimo in modo inespressivo e mi salutò con la stessa scarsa cordialità della madre.
Prima di andare a letto, quella notte, mi affannai a spingere il comodino, e non ricordo più che altro piccolo pezzo di mobilio, dietro la porta. Non potevo certo spostare l’armadio. Ma, così ridicolmente barricata, non mi sentivo affatto tranquilla, e non so come e quando presi sonno… con l’aiuto del Tavor.
Rimasi in quell’appartamento quattro notti in tutto.
Il quindici partìi alla volta di Livorno, per incontrarvi Luciano Spinelli, mio professore di Lettere in quarto Ginnasio.
