“Il Farnace”, potenza vivaldiana  

Teatro Municipale di Piacenza, recita dell’8 aprile 2022

Il Farnace di Vivaldi, composto nel 1727 per il Teatro S. Angelo di Venezia, è uno degli innumerevoli titoli operistici scritti dal “prete rosso” che, pur avendo goduto di larga fama al tempo del compositore, sono poi letteralmente scomparsi dalla scena, lasciando che la fama del grande compositore veneziano restasse legata solo alla produzione strumentale. La mutata sensibilità degli ultimi cinquant’anni, la renaissance di tutto il repertorio barocco ha portato al graduale recupero anche dei titoli operistici vivaldiani. Il successo ottenuto da Il Farnace alla sua comparsa, spinse il compositore a rivedere per ben sei volte la partitura nel corso di una decina d’anni che seguirono, per rappresentazioni in varie città italiane ed estere. Ultima doveva essere quella per il Teatro Bonacossi di Ferrara, del 1739. Che mai poté andare in scena per le censure messe in atto dal Cardinal Ruffo per biasimare lo stile di vita che l’autore conduceva. E questa edizione del Farnace, nata originariamente per l’attuale Teatro ferrarese “Claudio Abbado” dove in qualche modo ha trovato una riparazione all’ingiustizia subita, approda al Teatro Municipale di Piacenza. Il Terzo atto dell’opera rimaneggiata per Ferrara è andato perduto e anziché ricorrere, come prassi seguita spesse volte, in questa edizione si è preferito presentare il melodramma vivaldiano senza ricostruzioni o integrazioni di sorta. Un grande plauso va tributato innanzitutto a Federico Maria Sardelli, esperto del repertorio barocco, sostenitore e pur grande appassionato di Vivaldi che travasa in tensione orchestrale la sua bruciante passione. Con un gesto armoniosamente spezzato e affascinante ottiene godibili risultati dall’orchestra Accademia dello Spirito Santo – orchestra di strumenti originali – un’adesione partecipe e generosa che sa rendere la ricchezza della tavolozza orchestrale vivaldiana, creando tensione e pathos, oltre a uno spiccato senso teatrale unito a proprietà stilistiche. Buono il cast di cantanti che ha dato vita al Farnace, ma stranamente da elogiare per prime sono le voci maschili, stavolta. Iniziando da Raffaele Pe, nel ruolo eponimo, mostra con questa interpretazione una raggiunta maturazione; voce con ottimo squillo e omogeneità nei vari registri, timbro ricco di armonici; fiati lunghi, pur con qualche asprezza in acuto, sfuma, lega e preciso negli attacchi. Sfoggia una coloratura fluida e sonora, capace di vocalizzazione veloce senza perdere in legato da senso, riuscendo a evocare la potenza e l’agilità dei castrati nel loro magico artificio. Credibile interprete, vario di accenti nelle tre diverse arie e molto espressivo. Chiara Brunello era una Tamiri di modesto volume e dai centri velati e vagamente tubati i suoni del registro basso. Si fa valere per la dolente partecipazione con accenti ispirati e per espressività nei profondi accenti patetici dei recitativi, abbastanza fluida nelle colorature. Berenice, al netto dell’annuncio della sua indisposizione, era Elena Biscuola che non controllando la voce, spinge in acuto e ricorre a continue prese di fiato. Mediocre vocalista, si riscatta nei rari momenti in cui non deve eseguire coloratura di forza, ma è lirica e amorosa. Non si sa se giudicare il suo agire in scena più ironico o sfiorante il ridicolo, con un incedere nient’affatto regale, incapace di portare uno strascico: sembra che su lei il regista non abbia avuto potere. Il Pompeo di Leonardo Cortellazzi mostra bel timbro, sonoro, giusta presenza di supremo comando, ma debole nelle agilità, martellate e non legate da varie riprese di fiato. Una coloratura generica, non resa a fini espressivi. Silvia Alice Gianolla presta a Selinda una buona voce, sagace nel farla vibrare, sfruttando un timbro particolare per indirizzarlo a fini espressivi. Sicura nelle sue arie di bravura, le esalta ulteriormente con spiccata disinvoltura e sicurezza scenica. Aquilio era Mauro Borgioni, dal robusto timbro, caratterizzato da un vibrato stretto ma con voce agile ed efficace nella coloratura, anche buon legato, e capace di sfumature espressive. Gilade era Francesca Lombardi Mazzulli non è dotata di timbro particolarmente entusiasmante, voce un po’ indietro e velata, con suoni fissi, strappa in acuto e mediocre nella coloratura tutta sillabata e senza legato. Le tocca in sorte una delle arie più tecniche e difficili, l’onomatopeica Quell’usignolo, che affronta senza picchettati sicuri e scarsità di trilli, pur disimpegnandosi, ma la complessità dell’aria avrebbe necessitato di altre potenzialità. La regia serve bene il personaggio in quest’aria, perfetto esempio di fascinazione barocca del canto nell’opera settecentesca. Lo stesso avviene quasi a ogni aria, agita scenicamente là dove l’azione è interrotta per far posto agli affetti che agitano il personaggio, gesti e posture melodrammatiche o ieratiche a supplire la staticità delle arie. Intelligente allestimento di Matteo Paoletti Franzato che, unitamente all’efficace regia di Marco Bellussi, sa creare un’intensa atmosfera, agìta profondamente quanto essenziale nei pochi elementi che pur riempiono la scena, sapientemente dosati e usati. Luci quale elemento imprescindibile alla magia creata dallo spettacolo. Il regista ha ben conscio l’idea di come far teatro ricorrendo a ficcanti intuizioni e non a tecnologie avulse dal dettato teatrale, indirizzato dal senso della “meraviglia” barocca. Spettacolo impreziosito da costumi fantasiosi, scene con sintetiche proiezioni sempre finalizzate, evocative. Luci fondamentali, come si è detto, a creare intelligente gioco: volti e corpi che prendono contorni e sostanza dal buio; uso sagace di velatini che completano il senso di sogno e lontananza. Una lode infine ai due figuranti (il bambino, figlio di Tamiri e la sua “ancella”), irretiti dalla pregnanza registica in gesti ieratici e quanto mai profondi. Sempre puntuali gli interventi del Coro Accademia dello Spirito Santo. Successo caloroso per tutti, da un pubblico purtroppo non numerosissimo ma partecipe e festante.

gF. Previtali Rosti

Teatro Municipale di Piacenza, recita dell'8 aprile 2022 Il Farnace di Vivaldi, composto nel 1727 per il Teatro S. Angelo di Venezia, è uno degli innumerevoli titoli operistici scritti dal "prete rosso" che, pur avendo goduto di larga fama al tempo del compositore, sono poi letteralmente scomparsi dalla scena, lasciando che la fama del grande compositore veneziano restasse legata solo alla produzione strumentale. La mutata sensibilità degli ultimi cinquant'anni, la renaissance di tutto il repertorio barocco ha portato al graduale recupero anche dei titoli operistici vivaldiani. Il successo ottenuto da Il Farnace alla sua comparsa, spinse il compositore a rivedere…

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