06 giugno, 2014

VIAGGIO ATTRAVERSO L'IMPOSSIBILE - sogni di cinema, a cura di Francesco Vignaroli. Recensione 20: "EL TOPO"


EL TOPO                    MESSICO 1971  120’  COLORE

REGIA: ALEJANDRO JODOROWSKY

INTERPRETI: ALEJANDRO JODOROWSKY, JACQUELINE LUIS, MARA LORENZIO, DAVID SILVA, ALFONSO ARAU, ROBERT JOHN

EDIZIONE DVD: SI’, distribuito da RARO VIDEO


LA TALPA E’ UN ANIMALE CHE SCAVA GALLERIE SOTTOTERRA, IN CERCA DEL SOLE. A VOLTE LA STRADA LO PORTA IN SUPERFICIE. QUANDO VEDE IL SOLE, RESTA CIECO”


Dopo aver fatto giustizia del Colonnello e dei suoi uomini, una banda di assassini pervertiti e torturatori, il misterioso pistolero in nero El Topo (Jodorowsky), sedotto e traviato dalla donna che ha liberato, affronta e sconfigge con l’inganno i Quattro Maestri Pistoleri del deserto, sprofondando così nella perdizione. Colpito a morte dalla donna, che lo tradisce per seguire l’altrettanto enigmatica pistolera che li ha accompagnati durante la missione, viene salvato e curato da una comunità di freaks, uomini deformi che gli abitanti del vicino villaggio –la “città di Dio”- hanno confinato in una profonda e inaccessibile caverna all’interno di una montagna. Completamente trasformato sia nel corpo che nello spirito, El Topo (cioè “La Talpa”)  decide che la sua nuova missione sarà racimolare il denaro necessario a comprare la dinamite per scavare un tunnel nella montagna, in modo da poter  liberare i suoi salvatori; a tale scopo, si adatta a elemosinare facendo il saltimbanco nel villaggio, un luogo degno di Sodoma e Gomorra…


Rispetto alle usuali definizioni di “western metafisico”, “western surrealista” o “psicowestern”, personalmente preferirei parlare piuttosto di “western lisergico” o, meglio ancora, di “western andato a male”, ma si tratterebbe sempre di etichette di comodo: in realtà il secondo film del regista, attore, sceneggiatore, uomo di teatro, mimo, scrittore, fumettista, pittore, esoterista nonché alchimista Alejandro Jodorowsky -cileno di origini russe, meglio conosciuto come “Jodo”- è, come tutti gli altri (pochi, purtroppo) suoi film, un’opera assolutamente inclassificabile, sui generis, sperimentale, espressione di un credo cinematografico genuinamente underground (priorità alle esigenze e urgenze artistiche, rifiuto dei compromessi e della “commercialità”, massima libertà d’espressione) e frutto di un sincretismo artistico e culturale che attinge ad innumerevoli fonti tra le quali il western è solo la più evidente: ambientazione, atmosfera e costumi richiamano apertamente il genere, soprattutto nella sua declinazione italiana- cioè lo “spaghetti-western”- , con riferimento tanto al Maestro Sergio Leone, per il quale Jodo non ha mai nascosto la propria enorme ammirazione, quanto agli epigoni (il look di El Topo ricorda quello del “Django” di Corbucci); per quanto riguarda Leone, in particolare, El Topo contiene almeno tre gustose citazioni più o meno esplicite della “Trilogia del Dollaro”: lo scontro iniziale, con i protagonisti in attesa che cessi il rumore di un palloncino che si sgonfia per dar via alle ostilità, sembra una parodia del duello finale scandito dal carillon tra il Colonnello Mortimer/ Lee Van Cleef e “L’indio”/Gian Maria Volonté di Per qualche dollaro in più; la resa dei conti nell’enorme spiazzo circolare tra El Topo e il Colonnello (un maldestro e patetico imitatore di Napoleone) ricorda il celebre “triello” al cimitero de Il buono, il brutto e il cattivo; l’espediente del piattino di rame a protezione del cuore utilizzato da El Topo per sconfiggere il Terzo Maestro è lo stesso escogitato da Joe/ Clint Eastwood (che si piazza una lastra di acciaio sotto il poncho) per rendersi invulnerabile alle chirurgiche fucilate al cuore sparategli dal terribile Ramon/ Gian Maria Volonté nel memorabile finale di Per un pugno di dollari; tipicamente leoniani sono poi sia i tocchi grotteschi ed ironici che punteggiano qua e là la storia, sia l’atteggiamento guascone ed eccessivo del protagonista (che si permette, ad esempio, di dare le spalle al Colonnello all’inizio del duello). Il western è dunque indubbiamente importante nell’economia del film, ma si limita a caratterizzarlo più che altro a livello “cosmetico”, estetico, superficiale: la storia, come vedremo più avanti, si mantiene –faticosamente- entro i binari di un simil-western solo fin poco oltre la metà della sua durata, poi deraglia improvvisamente, per cominciare un nuovo viaggio che poco o nulla ha da spartire con quanto visto in precedenza e che per questo può portarci a considerare El Topo un film “doppio”, cioè un’opera contenente due film in uno. Come già detto sopra, i riferimenti di Jodo sono talmente ampi ed eterogenei tra loro che non poteva che venirne fuori un prodotto indefinibile, refrattario a qualunque tentativo di collocazione all’interno di un genere ben definito.




Rimanendo nell’ambito delle fonti cinematografiche, si possono riscontrare anche echi felliniani ( i clowneschi e gaudenti personaggi della città di Dio, le marcette circensi che riecheggiano le partiture di Nino Rota), rimandi a Sam Peckinpah (l’uso della violenza) e inquadrature “alla Kurosawa”, senza dimenticare il Tod Browning di Freaks (per la scelta di personaggi menomati e il rilievo che viene dato loro) e, ultimo ma non certo per importanza, il surrealismo, che Jodo mutua dalla lezione del grande maestro spagnolo Luis Bunuel, uno dei padri fondatori del movimento surrealista negli anni ’20 e, insieme al già citato Browning, un regista che, specie nel periodo messicano (anni ’50), ha utilizzato spesso i freaks nelle proprie pellicole. Sospensione delle regole della realtà -come l’acqua che sgorga dalle rocce del deserto-, improvvise infrazioni alla logica narrativa con personaggi femminili con voci maschili e viceversa, fugaci visioni oniriche…si tratta di espliciti rimandi al surrealismo bunueliano che, soprattutto nella prima parte del film (quella ambientata nel deserto), la fanno da padrone, rivelando tutta la passione che il regista ha per una filosofia artistica con la quale è entrato in contatto a Parigi negli anni ’50, rimanendone talmente affascinato da fare del surrealismo uno dei pilastri del movimento artistico “PANIQUE” (in omaggio al Dio Pan, che suona il flauto proprio come El Topo) da lui fondato, nel 1962, insieme agli scrittori Francisco Arrabal e Roland Topòr. Importante, infine, anche se in questo caso parliamo più di teatro che di cinema, è il riferimento al cosiddetto “teatro della crudeltà” (la violenza come denuncia, risveglio delle coscienze, evento catartico), in ossequio al quale Jodo non ci risparmia “salutari” shock e colpi bassi, come le torture inflitte ai frati dai banditi -che si divertono pure a uccidere a caso-, l’evirazione del Colonnello da parte di El Topo o, verso la fine, la morte del bambino alla roulette russa.
Detto ciò, per capire come è nato El Topo non è sufficiente soffermarsi ai riferimenti cinematografici: il film è il risultato dei vasti interessi di Jodo in ambito artistico, filosofico e, soprattutto, religioso. Quest’ultimo aspetto è di capitale importanza e risulta fondamentale nel determinare il brusco cambiamento d’atmosfera, e di genere narrativo, che la storia subisce negli ultimi 45 minuti. Occorre premettere che Jodo, pur provenendo da una famiglia di fede ebraica, non si è mai dichiarato apertamente credente in una particolare fede, trovando invece motivi di interesse un po’ in tutte le confessioni, da vero appassionato di misticismo e di storia delle religioni. Se il rapporto con le Sacre Scritture (sia l’Antico che il Nuovo Testamento) viene esplicitato dai titoli dei quattro capitoli che suddividono grossolanamente il film (Genesi, Profeti, Salmi e Apocalisse), oltre che da varie citazioni “visive” più o meno comprensibili di passi ed episodi biblici (forse la più evidente è quella delle ferite-stimmate provocate a El Topo dalle pistolettate delle due donne), altrettanto importante è l’influenza dello spiritualismo orientale di matrice buddista, alla luce del quale è forse possibile trovare un filo conduttore alla storia, che può essere riletta come l’originalissimo itinerario di purificazione e redenzione di un uomo che dalla schiavitù del peccato (dei desideri) chiude la propria esistenza in odore di santità. Vediamo il perché: nella prima parte del film, quella più “western”, avventurosa, dinamica e, almeno per me, più affascinante (i duelli con i Quattro Maestri si configurano come confronti di natura mistico-filosofica ancor prima che fisica, e sono spesso preceduti da pillole di saggezza elargite dai Maestri, brevi aforismi di filosofia condensata molto suggestivi), il protagonista è un sanguinario e implacabile giustiziere vestito di nero, barba e capelli lunghi, un uomo freddo e violento che non esita ad abbandonare in un monastero il proprio figlioletto di 7 anni –interpretato dal vero figlio di Jodo, Brontis-, un individuo ambizioso e smisuratamente egocentrico: “CHI SEI TU, PER FARE GIUSTIZIA?”, gli domanda il Colonnello, ormai sconfitto. “SONO DIO”, risponde colmo di esaltazione El Topo, che perde definitivamente la bussola a causa dell’amore per l’ambigua e tentatrice donna –novella Eva- che ha salvato alla missione francescana, un lupo travestito da agnello. La donna istiga il pistolero ad affrontare i Quattro Maestri Pistoleri per dimostrarle, come pegno d’amore, di “ESSERE IL MIGLIORE”; la prospettiva non fa altro che rinfocolare l’ambizione di El Topo, che non esita a barare pur di raggiungere l’obiettivo, sprofondando in una progressiva dissoluzione morale che lo porterà, una volta compiuta la missione, alla disperazione più nera: El Topo ha appena completato il proprio cammino di “negazione della conoscenza”, ha toccato il fondo, ha raggiunto il culmine della dannazione. E’ a questo punto che la sua vita subisce una svolta radicale (ed è qui che il film cambia completamente registro): sopra ad un ponte sospeso, la pistolera che si è unita a El Topo e all’amata nel corso della sfida ai Maestri, aggredisce improvvisamente l’uomo a pistolettate mentre questi, in piena crisi spirituale, sta invocando Dio; El Topo, svuotato ormai di ogni pulsione vitale, non si sottrae ai colpi della donna e si lascia martirizzare fino al colpo di grazia, che gli viene inferto dall’amata, che lo tradisce per amore dell’altra donna: è appena andata in scena la morte (solo simbolica?) del “vecchio” El Topo. Ridotto in fin di vita, viene trascinato da un gruppo di freaks all’interno di una grotta dove riceve pazienti cure nella lunga attesa del risveglio; finalmente guarito, per prima cosa l’uomo, ora rivestito solo da una tunica cenciosa, si rade barba e capelli a zero, come un bonzo tibetano: è la catarsi, la rinascita, la rinuncia totale al proprio ego, il passaggio dal sentirsi Dio al sentirsi nulla. Rinnovato, rigenerato dalla mortificazione dell’io, l’uomo può iniziare il cammino spirituale verso l’illuminazione, verso il conseguimento della santità. Adesso è diventato veramente El Topo, La Talpa: la sua ragione di vita è la difesa degli ultimi, cioè degli emarginati che lo hanno salvato, cui promette di regalare la libertà scavando un tunnel che dal ventre della montagna possa finalmente ricondurli all’agognata luce del sole. Comincia una nuova vita, e con essa un nuovo film: lo psicowestern lascia il posto ad una parabola grottesca dai risvolti drammatici, l’onnipotente pistolero è diventato un umile “giullare di Dio”, completamente trasfigurato (anche il linguaggio corporeo del personaggio cambia totalmente, come se lo interpretasse un altro attore!). In vista del suo obiettivo, El Topo ha deciso di rinunciare alla violenza (almeno per ora) e, pur di aiutare i suoi nuovi amici, si adatta a fare lavori umili (come la pulizia dei cessi) alle dipendenze dei mostruosi- loro, sì- abitanti del villaggio: la “città di Dio” è dominata da un’aberrante borghesia razzista, crudele, violenta –che, secondo alcuni critici, rappresenterebbe la società capitalista nord-americana, verso la quale Jodo non ha mai nutrito grande stima-, degradata, perversa e dedita alle più inenarrabili turpitudini, celate a malapena sotto il velo di un ipocrita fanatismo religioso sbandierato attraverso solenni processioni e incredibili riti miracolistici (la roulette russa), il tutto sotto l’esoterico “occhio di Dio”, che ha soppiantato il crocifisso. Jodorowsky descrive questa borghesia con irridente ferocia –proprio come il maestro Bunuel- e cupo pessimismo: una volta liberi, i freaks del sottosuolo corrono verso il villaggio per venire abbattuti uno dopo l’altro dalle fucilate dei “padroni”, per i quali la parola integrazione è un termine privo di significato. El Topo, che assiste impotente al massacro, prende atto del fallimento della sua utopia e, dopo aver ripreso le armi per fare giustizia, decide di porre fine alla propria esistenza alla maniera di un bonzo, quale lui è diventato: dandosi fuoco, seduto nella posizione raccolta “del loto”. Ai due figli il compito di proseguire la sua opera, in un sequel più volte annunciato ma mai realizzato.
In conclusione (finalmente!), El Topo è un’opera sperimentale, disomogenea, delirante, a tratti anche ermetica, disseminata di simboli arcani e incomprensibili (entrano in gioco pure Cabala e numerologia, tanto per…), ma comunque affascinante e, a mio parere, riuscita. E’ anche forse il film più personale e genuino di Jodo, che qui mette davvero tutto se stesso: da vero one man-band dirige, recita, firma sceneggiatura e musiche, si occupa dei costumi e delle scenografie, produce (per la sua Producciones Panic).
Un’ultima curiosità: per le scene al villaggio, il regista ha riciclato il set abbandonato del celebre western L’ultimo colpo in canna (Day of the Evil Gun, 1968), interpretato dal grande Glenn Ford.

L’edizione DVD della RARO VIDEO, a due dischi, accoppia El Topo con La Montagna Sacra (1973), forse il film più celebre di Jodorowsky, aggiungendo pure un interessante libretto curato da Bruno Di Martino.

Francesco Vignaroli

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