PASOLINI E L’INSANABILE FRATTURA

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Figura di intellettuale per urgenza e polifonia del dettato forse la più radicale del secondo novecento in Italia, la poesia si rivela in lui centrale, diremo indispensabile, il poetico legato alla mitizzazione del reale. La scrittura poetica infatti, nel racconto complesso della mutazione di valori che va a intaccare profondamente modalità e orizzonti entro l’alveo della crescente cultura neocapitalista si fa occasione e guida di una polemica oltre che sociale e politica anche essenzialmente antropologica. Il verso allora come accento di un uomo derubato e disperso (“Dentro, nel treno/ che corre mezzo vuoto,il gelo//autunnale vela il triste legno,/gli stracci bagnati:se fuori/ è il paradiso, qui dentro è il regno//dei morti, passati da dolore/ a dolore- senza averne sospetto./Nelle panche, nei corridoi,//eccoli con il mento sul petto,/con le spalle contro lo schienale,/con la bocca sopra un pezzetto// di pane unto, masticando male/miseri e scuri come cani/su un boccone rubato: e gli sale// se ne guardi gli occhi, le mani,/sugli zigomi un pietoso rossore,/in cui nemica gli si scopre l’anima”). Se il mondo agricolo friulano dapprima e in ultimo le masse sterminate del terzo mondo finiscono col porsi agli estremi dei riferimenti, è nel sottoproletariato romano soprattutto che però Pasolini intravede l’incarnazione, poi disperatamente disillusa, della possibilità di riscatto della storia. La poesia investigando lo scacco di una società, di un’esistenza che non potrà più sopravvivere tornando natura si risolve così abilmente passando nell’arco delle rappresentazioni dalle espressioni struggenti, e nel richiamo arcaico, della poesia in dialetto a quelle antiliriche della poesia civile. Nello stile d’altro canto la scelta di formule prenovecentesche, come l’uso del poemetto e della terzina dantesca, della rivisitazione assai libera dell’endecasillabo, va ad accompagnarsi contemporaneamente nell’esigenza esortativa ed ideologica ad una commistione translinguistica e transgenerica mai cristallizzata come è stato più volte sottolineato. Segno questo nella dinamica oppositiva di uno  sguardo saldamente ancorato nel diario alle sue favole preindustriali di una singolarissima ed originalissima modernità. La poesia così finisce per risuonare come un’arringa nei confronti di istituzioni ed uomini- il mondo borghese, la chiesa in primo luogo- a suo dire responsabili della rottura dell’uomo con l’uomo nella società dei consumi. Di contro, resta lo sforzo della parola di ricomporre nell’accento di un verso che ha nel sacro la sua radice la frattura di una condizione che, profeticamente, ancora adesso si rivela insanabile. Forza di una fede allora che ha proprio nella scrittura poetica, nel suo stare teneramente, rabbiosamente artigliata all’esistente, la sua più che viva e dolorosa presenza (“Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,/ma nazione vivente, ma nazione europea:/e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,/governanti impiegati di agrari, prefetti codini,/avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,/funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,/una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!/Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci/pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,/tra case coloniali scrostate ormai come chiese./Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,/proprio perché fosti cosciente, sei incosciente./E solo perché sei cattolica, non puoi pensare/che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male./Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo”).

Gian Piero Stefanoni

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