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“La Bohème” di fine anno, tra infradito e netturbini

Data:

Padova, Teatro Verdi, 29 e 31 dicembre 2016

La Bohème chiude la stagione lirica 2016 del Verdi. Paolo Giani Cei, dal 2008 assistente di Stefano Poda, cura l’allestimento nella sua interezza. Per onestà intellettuale faccio presente che, come successe per La Traviata (2015) del medesimo Giani Cei, dove si adattò la struttura usata da Poda per Rigoletto (2010), così qui la scatola scenica, salvo alcune modifiche, è la stessa impiegata da Poda per Nabucco (2012). Riempita nel primo quadro da cumuli di oggetti simbolo delle arti, propone, tra jeans strappati, t-shirts, leggins attillati, bombolette spray e fuochi di fortuna, atmosfere underground, idea già sfruttata da Michieletto a Salzburg 2012. Momus diventa un night, con palo per lap dance, cubiste e camerieri pettoruti in canotta fluo e infradito indaffarati alla ricerca di non si sa cosa. La barriera d’Enfer? Discarica nebbiosa con netturbini in azione e interpreti avvolti in costante foschia, accorgimento ripreso dal Nabucco sopracitato. Di nuovo la soffitta, quattro lettini in fila. L’interazione si limita a gestualità abbozzate, poco decise, al limite della “tradizione”. Dov’è la poesia? Dove il calore dell’amore? Dove lo studio della drammaturgia che, lo dimostra la lapalissiana disorganizzazione del secondo quadro, sprofonda in parossistici vuoti di logica? Al diavolo i corsivi di Illica e Giacosa, fonte copiosa di spunti originali per chi ne sappia cogliere il senso, e si ricorra alla “dimensione onirica”, concetto oggi svuotato di senso da anni di cattivo teatro. Cosa otteniamo? Una Bohème senz’anima, priva di contenuti rilevanti e disinteressata a instaurare qualsiasi complicità emotiva tra pubblico e regista.

Clima migliore sul côté musicale. La bacchetta raffinata d’Eduardo Strausser alla guida dell’Orchestra Filarmonia Veneta ricerca sonorità delicate, palpitanti il giovanile afflato degli amanti. Rispetto rigoroso delle dinamiche prescritte, attenzione per i contrasti e gusto per una elegante leggerezza armonica contraddistinguono il suo operato.

Autentica gloria della compagnia, come lo fu nella Fledermaus triestina dello scorso giugno, è Mihaela Marcu, oramai una garanzia di successo sul palcoscenico. Il timbro seducente e l’omogeneità della linea di canto si uniscono a doti da grande attrice in una Musetta perfetta, eccelsamente ritratta nella duplice natura di sirena e d’innamorata. Le fa da valido compare il Marcello di Gezim Myshketa, abile e disinvolto attore, dalla voce generosa in volume, duttile a slanci e morbidezze. Giorgio Berrugi, versante alla prima in precarie condizioni di salute, viene sostituito da Giordano Lucà, Rodolfo di scarsa presenza, lacuna ingiustificabile data l’esiguità del personaggio creato da Giani Cei. La voce possiede timbro chiaro e buona tecnica, seppur permangano difetti d’espressione e d’emissione che lo portano, ad esempio, a inciampare sul primo fior del finale terzo. Maija Kovalevska ha strumento troppo leggero per il ruolo di Mimì. L’estensione apparentemente ampia è controllata con intelligenza, eppure alcune fissità nell’acuto scappano. Il soprano tenta di imprimere mordente alla recitazione, ma colori, passione e struggimento stagnano in una deludente genericità. Che Colline quello di Gabriele Sagona! Un basso che fa della Vecchia zimarra occasione preziosa per apprezzarne le qualità vocali, promosse da un applauso a scena aperta. Daniel Giulianini, concorrente all’ultima edizione del premio Corradetti, è Schaunard eccessivamente caricato nel recitato, ma provvisto di mezzi apprezzabili. Davide Pelissero e Christian Starinieri, rispettivamente Benoit e Alcindoro, danno dignità ai personaggi con gusto e misura, evitando l’effetto macchietta. Completano il cast Luca Favaron, Luca Bauce e Riccardo Ambrosi.

Ottima la prova del Coro Voci Bianche “Cesare Pollini” diretto da Marina Malavasi, accorta anche nella scelta del solista che vuole “la tromba, il cavallin”, climax musicale di non facile esecuzione qui risolto senza alcuna stonatura. Nel complesso accettabile la prestazione del Coro Lirico Veneto preparato da Sergio Stefano Lovato.

La sera del 31 dicembre vede impegnata tra le comparse la nota entreneuse Miss Linda che al termine, dopo gli applausi scroscianti dei presenti per tutta la produzione, ha guidato il countdown verso il nuovo anno, salutato dal ditirambo Libiamo ne’ lieti calici intonato da Kovalevska, Marcu, Lucà e Myshketa.

Luca Benvenuti

 

La Bohème
Opera lirica in quattro quadri
Musica di Giacomo Puccini
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, tratto da Scènes de la vie de bohème di Henri Murger
Personaggi e interpreti:
Mimì: Maija Kovalevska
Musetta: Mihaela Marcu
Rodolfo: Giordano Lucà
Marcello: Gezim Myshketa
Schaunard: Daniel Giulianini
Colline: Gabriele Sagona
Benoit: Davide Pelissero
Parpignol: Luca Favaron
Alcindoro: Christian Starinieri
Sergente dei doganieri: Luca Bauce
Sergente: Riccardo Ambrosi
Coro Lirico Veneto
Maestro del Coro: Sergio Stefano Lovato
Coro voci bianche Cesare Pollini
Maestro del coro: Marina Malavasi
Orchestra Filarmonia Veneta
Maestro concertatore e direttore d’orchestra: Eduardo Strausser
Foto Giuliano Ghiraldini
Regia, scene, costumi, luci: Paolo Giani
Nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro Sociale di Rovigo

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