10 maggio, 2012

VIAGGIO ATTRAVERSO L'IMPOSSIBILE - sogni di cinema, a cura di Francesco Vignaroli. Quinta puntata: "La mala ordina".



LA MALA ORDINA    ITALIA/RFT  1972  92'  COLORE

REGIA : FERNANDO DI LEO

INTERPRETI : MARIO ADORF, HENRY SILVA, WOODY STRODE, ADOLFO CELI, SYLVA KOSCINA, FRANCO FABRIZI, FRANCESCA ROMANA COLUZZI, FEMI BENUSSI, LUCIANA PALUZZI, CYRIL CUSACK

EDIZIONE DVD : Sì, distribuito da RARO VIDEO/ COLUMBIA TRISTAR HOME VIDEO




Boss della mala newyorkese invia due sicari a Milano con l'ordine di uccidere Luca Canali (Adorf), innocuo magnaccia sospettato, a torto, del furto di una partita di droga del valore di 3 miliardi di lire; in realtà, a fare il colpo è stata l'organizzazione del potente Don Vito Tressoldi (Celi), colui che ha fatto il nome di Canali agli americani utilizzandolo (scelta casuale) come capro espiatorio. Braccato dagli uomini di Don Vito e dai due killers americani, abbandonato dagli amici che lo tradiscono uno dopo l'altro, al povero macrò non resta che fuggire senza saper bene da chi e per quale motivo, almeno finché non gli uccidono moglie e figlia sotto gli occhi: a questo punto la rabbia e la disperazione trasformano l'agnello sacrificale in un lupo feroce, determinato a scoprire la verità e a farsi giustizia da sé a qualunque costo. Resa dei conti in un cimitero per auto.

Accostato spesso ai grandi maestri del genere (Don Siegel e Jean Pierre Melville in particolare), Di Leo ha in realtà saputo tracciare una via tutta italiana al noir, genere tradizionalmente trascurato dalla cinematografia nostrana (e che ha vissuto invece negli Stati Uniti e in Francia, a cavallo fra gli anni '40 e '60, i momenti di massimo splendore), dimostratasi piuttosto refrattaria al colore "nero" del cinema, ragione più che sufficiente per rivalutare la mitica Trilogia del MIlieu girata dal regista all'inizio degli anni '70, quasi un unicum nel panorama cinematografico nazionale. Con questo secondo capitolo -la saga si apre col superbo "MILANO CALIBRO 9" , girato sempre nel '72, e si conclude con "IL BOSS" l'anno seguente-, ispirato ad un racconto ("MILAN BY CALIBRO 9", già alla base del quasi omonimo film, ma molto più legato a "LA MALA ORDINA", il cui soggetto si attiene fedelmente al racconto) dello scrittore milanese Mario Scerbanenco, Di Leo fa ancora centro, rafforzando la propria reputazione e ribadendo la piena dignità artistica del percorso intrapreso. In seguito, non riuscirà a ripetere i fasti del periodo noir ( sentiero abbandonato troppo presto), tuttavia la sua Trilogia costituirà il modello nobile, in quanto precursore e ispiratore, del nascente sottogenere del poliziesco all'italiana, meglio noto come "poliziottesco", recentemente sdoganato e rivalutato (eccessivamente, a mio modesto parere), dal guru Tarantino.



Sullo sfondo di una Milano squallida e per nulla turistica -luna park, capannoni industriali, sfasciacarrozze...-, Di Leo ripropone la formula vincente di "MILANO CALIBRO 9" (pur non raggiungendone lo stesso livello artistico): azione frenetica, tensione epica, violenza e un moderato nichilismo (in futuro, registi come Kitano si spingeranno ben oltre!), stemperati dall' irrinunciabile erotismo dissacrante (una costante nel cinema del regista) e da una certa dose di ironia (praticamente assente invece nel primo capitolo della saga); peccato però, a tal proposito, per l'eccessivo bozzettismo dei personaggi di contorno e per la banalità e trivialità di certe battute (alternate a dialoghi memorabili), che tolgono serietà e drammaticità ad una sceneggiatura che a tratti sembra quasi trasformare il film in un gioco, in uno sberleffo (è evidente quanto qui Di Leo non si prenda troppo sul serio), come se il regista calasse una lente deformante sul suo Mondo (forse per mostrare quanto tutta la realtà sia una tragicommedia ininterrotta,chissà...). Queste trovate hanno piena ragion d'essere fintantoché utilizzate allo scopo di ridicolizzare esplicitamente la criminalità -da qui la scelta di attori "naturalmente" caricaturali, dotati di tratti somatici ai limiti del grottesco (e del mostruoso: indimenticabili freaks, il "portiere" di Don Vito, sorta di Lurch della Famiglia Addams all'italiana, e lo scagnozzo grassone e pervertito Damiano, le cui impagabili espressioni facciali lasciano intendere -più efficacemente di qualunque immagine- cosa stia facendo mentre i suoi compagni torturano la fidanzata del protagonista...un vero colpo basso, una scena "cult" !)-, ma stonano un po' col clima generale del film quando vengono impiegate, piuttosto gratuitamente, per tratteggiare alcuni caratteristi (il barista dell'albergo, l'ubriacona col cagnolino, la checca isterica al night, il meccanico zoppo, il cliente delle prostitute balbuziente...possibile che non ci siano persone vagamente "normali" -per quanto sia vago ed opprimente tale aggettivo- in giro?), ai quali, oltre ad un aspetto fisico e ad un linguaggio corporeo improbabili, vengono affibbiati pure voci (non un granché, anzi, piuttosto irritante, lo slang italoamenricano del killer Mr. Catania) e dialoghi ("MIGNORENNI"...mah...) non proprio ispirati. Per essere più espliciti, potremmo dire che Di Leo incappa a tratti nei difetti e nelle posture della commedia trash all'italiana del periodo, peccatucci tutto sommato marginali (forse pignolerie del sottoscritto criticone) che non mettono in discussione la buona qualità generale dell'insieme, ma che lasciano un po' perplessi...va pur detto, per chiudere la parentesi, che la parte finale del film, col protagonista che si lancia come un treno in corsa impazzito contro l'Organizzazione che gli ha tolto tutto, mette da parte ogni buffoneria per lasciar immergere lo spettatore in un'escalation drammatica che non conosce cali di tensione, un crescendo maestoso che si conclude con l'epico "triello" finale, in cui l'unico ostacolo alla solennità del momento -il tenero gattino bianco- viene emblematicamente rimosso dal killer bianco, un Henry Silva di ineguagliabile antipatia e perfidia.
Già, venendo agli attori, tutto il cast funziona a meraviglia: Mario Adorf, meritatamente promosso protagonista dopo la convincente interpretazione del sanguigno ma appassionato criminale Rocco Musco in "MILANO CALIBRO 9", offre un'interpretazione grandiosa (un attore decisamente da rivalutare e che avrebbe meritato maggior fortuna...dopo una prova di questa levatura, resta un po' di rammarico per le poche occasioni avute in carriera per dimostrare le proprie capacità), riuscendo nel non facile compito di dar vita ad un personaggio che cambia completamente aspetto nel corso del film, tramutandosi da remissivo e bonario pappone in implacabile giustiziere capace di sfoderare un eroismo che che non ci si aspetterebbe da un "uomo di casino" ("E' LA PAURA CHE M'HA FATTO FORTE"); ottimi e pienamente calati nella parte anche Strode e Silva, dotati del giusto phisique du role per interpretare i killers, due personaggi diversissimi tra loro (il nero ombroso e taciturno, quasi monacale nel suo rigore professionale; il paisà smargiasso e donnaiolo, sensibile ad ogni tentazione possibile) ma accomunati da freddezza e cattiveria da vendere; efficace e crudele al punto giusto -forse più degli americani- Adolfo Celi (memorabile e quasi poetico il confronto finale tra il "suo" Don Vito e Canali, col cattivo che si ritrova ad accettare con eroica rassegnazione una morte onorevole), non più una sorpresa dopo l'exploit nel ruolo del villain in "THUNDERBALL" (saga 007); gradevoli e funzionali le partecipazioni di alcuni volti storici del nostro cinema quali Franco Fabrizi (indimenticato "vitellone" di Fellini), Sylva Koscina (qui moglie del protagonosta, sempre affascinante) e Francesca Romana Coluzzi (l'hippie spilungona dalla parrucca azzurra, già "Asmara" nel "SERAFINO" DI Germi e Celentano). Una curiosità: tra i membri della comune ("600 MILIONI DI CINESI DOVE LI METTEREMO QUANDO ARRIVERANNO? MA PER MAO UN POSTO CI SARA' SEMPRE"...) si riconosce un giovanissimo Renato Zero (il ragazzo con la bombetta nera), non ancora eccentrica icona glam romana degli anni '70 (il "DAVID BOWIE DE NOANTRI") e controverso agitatore dei sonni dei benpensanti.
Per ciò che concerne le considerazioni tecniche (mi tocca pur farne, quindi rassegnatevi), il film consente al regista di dar prova del proprio notevole stile e di una innegabile abilità nel girare sequenze d'azione (splendidi sia l'inseguimento, lunghissimo, all'assassino delle due donne che il regolamento di conti finale), oltreché nel coreografare sapientemente le numerose scene violente (mai gratuite e utili invece ad "oliare" l'intreccio); ottima anche la colonna sonora di Armando Trovajoli, con i tipici temi jazzati del genere (e del periodo: una delle costanti dei futuri poliziotteschi sarà proprio la presenza di ottime partiture, spesso l'unico motivo di interesse di film complessivamente mediocri; qui ci si può fare veramente un'idea di cosa siano stati gli anni '70 per la musica!!!) che commentano l'azione in maniera perfetta, un lavoro degno di rivaleggiare con le superlative composizioni realizzate dallo strano (ma felicissimo) connubio OSANNA-Luis Bacalov per "MILANO CALIBRO 9", tutto ciò a dimostrare l'attenzione del regista per il lato cosmetico dei suoi film (come già accennato poco sopra, si tratta di un altro aspetto che il poliziottesco mutuerà dalla trilogia).
Tornando, infine, alla sceneggiatura, se per i motivi già esposti non possiamo parlare di capolavoro, va detto che la semplicità di fondo della storia e l'assenza delle istanze politiche che appesantivano (unico neo) "MILANO CALIBRO 9", giovano ad un film agile e godibilissimo nella sua oretta e mezzo; certo, non possiamo aspettarci quel clima ambiguo e misterioso che rendeva affascinante il primo capitolo, né i suoi personaggi carismatici ed epici, ma la magnetica presenza di Mario Adorf sostiene il peso quasi da sola e riesce a suscitare attenzione ed empatia verso l'unico personaggio (difficile non solidarizzare con il protagonista e non provare rabbia assieme a lui quando parte all'inseguimento dell'autista che ha falciato le sue donne) veramente interessante della pellicola.

Almeno due le frasi da mettere in cassaforte: "NEW YORK CI PENSA E SI INCARICA DI COLARGLI IL PIOMBO IN BOCCA" (il "Corso"/ Cyril Cusack ai due assassini, riferito a Canali); "QUANDO ARRIVANO LE PREGHIERE DI UNA MADRE VUOL DIRE CHE L'UOMO NON E' BUONO" (Don Vito ai suoi tirapiedi, personalmente la mia favorita)

L'edizione DVD, pur essendo decisamente scarna sul versante extra, ha il merito di presentarci finalmente il flim nella sua versione integrale, dato che in televisione circola regolarmente decurtato di alcune scene; molto buona anche la qualità del restauro audio-video.

Francesco Vignaroli



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