“La bustina di Dioniso”. Il malcostume del . Rubrica di Enrico Bernard

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C’è modo e modo di viaggiare. Lo si può fare con le valigie in mano spostandosi da una parte all’altra del globo, oppure con la fantasia guardando il soffitto dal proprio giaciglio disfatto e sognare praterie, distese marine e quant’altro.

Importante, in entrambi i casi, è tenere la testa sulle spalle, senza perderla,  e naturalmente avere i piedi, come suggerisce Italo  Calvino, sempre ben piantati in terra. Se stai percorrendo  Broadway  Avenue a Manhattan non puoi comportarti come a Roma o a Milano, sei calato in una realtà e in una dimensione diversa e  per te non quotidiana. Lo stesso vale per il sogno ad occhi aperti: guai a confonderlo con la realtà!

Invece, qualcuno che fa teatro  dalle nostre parti sembra, che dopo una gita Oltreoceano, abbia confuso i continenti e, tornato in patria, nell’Italietta del <carmina non dant panem> (con l’arte non si magna), ha cominciato a sognare ad occhi aperti di continuare a  trovarsi come per incantesimo nella Big Apple, confondendo usi e costumi di viale Trastevere con quelli della 5th o 6th Street.

Anch’io, devo confessarlo, ho spesso osservato con invidia le lunghe code di spettatori  che si formano già dal mattino davanti agli ingressi sbarrati dei teatri per accaparrarsi  il ticket di uno spettacolo, una folla di aspirante pubblico bloccato da un cartello con sopra scritto a chiare lettere: <SOLD OUT>.

Tutto esaurito, il sogno di qualsiasi teatrante.  Un sogno peraltro che nella capitale mondiale dello spettacolo in alcuni  casi si avvera – ma non in tutti. Molto spesso infatti quelle file e quei cartelli di <SOLD OUT>  non sono veritieri, ma vere e proprie messe in scena per attirare l’attenzione dei passanti, insomma il classico “specchietto per le allodole”. Si tratta di un vecchio trucco promozionale, attento che perdi l’occasione, sbrigati!, che il mondo produttivo newyorkese adotta da sempre soprattutto per irretire gli “aliens”, i forestieri, che passeggiano per  Manhattan in cerca di uno spettacolo da qualche parte, dato che non si può lasciare  Broadway senza aver visto neppure un musical o qualunque cosa sia sul palcoscenico più o meno off.  Infatti, esclusi i grandi musical, quelli sì esauriti <sold out> per mesi e spesso anni, tocca andare dove c’è ancora posto.

Ed ecco allora scattare il meccanismo delle file e del “falso” <sold out>. Bastano tre o quattro dollari a testa per chiedere ad una ventina di figuranti di mettersi in fila per un’oretta a leggere il giornale o chiacchierare fingendo di aspettare  l’apertura del botteghino. Ecco, una fila di una o due ore in  attesa di biglietto è la prima mossa pubblicitaria che ogni produttore newyorkese deve intraprendere per far notare lo spettacolo che intende lanciare. E c’è chi il figurante lo fa addirittura per professione: cinque dollari ad ora non sono molti, ma con tanta disoccupazione, quanto basta per mangiare e pagarsi qualche bolletta a fine giornata di lavoro, anzi fila, spesso anche col sediolino portatile.

Evidentemente qualche teatrante italiano di passaggio deve aver – come si dice in gergo commerciale – intuito il business, o almeno una parte di esso. Solo che non avendo i soldi per creare delle file davanti ai botteghini dei vari teatri e teatrini romani, file che non verrebbero neppure notate o, se notate, sarebbero considerate alla stregua di un cordone sanitario per isolare i matti dal resto del mondo, si affida il messaggio in bottiglia <SOLD OUT>, tutto esaurito, ai social network e alle amicizie di FB. Tanto per farsi pubblicità, ovviamente, ed anche – diciamolo – per darsi qualche aria nell’illusione di un successo stabile e quotidianamente confermato da un pubblico attento e partecipe.

Sì, lallero! mi verrebbe spesso da rispondere – ma evito di farlo:  primo, per non farmi nemici; secondo, perché se c’è ancora qualcuno capace di coltivare un’illusione è giusto, ed anche bello che perseveri senza i miei richiami alla dura realtà.

Ma ammesso e non concesso che per tre o quattro giorni veramente i nostri deliziosi teatrini (che vanno dai 30 posti di Stanze Segrete ai “famosi” 99 posti imposti dalla Siae per limitare i “danni” dei diritti d’autore e la quota dell’Associazione Culturale) siano veramente  <SOLD OUT>, per carità è accaduto anche a me di avere spesso più di trenta prenotazioni nella saletta con venti seggiole, vogliamo far finta di non sapere come si costituisce questo pubblico, che tutto è tranne che spontaneo? E’ evidente che se in uno spettacolo lavorano sei persone – tra regista attori e tecnici – ciascuno dotato di un “pacchetto”  di  una trentina di amici e parenti che si portano a loro volta dietro cugini e nipoti, dirimpettai e suocere, posso arrivare ad avere una audience  (obbligata a pagare, anzi talvolta  a pagare pure doppio, ossia più del “valore” artistico offerto), anche di un paio di centinaia di  persone, cioè di un pubblico tirato per il collo a teatro.

Il che è naturalmente un bene, ed è anche ammirevole lo sforzo nonché da encomio l’entusiasmo che si trasmette;  tuttavia bisogna ammettere che si tratta di un <SOLD OUT> all’americana, cioè fittizio: la “fila” dipende dal numero di “figuranti”, o comparse,  che in questo caso pagano in nome della parentela o dell’amicizia, di cui dispone ogni singolo teatrante, che più vale quanti più parenti riesce a costringere a venire a teatro a vederlo, a fare il  “sold out” e a battere le mani.

Naturalmente questo modello di “formazione del pubblico”, in realtà si tratta di un vero e proprio “adescamento” –  giustificatissimo beninteso dal presupposto artistico e culturale da cui scaturisce- , può  portare, come  alcuni casi di successo dimostrano, al cosiddetto effetto “passaparola”. Ma ciò avveniva soprattutto nel passato, quando c’era una critica ampia e attenta sulla carta stampata a grande tiratura. Negli anni Ottanta,  se nella prima settimana si riuscivano ad ottenere le recensioni  positive di tre o quattro grandi testate e ci si organizzava bene col pubblico (amici e familiari) si poteva veder crescere lo spettacolo con un exploit nelle ultime repliche.

Al contrario oggi  i <SOLD OUT>  delle prime repliche annunciati sui social network sono spesso e volentieri frutto di sbruffoneria o di millanteria  a chi la spara più grossa: dal momento che oggi  il pubblico teatrale “vero”,  se non sparito, è comunque assai diffidente e difficile da stanare e che la critica che portava veramente pubblico (non quella dei magazine online, utilissima e autorevole ma che si rivolge soprattutto ad una ristretta cerchia di adepti e addetti ai lavori, non alla “massa” del pubblico) è sparita, – ebbene, ciò considerato, qualcuno spieghi: come si fa  ad essere <SOLD OUT>fin dalle prime recite? Mi dò la risposta da solo:  molti amici, tanti parenti, amici di amici, gente che deve qualcosa a qualcuno o qualcuno che deve qualcosa, stuoli di amanti con colleghi al seguito, l’ex professoressa del ginnasio che convoglia una classe distratta e annoiata… Va benissimo, ma togliamo quella scritta che sa di presa in giro <SOLD OUT>.

Perché il teatro italiano più che essere <SOLD OUT>,  mi pare che sia, scusate il gioco di parole, <OUT OF SOLD> – nonostante tutti i mirabolanti e miracolosi <SOLD OUT> che vengono spaparazzati su FB.

Enrico Bernard

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