Incontro con Enrico Maria Lamanna, uno sguardo d’autore sulla speranza e su un inedito Ruccello

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In occasione delle rappresentazioni in scena dei suoi lavori attuali, abbiamo incontrato telefonicamente il regista, sceneggiatore, attore Enrico Maria Lamanna che ci ha raccontato dei suoi lavori teatrali e cinematografici.

In questo periodo è con due spettacoli in scena ‘Il sindaco Pescatore? Con Ettore Bassi e ‘Bloccati dalla neve’ con Enzo Iacchetti e Vittoria Belvedere. Cosa affiora maggiormente in questo momento: soddisfazione, stress?

In verità ne sono tre, perché il terzo ha debuttato ora e riprenderà a maggio/giugno 2022 una commedia con Ornella Muti che si chiama “Un ritratto per Teresa” tratto da ‘Il pittore di cadaveri’ del newyorkese  Mark Borkowsky. Affiora soddisfazione sicuramente ed anche stanchezza perché mentre la Muti stava provando ho fatto una settimana con Iacchetti e la Belvedere, poi ha debuttato la Muti e mi sono dedicato a Iacchetti e Belvedere. Quindi ho fatto un tour de force da gennaio fino al 17 marzo data del debutto di Bloccati dalla neve. Quindi sono stanco ma contento. Addirittura ‘Ilsindaco pescatore’ è il quinto anno che gira.

Questo sul versante teatrale, mentre su quello cinematografico con il suo primo lungometraggio ‘Angeli’?

Ieri proprio ho avuto la riunione con la produzione quindi siamo in fase preparatoria, ma il film realisticamente si girerà in primavera prossima, quindi tra un anno, perché a parte la Film Commission Regione Campania che ci assicureranno, però prima di settembre non si potrà sapere nulla. È un film apparentemente semplice ma complicato, basta pensare ai sopralluoghi, sarà tutto girato a Napoli, più c’è una serie di attori che vanno confermati, tra cui io spererei di avere Helen Mirren se ci riusciamo. Quindi il film si farà e su quello siamo tranquilli, e ci tengo particolarmente. Poi ho anche un altro film vicino che dovrebbe partire subito dopo, che è un noir molto divertente napoletano che si chiama ‘Chiattulella’ con Claudia Gerini, scritto da Mario David che è un produttore nonché un autore giovane. La storia è ambientata Napoli ed è un noir onirico, che è anche un thriller se vogliamo, alla Tim Burton, quelle atmosfere allo ‘Jack lo squartatore’ con Johnny Depp, quindi una Napoli insolita. La storia di una ragazza over-size, di animo buono, che viene usata e resa colpevole di un reato pertanto messa in carcere. Qui conosce una sorta di strega che le propone la vendetta purchè diventi cattiva, in cambio avrà bellezza e magrezza.

Tra gli autori americani o stranieri, quali sono quelli con i quali sente una maggiore affinità e di conseguenza la voglia di portarli in scena, ovviamente tradotti?

Sicuramente gli autori più classici che io porto sempre in scena come Tennessee Williams, Arthur Miller, e se vogliamo andare un po più indietro ed Eugene O’Neill che sono più vicino a me, poi ci sono quelli moderni e ne ho tanti, perché sono anche conoscenze di persona, ma sicuramente drammaturgia con temporanea e sicuramente tematiche a me care che sono solitudine, emarginazione, pericolo sia nel comico che nel drammatico che viene al di fuori, personaggi che hanno una voglia di tenerezza inespressi.

Qual è il suo rapporto con le opere di Annibale Ruccello che ha sapientemente messo in scena in più occasioni, tra cui l’ultima è Week-End in un agosto pandemico?

Il rapporto con Annibale posso dire che era un mio amico, facevamo cose folli ed in più recitavamo insieme come attori. Io feci ‘La tempesta’ con Mario Santella, e dentro c’eravamo io, Annibale ed Enzo Moscato, quindi era una ‘Tempesta’ molto bella, particolare, quindi lavoravo con Ruccello, poi lui mi volle in Week-End come attore, nel quale facevo lo studente. Eravamo molto legati. Nell’incidente che lui ha avuto (1986, n.d.r.) dovevo esserci anche io in macchina, perché dovevamo partire insieme in treno da Roma verso Napoli, poi ebbe un passaggio con l’auto e mi invitò ma io preferii il treno e questo mi salvò. C’era un rapporto di amicizia, poi Annibale, io lo dico con presunzione, sono l’unico che lo sa mettere in scena, perché tutti si fanno delle pippe mentali, dei significati, Annibale era uno che raccontava delle storie, basta. Lui diceva che ‘Devi saper raccontare una storia’, senza pretese, poi dietro c’erano i suoi studi come antropologo, e tutte le ricerche che lui aveva fatto degli esorcismi napoletani, c’era tutto, però non era così complicato come appare quando lo fanno altri registi. L’hanno fatto diventare un’intellettuale di quelli contorti, perchè Annibale era un’intellettuale però illuminato, era uno giovane, divertente e divertito. Era una cosa meravigliosa stare con lui.

Napoli ritorna sempre, incastonata tra una lama di luce di qualche personaggio o come scenario di vita. Lei come vede questo angolo di vitalità emotiva?

Napoli ce l’ho dentro. Come dico a molti napoletani che mi hanno accusato di aver lasciato Napoli, di aver tradito perché sono andato in America, che io sono cittadino del mondo. Mi piace girare Napoli, me la porto dentro perché è la mia città e mi appartiene in tutto. Io sono più napoletano di un napoletano e questo lo si vede nelle mie opere. Per esempio in ‘Bloccati dalla neve’ c’è la napoletanità della follia, del divertimento, ma c’è anche la malinconia, e poi chi lo vedrà capirà il perché. Qui c’è un personaggio solo, che si chiude dentro una casa ed il pericolo viene da fuori, ed è sempre la stessa tematica, perché anche lui è un personaggio con una voglia di tenerezza pazzesca.

Lei ha detto in precedenza (in occasione di RENT del 2012) che il messaggio che voleva evidenziare nella sua regia è la speranza. Crede che oggi, per come siamo messi, la speranza basti da sola oppure ha bisogno di qualche supporto?

Io dico per ora la speranza deve diventare reale. Più che la speranza il suo risultato che porta uno che spera. Faccio un esempio, quando c’è una tempesta di neve, sembra che tutta sia perduto, ma poi esce quel ciuffo d’erba sotto la neve che fa sperare che ci sia qualcosa di buono che sta tornando. Io credo molto nella speranza, ma in una speranza costruttiva, non una speranza utopica, che non serve a niente. Tu puoi sperare le cose più belle ma se poi di fondo sai che è impossibile che si realizzino è un po’ inutile. Poi bisogna rimboccarsi le maniche e non stare lì ad aspettare.

Laura Scoteroni

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