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Giovanni Carbone. Le liriche di uno dei vincitori del Premio “Pierluigi Galli”

Data:

Giovanni Carbone è stato uno dei vincitori del nostro premio, arrivando secondo nella sezione dedicata agli autori e vincendo anche la sezione per la migliore poesia, a pari-merito con Elma Schippa, con la lirica “Un viaggio qualsiasi”. Si pubblicano qui le sue tre poesie vincitrici, più altre cinque a discrezione dell’Autore. Buona lettura!

 

Confiteor

Ho sentito i cori dei corvi
e l’arcangelo vestito di nerofumo
recitare litanie
in fondo alla ciminiera
dei campi di cotone.
Era il canto della strada buia,
in riva alla città zoo,
la sirena che pregava
di catturare gli scarafaggi d’ogni tribù,
nascosti alla luce esausta del neon
dallo scricchiolio della pattumiera
gonfia d’orgoglio
e di cose mai dette e mai scritte.
E non si sa mai fossero saggi e definitivi
quei rumori della notte
il mattino si diverte a disaggregarli
per l’innata sua passione per lo smog,
o per lo smoking
– color cimitero –
da abbinare alla cravatta
con il nodo scorsoio
da indossare il ventisette
di un mese qualsiasi per l’obolo
dai vestiboli della civiltà dorata.

 

Memoriam Defluxit

Posso incontrarti nello sguardo di una bambola di pezza
e trovarvi il desiderio d’un altro cielo.
Posso ricostruire la magia del silenzio
nell’istante senza fiato
e farmi cogliere impreparato dal gioco d’azzardo.
Posso immaginare d’incontrarti di nuovo
mentre scendi le scale
o cammini sulla riva della spiaggia
infondo al paese diruto.
È il ricordo di te,
della costruzione del rifugio tra le dune
a due passi da quel posto
dove le tue mani plasmavano la sabbia.
Mi sorprende
il risentire il suono delle onde
e dei granelli di sabbia
urtarsi ritmicamente,
affollarsi discretamente
ed aggregarsi in forme rare,
il ricordo dell’attesa per la sinfonia conclusa
suonata sul bagnasciuga
e colorata su fondo rosso
come una testuggine,
delle cave nel buio
e dei falò rubati,
nelle notti senza fine
e della musica che hai imparato
dal sole riemerso al mattino
da un mare di magenta,
come l’orchestra dal golfo mistico.

 

Un viaggio qualsiasi

Ero in fuga
sul pianeta sconosciuto,
poco più in là,
dove si ripete l’arcano gioco,
tre carte e tre scimmiette,
quelle in preda a crisi d’astinenze umane
per mancati accordi
con la figlia del dottore
il fornitore di sonno preferito.
E nell’istante in preda al dormitorio
tu staccavi i biglietti
d’un tram che non ha nome
– né desiderio né altro –
ed ho scelto la fermata
dinnanzi allo specchio
per cogliere l’improbabilità
d’un autoritratto sghembo di linee
chino di teste
e parallelo di convergenze,
per la dialettica dimenticata
in fondo al bicchiere,
sulla punta della cicca spenta,
sotto le scarpe lucidate di mota
nelle mani di calce,
nella prospettiva di un dio
di cui mi ricordo appena il nome,
meglio il cognome,
certo non il viso smunto
di chi non ha più passaporto
per le stelle.

 

 

Come in un film

Come in un film

c’è una musica

“arrivederci cappello a forma di torta di maiale”,

e poi “la mia cosa preferita”,

scivolata con l’ultima nota

anzi il nota bene

– l’enne punto bi punto

in fondo al foglio –

ogni piccolo dettaglio

del soffitto del teatro – assurdo -,

come in un prodotto finito,

grondante di china scura

sulla volta bianca d’una cattedrale

e le pareti d’ocra.

Nota bene, il bacio

d’uno spartito rubato,

e i ghirigori confusi

nell’incrocio dei pentagrammi dipinti

sulla schiena scorticata del solista.

Nota bene, ciò che resta

d’una mosca e delle viscere,

delle macchie di vino incendiate

per riscaldare il suono gelido

della nota aspra

sulla scena in dissolvenza

del solista

nel suo epilogo in “the end”.

 

 

Fuga

Un giorno venne il tempo della fuga,

la fuga nel tempo

e nelle sue taumaturgie

che strappano chiodi

da tempie e rimarginano

cicatrici antiche.

Immaginavo questo tempo

trasformare in stanchi ricordi

memorie sofferte

ed ogni oggetto

in materia morta.

Ho vissuto quel tempo,

ne ho percorso le strade

nell’ultima dimensione

del semicerchio d’illusioni.

L’ho attraversato

per scoprirvi i dettagli

d’ogni cosa abbia guardato

e non ho mai visto.

Ho ritrovato lo stesso tempo

dietro le finestre chiuse

le porte serrate,

le palpebre sugli occhi neri.

 

 

Volevo Tempeste

La risacca è l’ectoplasma sonoro,

melodico, evasivo, che ovatta

gli spazi ed esclude altre esperienze.

La brezza è il contrappunto pulsante,

ossessivo, sull’infinita stanchezza

della notte esangue e di polvere.

Gli inefficaci bromuri si versano

sul sonno insonne, e improvvisano

le oscure danze d’intrattenimento,

con le concentriche lente involuzioni

dell’erosione del sogno e dello scoglio.

E non basta lo stanco fruscio di siepe

ad evitare i fragorosi silenzi

mentre lancio lo sguardo e il desiderio

oltre la coltre nera e l’orizzonte,

verso l’irraggiungibile cornucopia

del maremoto, dell’uragano, della

tempesta, del tornado, dello tsunami

che scuote il mare, le coscienze e cancella

l’angoscia oppressiva della calma piatta.

 

Liberazioni

Mi sorpresi di quel sogno senza sonno

del riconoscervi i giochi insoliti

del risveglio esangue e soliloqui

per vie notturne e deserte d’ascolti.

Le chiare trasparenze rievocate in

quel ricordo, non celano affatto il

nuovo sogno che rende così diverso

pensare di trasformare il destino.

Di più, mi colpisce quella pervicace

strana assenza del capire s’è ancora

un gioco d’azzardo tornare indietro

a riflettere su risposte non date,

per trovarvi, poi, solo prospettive

false di ripiego nelle inutili

riletture delle stelle o sul fondo

degli occhi d’una bambola di pezza,

o provare a scansare vaticini,

ed accettando l’idea del viaggiare

alla deriva, ignorarne l’attesa

per l’ignoto oscuro approdo finale.

Così, all’essere servendo senza le

certezze che si richiedono al caso,

libererò la rincorsa alla notte

per immolarmi, insonne, al mattino.

 

Una nota

Volevo una nota, la nota distratta

della notte, la nota del sax di Coltrane

la mia cosa preferita graffiata su

un tasto, un tasto teso più in alto,

sul soffitto del teatro dell’assurdo,

come in un prodotto finito, grondante

di china scura sulla volta bianca

d’una cattedrale e le pareti d’ocra

Volevo una nota, la nota stirata

di Monk sul cappello sbattuto per strada

dal vento di un pomeriggio deserto

sull’asfalto bagnato del tempo andato,

la nota incorniciata accerchiata

dal perfetto contrappunto del tappeto

di velluto rosso, anzi il notabene

la nota in fondo al foglio, in fondo.

Volevo una nota, il bacio di uno

spartito, rubato, ghirigori confusi

nell’incrocio dei pentagrammi dipinti

sulla schiena scorticata d’un solista,

la nota atonale, ciò che resta d’una

mosca e delle viscere, delle macchie

di vino, incendiate per riscaldare

il gelido suono del gruppo dissolto.

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