Il Teatro Regio di Torino inaugura con un Grand-opéra

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Al Teatro Regio di Torino, 24 settembre 2023

Con doveroso ricordo alla figura dello scomparso ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha preso inizio la seconda rappresentazione de La Juive al Teatro Regio di Torino.  Grande merito va riconosciuto al Sovrintendente Mathieu Jouvin e al Direttore Artistico Cristiano Sandri, di aver giocato la carta non convenzionale quale titolo d’apertura. La Juive, “L’ebrea”, composta da Fromental Halévy (figlio di un ebreo emigrato dalla Baviera) è una delle opere più rappresentative del “Grand Opéra à la française”, su libretto di Eugène Scribe. Andata in scena all’Opéra di Parigi, per cui l’opera fu creata, nel 1835 è la perfetta quintessenza dell’estetica allora imperante. Un tempo era un titolo conosciuto e amato dal pubblico e fino agli anni Trenta del secolo scorso si vedeva con frequenza nei cartelloni dei maggiori teatri d’opera: il Metropolitan di New York con La Juive inaugurò la Stagione 1920-21, interpreti Rosa Ponselle ed Enrico Caruso. Il ruolo di Éléazar costituiva un cavallo di battaglia per i più grandi e famosi tenori dell’epoca: Caruso appunto, Leo Slezak, Giovanni Martinelli… per poi esserlo di Richard  Tucker e Neil Shicoff. Negli anni ’30 Halévy fu etichettato come ‘degenerato’ dai nazisti e finì, insieme alla sua opera, al rogo con altre forme musicali considerate decadenti: opera bandita perché andava contro i valori del nazismo e della razza ariana. Oggi è rappresentata nei maggiori teatri, anche se va ricordato che non è molto che Halévy era conosciuto come autore di un’aria e la sua partitura una vera curiosità, soprattutto in Europa. Éléazar non è, di primo acchito, una figura amabile. Con molte assonanze con Shylock di Shakespeare, suscita nell’ascoltatore un’ostile repulsione e pietà in egual modo, pieno com’è di risentimento e desiderio di ritorsione cui sacrifica ogni cosa, compreso chi ama di più. Il suo animo ha sempre albergato questi sentimenti oppure a renderlo tale sono state le circostanze? Non è un personaggio monolitico e anche lui ha i suoi dubbi: nella grande aria che il compositore gli offre, è sincero nell’introspezione e nello scrutar se stesso, chiedendo con passione a Dio se ha agito bene. Il maestro Daniel Oren fin dalla fastosa ouverture, svela chiara percezione di La Juive – lavoro per cui il direttore d’orchestra ha profonda affinità – in una resa tesa ed emozionante di passione per tutta la rappresentazione. Raffinato e mellifluo, avvolgente e pastoso il suono dell’Orchestra del Regio, che si dispiega nella gran tavolozza timbrica di fastosi colori. Convincente concertatore, Oren sottolinea gli stati d’animo dei personaggi con estrema cura e adesione. Mariangela Sicilia è una Rachel intensa e combattuta nel variegato e sottile fraseggio; il suo canto pieno di passione si adatta perfettamente a questo personaggio. Sa essere commovente attrice e amante appassionata, struggente e vibrante per tutta l’opera, giunge all’acme nel finale, nei toccanti accenti pria di correre alla morte. Dotata di un avvolgente strumento vocale, intesse il canto di raffinatezze di radiosi filati e dolcissime mezzevoci, e non ci si capacita perché tenda a spingere in alto, forzando gli acuti che risultano “aperti”. In Ô surprise nouvelle! abbaglia con un attacco flautato di struggente bellezza mentre in Il va venir! – nel pur conturbato fraseggio-, trapelano note di desiderio e sensualità, rese in preziose filature e, tra angoscia e attesa, di attacchi in pianissimo Che dire del fenomeno vocale Gregory Kunde? Alla soglia dei settant’anni offre ancora una voce proiettata, penetrante, che “corre” per la sala e in facilità di acuti. A voler trovare: leggeri sbiancamenti nelle mezze voci e qualche acuto troppo spinto. Artista (grazie alla ferrea tecnica acquisita con il belcanto) capace di cantare ruoli i più disparati, pesanti e drammatici. Attore di vecchia scuola vive il ruolo, disegnando un Éléazar tormentato e appassionato, dall’incisivo e vigoroso fraseggio che suona anche estremamente lirico. Ieratico in Dieu des nos pères, Kunde trascina tutti con infiammati pianissimi, imitato da un impareggiabile Coro, straziante nell’intensità della preghiera. Rachelquand du Seigneur, tremante e ispirata preghiera è resa in patetici accenti, magnificamente ripresa con un sol fiato e, scenicamente, vissuta da un viso che si strugge in dolenti interrogativi. Premiato da lunga ovazione. Certo la cabaletta, (musicalmente non della stessa levatura e ispirazione) è inframmezzata da frequenti riprese di fiato e la vocalizzazione ne esce abborracciata, con acuti schiacciati e senza squillo: mais qu’importe, a fronte di una resa interpretativa dell’aria travolgente? Riccardo Zanellato si disimpegna bene nel ruolo del Cardinal Brogni, ma più interpretativamente con un fraseggio variegato che vocalmente, mancando di quell’ampleur e profondità vocale che darebbe al personaggio maggior pregnanza e ieratica statuarietà. Si la riguer lo vede interprete convincente, in chiaroscuri psicologici e intenso nelle mezze voci. Del paro sottigliezza di fraseggio nella finale supplica a Éléazar. Martina Russomanno delinea un’eccellente Eudoxie, in un costume da dark lady, con una voce timbrata e agile, adatta al ruolo. In Ah dans mon âme leggermente tremolante (forse preoccupata di non inciampare nel tappeto “mar di sangue”) è forse più liricheggiante vocalmente di quanto la parte richiede, ma si fa valere nel duetto quasi belcantistico con Rachel.  Il Bolero è eseguito con fluidità anche se non elettrizzante, pur ricco di finezze. Sa essere invece interprete lacrimevole e intensamente partecipe nella perorazione per la vita di Léopold, a fronte del pari intensa Rachel. Ioan Hotea, credibile Léopold senza vantare un timbro particolarmente affascinante, mostra facilità in acuto pur se inizialmente tende a sbiancare il suono. Interprete passionale e vigoroso trova il momento migliore in Loin de son amie, favorito da uno stacco lento dei tempi. Con avvolgente sinuosità irretisce l’amata nei fervorosi duetti, perorando la causa della fuga da palpitante innamorato. Gordon Bintner è un Ruggiero modesto, dalla voce fastidiosamente nasaleggiante (e a tratti fissa) che s’impone giusto per la statura fisico-scenica. Validissimo Daniele Terenzi, impetuoso Albert mentre Rocco Lia, L’Heraut, si sforza di fare il basso. Il Coro del Teatro Regio riesce a imprimere alle scene corali vera possanza alla presenza del popolo: impressionante per la resa nei pianissimi, di travolgente suggestione. Stefano Poda, artista poliedrico, regista che come di consueto firma regia, coreografia, scene, costumi e luci.  Sfruttando il palcoscenico in tutta la sua estensione, compreso lo sfondato dorsale, lo trasforma in una sorta d’imponente cattedrale. Tantum religio potuit suadere malorum, motto di Lucrezio che campeggia è la chiave di lettura. Ne esce uno spettacolo sovrabbondante nei reiterati e sovraccaricati parallelismi, ulteriormente complesso dall’insistito uso di mimi, a significare quanto la religione sia capace di opprimere l’umanità con il suo peso, di togliere ogni gioia alla vita ammorbandola con la paura. E così via a una sfilata di corpi crocifissi reiterati a fondale, e moltiplicazioni di croci in sfilata processionale e immancabile crocefissione, dopo aver evocato un Cristo che risolleva e perdona, dopo aver assistito a “ultime cene” raddoppiate su sovrapposti piani e baci di Giuda… Mimi anziché ballerini nei momenti di danza, in coreografie che non giungono stavolta a pregnanza: la magniloquenza musicale del Grand-opéra mal vi si sposa e l’azione non ne guadagna. Indubbiamente affascinante la capacità di muover le masse e suggestivi i movimenti a ralenti, come sapientissimo l’effetto ottenuto con le luci. Per i costumi non si bada al risparmio, via via più sontuosi a partire da quell’immenso piviale nero trapuntato iniziale…Successo calorosissimo, sottolineato da punte di febbrile entusiasmo per tutta la rappresentazione, particolarmente per Kunde, Mariangela Sicilia, il Coro e il Maestro Oren; per tutta la compagnia di canto e mimi a fine spettacolo.

gF. Previtali Rosti

Foto Andrea Macchia

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