“Mortali e Immortali” di Stefano Duranti Poccetti. Uno stile lirico per una raccolta circolare

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Con “Mortali e Immortali” siamo di fronte alla perfetta fusione di uno stile lirico all’interno di una prosa fortemente evocatrice, e densa seppure mai ridondante, per certo un esempio unico di ibridismo tra le due forme espressive. Eros e Thanatos si compenetrano quasi senza soluzione di continuità e il loro rispettivo ruolo acquista senso esperienziale solo in virtù di questo connubio – diremmo quasi vincolo sacrale – e mai in forma di dipolo e men che meno di dualismo; questo quasi a dispetto del titolo dell’opera e della sua stessa suddivisione. Prose liriche, quelle di Stefano Duranti Poccetti, ricchissime di intuizioni fresche e originali, riflessioni e quesiti di stampo filosofico e esistenziale, che mettono sotto la lente di un sensitivo sguardo poetico l’esistenza – quella che sopravvive al suo possibile esaurirsi e quella che pare quasi una scintilla nella notte del tempo –, e che si dipanano con fluida armonia trovando sintesi e incisività proprio nella compassata compostezza che ne detta breve lunghezza e intrinseca eleganza: mai scevra di efficacia e spiccata vocazione verso le terre dello Spirito in luogo di quelle di uno sterile materialismo.

L’autore sembra avere una vocazione verso la commutazione di fatti semplici, quadretti di vita quotidiana, anche quella più usata, in una ritrattistica d’autore che trascende il loro mero dato contingente, per condurli su un piano universale su base intersoggettiva; non trascurando la sfera del desiderio per un verso che coltiva un rapporto dialettico, quasi dialogico, con l’Altro in senso lacaniano. Di fronte a una società che istituzionalizza la virtualità, che dematerializza e atomizza i ruoli, egli veste il ruolo di chi assume a sé la responsabilità della negazione di tutti questi elementi che sono tali da mortificare la vita nel suo aspetto più sorgivo e gratuito, e lo fa non legandosi alla frusta logica del prendere e dell’avere, del liberoscambismo e di un’industria culturale che diseduca al farsi carico di valori fondanti di un’esperienza di vita autentica e ricca dello stupore che niente condivide con la lenta assuefazione delle masse a icone fasulle e a un puro edonismo acefalo che non invera niente di genuino se non una omologazione meccanica e tale da spegnere l’incanto della reale scoperta dei vasti spazi dell’anima; spazi che se portati a concretezza significano anzitutto dialogo, empatia, e tutto quanto si può sussumere all’autenticità dell’esistenza – che in senso heideggeriano produce uno slancio progettante proprio a partire dal fare i conti con la morte come possibilità costante dell’impossibilità, nonché alla consapevolezza di essere calati nell’humus del proprio tempo storico – che rende ogni poeta figlio del proprio tempo.

Ma proprio a partire da quel tempo Duranti Poccetti sembra voler concentrarsi con le sue prose liriche su una temporalità circolare – circolare è anche la raccolta – che ritualizza ed è fatta di memoria lunga, decantata, piuttosto che di esperienza immediata con la fallacia che le è intrinseca; egli  sceglie di celebrare la Natura in senso lato, i suoi lenti, enormi cicli così in contrasto con i tempi incalzanti di una società volta al commercio e alla produttività spinta, egli sceglie una Natura che parla il linguaggio della poesia del vivere, della contemplazione e della celebrazione più pura della sua bellezza – talvolta transeunte, talvolta la stessa, ancora oggi, dalla “foresta della notte”, per usare un verso del grande Blake. Sembra che l’autore dichiari apertamente che quanto vi è di epifanico e meraviglioso nel binomio uomo-natura, sia attingibile solo a costo di spogliarsi di ogni sovrastruttura dettata da una mancata relativizzazione di usi e costumi dallo statuto provvisorio e puramente evenemenziale, ma che la società detta e ipostatizza in modo truffaldino come assoluti e assiomatici.

Massimo Triolo

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