“L’emporio dei sogni” di Marco Bindi. Vivere il sogno per trasformare la realtà

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Lo stile fluido e solo apparentemente semplice di Marco Bindi, conduce in una cavalcata fantastica entro caleidoscopiche fantasie, e prende la piega, più che di un libro del fantastico, di un apologo morale sul valore della scelta. In realtà, si rimane inchiodati alla lettura fino quasi allo straniamento, in maniera viscerale e in una dimensione irrazionale che si ricompone però nel finale, secondo una struttura credibile e precisa come l’ordito logico di un teorema.

L’idea di fondo, che i sogni non solo siano modificati da ciò che esperiamo nella vita, ma siano essi stessi a loro volta a poter ingenerare infiniti mondi possibili, infinite altre combinazioni materiali – il finale ricorda il genio di Giordano Bruno –, questa idea è solo un punto di partenza, almeno così sembra, per condurre i personaggi verso delle apparenti aporie morali… Se esistono infiniti mondi possibili, che valore ha la singola scelta? In realtà, sembra dirci il libro, già in questa vita viviamo e sperimentiamo una scala infinita di possibilità, il fatto è che ognuna di esse ne ingenera di infinite a sua volta, fosse solo anche per lo scarto di una singola sfumatura…

Per quanto una vita possa sembrare irreggimentata nell’assenza di speranza, in una dimensione opaca e deprivata d’essere, probabilmente deve venire vissuta proprio per ciò che ancora riusciamo a coltivare in termini di speranza e apertura a scelte inedite, le quali hanno il potere di riportarla provvidenzialmente ad uno stato di reviviscenza: un germe vitale che può attecchire inaspettatamente su qualsiasi terreno e anche nelle circostanze apparentemente più sfavorevoli. Il fatto è che l’autore non apparecchia un giudizio etico-morale sul valore del libero arbitrio  –  come si converrebbe ad una visione religiosa, e segnatamente per quella cattolica –  e questo viene in luce soprattutto nel finale: esistono innumeri percorsi e scelte, prospettive e condizioni dell’esistere, potremmo dire “destini” per ciascuno dei tre principali personaggi, dei quali l’autore dà magistralmente un assaggio nel finale del libro, che è un finale aperto ed eteromorfo come una fase cristallina. Ma ciò che qui egli pare dire al lettore, è che l’amore è un valore assoluto che trascende il tempo e la nozione empirica che ne abbiamo, e sembra risiedere proprio in esso la chiave di volta dell’intero Universo. Non una forma di amore vagheggiato secondo una forma deteriore di generico e superficiale romanticismo, o facente astrazione dai connotati materiali di una vita, ma tale da abbracciare quelli pienamente, assieme alla volontà consapevole di consacrare la propria esistenza alla persona che si è scelta essere depositaria della nostra piena capacità e facoltà di donarci, nonché di saper accettare da essa altrettanti doni senza calcolo o riserve.

La sola cosa che appaia come “morte”, in una vita, non è tanto la cessazione fisica dell’esistenza, ma la cessazione del desiderio e della speranza entro il suo corso terreno…  Cessazione che ingenera una dimensione opaca e confusiva, crepuscolare dell’esistere, come quella in cui da principio sembra calato senza rimedio il vero protagonista del romanzo, Vincenzo Marra, che sollecitato però da contesti e accadimenti profondamente perturbanti – nello sperimentare i quali vige, per lui, un classico meccanismo attrazione/repulsione –, permeati di fitto mistero e apparentemente imponderabili nel loro reale significato, ritrova la scintilla vitale che, essa sola, può cogliere distratti in un attimo teleologicamente aperto tempo e destino e conferire un più alto valore all’esistenza. Un’esistenza che poteva sembrare, solo un momento prima di questo conseguimento degno del Kàiros greco, tale da congiurare pesantemente contro ogni possibile fibra di vita “ritrovata”.

Il gesto di riappropriazione di senso da parte del protagonista è un gesto epico in senso classico e quella che conduce nel romanzo è un’esplorazione, un viaggio, dettato da una forma di “nostalgia aperta” simile a quella dell’Ulisse dantesco – nostalgia per il non visto e il non ancora sperimentato.  Essa testimonia di una spinta meta-razionale, lontana dal quotidiano languire della fantasia innescato dal calcolo dell’immediatamente utile, nonché da asfittiche prospettive di senso – “senso” nel doppio significato di direzione e sentimento.

La mente è fucina poietica di tutte le possibili cose immaginabili, e noi stessi, come scriveva Shakespeare nel “Riccardo III”, siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. In essi non sta solo un inventario subconscio delle nostre pulsioni, ma la chiave di volta dell’Universo, quella chiave d’oro che nel libro è l’accesso a una scelta radicale, che pure non ne esclude altre… Sembra che piuttosto che sulla scorta dell’Esistenzialismo (ogni scelta ne sopprime altre), qui valga il motto che ogni vera scelta ne ingenera di altre infinite.

Massimo Triolo

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