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Donizetti Opera: Alfredo il grande

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Al Teatro Donizetti di Bergamo

Proseguendo nell’encomiabile proposta dei 200, il Donizetti Opera allestisce nel bicentenario della prima andata in scema, Alfredo il grande composta da Gaetano Donizetti per Napoli nel 1823. Fu la prima commissione per il compositore bergamasco di poter comporre per uno dei più importanti palcoscenici del tempo, il Real Teatro di San Carlo, dove fu rappresentata il 2 luglio 1823. Non fu un successo, con un incerto numero di repliche (sicuramente pochissime), eppure Alfredo il grande non dovette essere poi così sconosciuto in seguito se fu approntata, a stampa, anche una riduzione per canto e pianoforte. Opera del non ancor ventiseienne Donizetti che risente molto del lascito del maestro Mayr e, ancor più, di Rossini, libretto di Andrea Leone Tottola. La vicenda narra del primo re dei britanni Alfred the Great, sullo sfondo della seconda metà del secolo IX, impegnato nella strenua difesa dei territori inglesi dagli assalti dei rapaci vichinghi, ma che il librettista integra con personaggi di pura invenzione. In occasione di questo spettacolo è stata approntata l’edizione critica, curata da Edoardo Cavalli per la Fondazione Donizetti, operando principalmente sulla partitura autografa del Conservatorio di San Pietro a Majella. Nuova la produzione, in efficace e fantasiosa forma semiscenica, della Fondazione Teatro Donizetti.  Antonino Siragusa come Alfredo fa valere la professionalità di tenore dalla lunga frequentazione del repertorio del primo ottocento, anche se non sembra credere molto nel suo personaggio, apparendo impartecipe e distaccato nel fraseggio e nella recitazione. La voce ha perso smalto e il prezioso legato; gli acuti, sempre slanciati, non sono mai rifiniti. Nella sua aria Non è di morte il fulmine si destreggia mostrando le capacità di un passato da belcantista, ma i centri denunciano carenza di spessore. Gradevole nel trio O, caro momento, fluido nella vocalizzazione (pur aprendo troppo i suoni) nel duetto Oh, vittoria! a me sei cara e baldanzoso in La tromba m’invita, ma statico in Che più si tarda? senza fulminanti scintille d’invito alla guerra, con acuti spinti. In Celeste voce ascolto, con il direttore Rovaris che gli tesse un prezioso tessuto orchestrale di sapienza di colori, il tenore mostra pregevoli mezze voci. Gilda Fiume è un’Amalia sempre partecipe, palpitante e amorosa, che insaporisce le frasi con spirito e brio interpretativo. Pur svettando, inizialmente gli acuti (che tende a spingere) suonano un po’ vitrei: giostra la voce con sicurezza e sciorina una facile e pulita vocalizzazione in Sposo!…E fia ver? Interprete solare, muta a quasi drammatici accenti in Ah, pria di lui cadrò- Se di sangue hai sete, virando allo stupore, quasi estatico, in Oh come dal grembo, nell’elettrizzante concertato che chiude l’Atto I. Passa a fluidi acrobatismi vocali di Questa man, per essere poi gustosa nel duetto, di fragrante confezione, Ah no, non è possibile mentre divien battagliera in La tromba t’invita. Attrice che tiene il palcoscenico, gioca in mimica facciale prendendosi tutta la scena nel rondò finale dove, punto più alto della sua prestazione, sfoggia agilità di bravura con variazioni in acuto (non sempre limpidissime), interpretazione esaltata dal direttore. Eduardo era Lodovico Filippo Ravizza dal rotondo timbro baritonale e di sicura tenuta scenica. Adolfo Corrado imponente Atkins nella figura scenica e vocale, sicuro nell’aria e cabaletta La sospirata preda Oh, cari! Esprimervi efficace, ma non sempre in acuto. Mediocre Enrichetta di Valeria Girardello dai disomogenei registri e priva di reali note basse; riesce sufficientemente nell’aria di sorbetto Quando al pianto, finché si mantiene nel registro acuto. Guglielmo prestante di Antonio Gares, voce svettante e proiettata, che in Al rapido torrente mostra bello squillo. Alexander Marev discreto Rivers e promettente Margherita di Floriana Cicìo. Orchestra Donizetti Opera diretta da Corrado Rovaris che con la maturata esperienza si segnala per il trascinante impeto con cui sostiene la partitura infondendole una carica vitale guerresca, pur variegata e sottile nei rari momenti di abbandono. Ottima la concertazione, sapiente e sempre attenta alle esigenze del cantante. A un’opera in cui l’azione e la drammaturgia sono ridotte a puro pretesto per il canto, il direttore sa infondere un’energia che mantiene alta la tensione e la febbre di raccontare. Coro della Radio Ungherese impeccabile ed efficiente, diretto da Zoltán Pad. Semplice la messinscena di Gregorio Zurla, ideale per raccontar la vicenda che non ha particolare svolgimento, su un piano leggermente inclinato. Immancabili video di Virginio Levrio che s’inseriscono discretamente nella storia, tra violenza e devastazioni della cultura accanto a immagini di stilizzazione medievali. Scorre veloce la regia di Stefano Simone Pintor che fa vivere e agire il coro in scena, in statica postura, con simbolismi nazionali sugli spartiti; Giada Masi ha ideato i fantasiosi costumi, puntuali le luci di Fiammetta Baldiserri. Successo calorosissimo per tutta la compagnia di canto e ovazioni per Rovaris.

gF. Previtali Rosti

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