“Hamletmachine” al Fesival dei Due Mondi

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Al Festival dei Due Mondi di Spoleto

Passati trentuno anni dal sul debutto Hamletmachine torna sul palco grazie alla commissione del Festival di Spoleto.

Heiner Müller aveva scritto il testo per Robert Wilson che, dopo aver diretto gli allevi della New York University e gli attori della Kunsthalle di Amburgo, lo porta in scena con gli allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma.

Siamo circondati e influenzati da immagini che ci catturano, che si vendono per ciò che rappresentano e poco ci fermiamo a chiedere cosa davvero ci stanno comunicando. Siamo sedotti dall’estetica, tutto è pubblicità, tutto è sul banco del mercato, perfino i rapporti, gli affetti, i valori. Conta più ciò che sembra dalla sua essenza ed è questo linguaggio che Hamletmachine interroga, lo utilizza frammentandolo, ispezionandolo nei suoi dettagli, entra nelle parti in ombra per restituire la sua integrità che il pubblico deve individuare. Non cerca di vendersi per convincerci a credere nel suo messaggio, vuole solo risvegliarci allo sguardo e al giudizio.

60° Festival Dei 2 MondiPer questo non siamo davanti a una narrazione che prende forma, non avanziamo su una strada, ma siamo fermi in un unico punto che continua a cambiare. Siamo fuori, come guardare la terra da un satellite per scoprire la sua mutevolezza e la sua ciclicità nel divenire.

La vita è una ripetizione continua e niente cambia se non cambiamo il nostro approccio, se lo fa è illusione, una sofisticata e diabolica via del linguaggio che ci paralizza e non ci fa evolvere.

Lo spettacolo è nato nel 1977 ed è stato messo in scena nel 1986, in un periodo che ci appare lontano, le sue scoperte e le sue problematiche sembrano non riguardarci più. Eppure nella sostanza cosa è davvero cambiato? Quali sono i progressi sociali ed etici che abbiamo conquistato? Ci ritroviamo a vacillare in una struttura familiare e politica che ci mette uno contro l’altro, che ci isola nella nostra condizione di uomini come universi a se stanti e per capirci abbiamo bisogno di sottometterci al sistema. Il sistema dei social, del benessere (una nuova casa, nuova macchina, a volte nuova famiglia e nuovi amici). Infine ci guardiamo allo specchio e i nostri occhi sono stanchi di vedere quella maschera, di sentire il ronzio delle parole che si impossessano di noi, tacendo i nostri pensieri.

I personaggi sono allegorie, personificazioni del dettame classico vestono i panni delle divinità moderne. Un Amleto punk-rock e un’Ofelia ballerina moderna sono i volti di una storia corale, le loro parole vengono ripetute dagli altri personaggi maschili per lui e femminili per lei. Allo scoccare dei legnetti entrano in scena tutti, guidati da un deux ex machina vampiresco, dai capelli sospesi in su e le unghie lunghe. Amplificano i gesti le tre donne anni ’50, come delle Moire invece di tessere graffiano sul tavolo. Ognuno è un piccolo ingranaggio che anima la scena con corpo, voce e sonorità, un quadro scenico impeccabile, senz’anima né coscienza. Svuotati delle loro intenzioni il ruolo che hanno ha preso il sopravvento su di loro. Con una voce meccanica Amleto confessa il suo desiderio di essere altro e Ofelia rivela un lato sinistro che non sembra calzare al suo bel visino. Un mondo inespresso vuole emergere, una ribellione per i canoni del teatro e della società, lo smascheramento dei ruoli e l’esigenza di ripartire da zero. Qui è svelato il gap della macchina, l’ingranaggio si è rotto perché non comunica più niente, allora l’atleta salta e si blocca nella sua posa classica di lancio. I valori moderni richiamano gli antichi solo nella forma, ma non riescono più a guidare l’uomo.

Hamletmachine ha bisogno di una forte partecipazione del pubblico, che deve interpretare e snocciolare un messaggio complesso attraverso l’estetica del linguaggio. L’impegno vale la sfida però, tanto per la bravura degli attori, impeccabili nei movimenti e nella capacità di utilizzare voci differenti nello stesso monologo (facendo risuonare la loro voce nelle differenti casse del corpo), quando per la splendida scenografia aiutata dal gioco di luci.

Lo spettacolo ci mette alla prova, si prende del tempo che non siamo abituati a dare, decide di darci degli spunti di riflessione e non delle idee preconfezionate. Ci chiede di pensare, connettendo i punti per scegliere cosa ci piace e cosa vogliamo essere.

Federica Guzzon

Credits
testi di Heiner Müller
ideazione, regia, scene e luci Robert Wilson
co-regia Ann-Christin Rommen
adattamento luci John Torres
collaboratore alle scene Marie de Testa
costumi Micol Notarianni
dai disegni originali di William Ivey Long
make-up Manu Halligan
con i performers de
Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico
Liliana Bottone, Grazia Capraro, Irene Ciani, Gabriele Cicirello, Renato Civello, Francesco Cotroneo, Angelo Galdi, Alice Generali,  Adalgisa Manfrida, Paolo Marconi, Eugenio Mastrandrea, Michele Ragno, Camilla Tagliaferri, Luca Vassos, Barbara Venturato
drammaturgia originale Wolfgang Wiens
musiche Jerry Leiber e Mike Stoller
sound design originale Scott Lehrer
assistente alla regia Giovanni Firpo
sound design e fonica Antonio Neto con Dario Felli
operatore luci Aliberto Sagretti
direttore di scena Camilla Piccioni
direttore tecnico Giuliana Rienzi
allestimento scenico Ottorino Neri
assistente personale di RW Owen Laub
internship Ilaria d’Agostino e Anita Ricci
delegato di produzione Virginia Forlani
con la collaborazione di Micaela Comasini e Elisa Crespi
nuova versione basata sulla produzione originale del 7 Maggio 1986
alla New York University, New York
progetto di Change Performing Arts
commissionato da Festival di Spoleto 60
per l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico
si ringrazia Accademia Nazionale di Santa Cecilia

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