“There is no final goodbye… I’ll see you down the road…”

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I film, come i libri, ti vengono a cercare, dove, come e perché, lo decidono loro. Ovviamente se si è ancora un lettore o un appassionato di cinema. Altrimenti, peggio per te.
Che senso ha affrettarsi a “ubbidire” alle piattaforme, svariate, innumerevoli, caoticamente concorrenziali, tutte però con una cosa in comune: finire con uno 0.99 al mese, al giorno, per tre mesi, per un ‘ora, per… (tanto decidono loro), solo per vedere le “ultime uscite” che dopo una settimana saranno già state soppiantate da altre “ultime” e diventeranno vecchie come te, spettatore? Per stare al passo con i media? Per non sentirsi out?
No, non voglio ubbidire alle idiozie che mi vengono propinate quotidianamente, vorrei sentirmi ancora un essere libero e pensante. Vorrei che i miei sensi e la mia testa fossero aperti ai messaggi di quell’invisibile che ormai tutti prendono come un’idiozia, perché “se non lo vedo, non esiste”. Non sarà che nessuno vuole più sforzarsi a sentire, vedere, ma per davvero, senza filtri, senza imposizioni, solo con quel sesto senso su cui ormai nessuno fa più affidamento, rischiando di delegare la propria vita a una specie di Spectra a capo di un mondo sul baratro della follia?
Quindi, il film di cui vorrei parlarvi è “Nomadland” scritto e diretto da Chloé Zaho, e non è una “premiere” pubblicizzata né da Netflix né da Amazon Prime, né da altri “portatori di momentaneo piacere”. L’ho visto da poco, l’ho affittato alla libreria. Sì, vado in libreria, e voi? Dove niente è 0.99…
È un film che lo potrai rivedere tra un anno, dieci, venti, e sarà capace di darti sempre le stesse emozioni. Non sentimentalismo facile, da sceneggiato RAI, nemmeno mancanza di autenticità come gli ultimi film di Spielberg e di Tarantino, o quelli di Guadagnino o di una noia inenarrabile come uno di Moretti, ma emozioni che nascono da storie vere, universali, storie di gente comune, giovani, meno giovani, bianchi, neri, che ha deciso di vivere libera, anche nella solitudine e a volte nel disagio. Gente per cui la vita non vale 0.99 centesimi. E’ senza prezzo…
Solo chi conosce l’America, però, chi ci hai vissuto, chi è capace di non associarla solo alla violenza, alle armi e agli inseguimenti, e agli altri cliché, chi ha cercato di capirla alle sue radici, lo so, non saranno mai profonde come quelle del nostro vecchio e decadente continente, e non chi c’è stato magari per una fugace capatina sul tappeto rosso, o per qualche vacanza “mordi e fuggi”, può capire fino in fondo questo folto gruppo di “nomadi del nuovo millennio” che hanno abbandonato qualcosa, di caro, o di pesante, o di insopportabile, o forse qualcosa ha abbandonato loro, per vivere in libertà, come animali fuori dalle gabbie.
Questi nomadi che vivono spostandosi nei luoghi più incontaminati degli States con i loro camper, seguendo quell’invisibile che solo nel silenzio, negli spazi immensi, nel cuore della natura, nella vera solidarietà di una comunità, si può ancor vedere e ascoltare. E da quell’invisibile imparare chi siamo e dove andiamo.
Fern (Felce) è la protagonista del film che si basa sul libro memoriale di Jessica Bruder “Nomadland: surviving America in the Twenty-First Century”. Francis McDormand e’ Fern, dalla punta dei suoi grigiastri capelli tagliati con le forbici da lei stessa, alle punte dei piedi, attaccati alle sue pesanti e stanche caviglie, quei piedi che si muovono veloci e sicuri nei magazzini di un Amazon in Nevada, o leggeri e gentili tra i labirinti di rocce rosse dell’Arizona.
“I am not homeless, I am houseless”, dice Fern. Non ha una casa stabile e costruita in un punto preciso, con tanto di via e di codice postale come tutti noi, e come aveva prima, una casa di cui poi diventi prigioniero, ma ha vivo e profondo il senso della home, inteso come patria, come terra natia, come luogo sacro da rispettare e amare: è la bandiera a stelle e strisce che sventola sui tetti dei camper. Quei nomadi non fanno guerra al paese, non tirano bombe, non assaltano moschee o templi, o altre istituzioni, non sparano agli scolari nelle scuole, non distruggono la terra, hanno solo smesso di credere in alcuni valori su cui il mondo capitalista si basa: il valore primario del denaro, e la sua schiavitù, lo sfruttamento della terra e degli individui. Tutto qui. Si può non accettare quello che non ci piace, ma allora servono scelte drastiche e coraggiose. Non violenza. E molte volte il mondo ti fa pagare quelle scelte. Ma tu vai avanti, sempre e comunque.
Fern fa amicizia con Linda May e Swankie, due meravigliose donne che sono per davvero nomadi e che nel film recitano sé stesse. Sono rimaste sole, hanno deciso di essere sole per quel tempo che rimane loro, per vivere un’altra vita, diversa, più sana, più autentica, più abbordabile, perché non più schiava del consumismo, della soddisfazione dei piaceri a tutti costi, e del loro cieco inseguimento.
Hanno fatto una scelta di vita, fuori dal comune, tranquilla, dopo tutto, anche se ricca di sorprese. E le albe e i tramonti e i cieli dell’America sono il loro tetto, la loro passeggera felicità. Il loro ineguagliabile contatto con la Natura, matrigna o madre che sia.
Fern non ha lo sguardo di chi vede tutto rosa, di chi non si accorge delle difficoltà cui deve far fronte, della solitudine, dei lavori “I love work” anche i più umili che le tocca fare per pagarsi la benzina, gli spostamenti, le cose di prima necessità, non i capricci o le cose superflue. Ha lo sguardo di chi la vita l’ha vissuta e pagata, di chi ha perso una persona cara, il suo pilastro, il suo amore, di chi vive senza il calore della famiglia e delle certezze. Certezze? Perché, esistono certezze nelle nostre precarie esistenze? Non siamo tutti dei passenger, con un data di scadenza su quel piccolo cartone (riciclabile?) che è la nostra vita?
Il deserto americano, le montagne innevate, i tramonti, i racconti intorno al fuoco, i sorrisi che coprono un dolore, un’amicizia resa ancora più preziosa perché sai che quella persona è destinata ad andarsene, in un altro luogo, in un altro stato. E tu non la vedrai più. Nessuno si lega a nessuno, più del necessario, quasi per non dover arrivare al momento in cui non lo sopporterai più. Less is more… in ogni cosa.
È un film che ti lascia dentro la speranza, non la disperazione o la depressione come la maggior parte dei film prodotti ultimamente. Nemmeno i falsi e facili sentimenti. Non si piange, ma si partecipa per quei nomadi. Anzi, li amiamo. Non è la ricetta per la felicità, no davvero, è solo l’altra faccia dell’America, del nostro mondo, delle nostre società, delle nostre bastarde esistenze, dei nostri errori, delle nostre illusioni. Una salvezza?
Finalmente un Oscar meritato, al film, alla regia, alla McDormand, e non dimentichiamo la musica di Ludovico Einaudi che segue con serenità ed emozione il viaggio di Fern/Francis che non ha paura di mostrarsi una houseless, vecchia, stanca, segnata, vestita come capita, ma con una dignità e una fierezza che la sua bravura e la sua immedesimazione nel personaggio riescono a comunicarci, a ogni sguardo, a ogni gesto, a ogni pensiero. E noi non possiamo fare altro che amarla.
E poi, ognuno trovi il proprio messaggio. Io, ho trovato il mio.

Daria D. Morelli Calasso

 

Lingua originale inglese
Paese di produzione Stati Uniti d’America
Anno 2020
Durata 107 min
Genere
drammatico
Regia
Chloé Zhao
Soggetto
dal libro di Jessica Bruder
Sceneggiatura
Chloé Zhao
Produttore
Frances McDormand, Peter Spears, Mollye Asher, Dan Janvey, Chloé Zhao
Casa di produzione
Searchlight Pictures, Highwayman Films, Hear/Say Productions, Cor Cordium Productions
Distribuzione in italiano Walt Disney Studios Motion Pictures, Disney+
Fotografia
Joshua James Richards
Montaggio
Chloé Zhao
Musiche
Ludovico Einaudi
Scenografia
Joshua James Richards
Costumi Hannah Logan Perterson
Interpreti e personaggi
• Frances McDormand: Fern
• David Strathairn: Dave
• Linda May: Linda
• Charlene Swankie: Swankie

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