Margherita Flore Satta. Le poesie della terza classificata al nostro premio

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Si pubblicano le liriche di Margherita Flore Satta, terza classificata alla sesta edizione del Premio di Poesia Pierluigi Galli.

 

La chiave alla cintola

Plano sul mio letto, un aeroporto guasto

tra rovi nello squarcio dell’anima,

Avevo tra le braccia il firmamento

e scintille lasciavo sull’asfalto,

poi il tuo sguardo s’è fatto ghiaccio

e il mio cuore deraglia, ferito.

Non era Amore…

Fuori da reti inclinate ne vedo l’inferno:

una pioggia di brace, d’imprechi…

che rallentando ho sentito.

 

Sono nata testarda

e non starò a regole di pianto,

né a lisciare la farsa cucendomi la bocca.

Riequilibrato il mio battito,

ascolto l’istinto,

riapro dighe di pensieri taciuti

e slego la barca dal leccio annerito.

All’orizzonte… un mare calmo…

cieli aperti di speranza e con un solo remo

mi allontano da quella fiaba scritta su fango screpolato.

Vibrazioni positive apriranno ancora i bei tulipani

e con la chiave del domani annodata alla cintola

tornerò, senza paura, come il fenicottero rosa,

a svernare tra canne e smeraldi alla mia isola.

… e ancora, tra rosse ali e spudorati palpiti

si scioglieranno i nodi del passato

e avvolta di luce

vivrò con la serenità di casa che mi aspetta.

 

Mani di fuoco (Dedicata ai martiri dell’incendio doloso a Curraggia-Olbia-Tempio, in Sardegna)

Attesa estate di frutti con dentro il sole

nella ridente valle, chi oserà riaprire la ferita?

Mani folli… serpenti neri in fronde fiorite

nell’aria velata di ombre assassine.

Unghie vogliose di cenere graffian vampire

e avvolgono il vento in rosse fauci.

-Dov’è quell’albero in armonie d’uccelli

e azzurri fazzoletti tra i rami?

Deviati torrenti in agonia del Creato

e voi, compiaciute,

in ali di reato alzate altari di sacrifici:

morti…

come attorcigliate foglie…

nove morti avvolti da fiamme per liberare vite.

Avrete almeno le urla degli uccisi

correre intorno al vostro letto?

Impotente il mio sguardo smarrito

segue nella terrazza

briglie imbizzarrite di cavalli

e belati che sembrano… sembrano di agnelli…

e papaveri in volo, ora bigi brandelli,

arrivati a predicare la tragedia del prato.

… e il canto delle cicale?

Affogato in crepitio di grano che brucia;

urlate rondini più alto che potete, in questo cielo di fumo,

tutt’uno con la terra di nere croci.

Oh Dio, al perdono mi esorti ma non riesco,

mi disegno braccia tese che t’invocano,

perdonare vorrei…

ma non posso,

dubbi folli mi affastellano la mente,

scenari tristi, pensieri contrastanti, condanne amare

per quelle mani, pur pentite, che dannate vedrei in altre geenne.

 

Il vecchio arzillo

La mia mente un po’ bizzosa

non s’accheta e fa le fusa,

ha un’idea un po’ boriosa

in quest’indole confusa:

un Adone ved in specchio

che sogghigna al pazzo vecchio.

 

Il “Non Faccio” a viso aperto

m’è concesso sotto scorza,

linfa verde in vene avverto

sensi calvi senza smorza

e a occhi dolci cerco fate

per guarirmi le menate.

 

Tanto tempo ho cavalcato

pien di croci e di successi,

sale al cielo un canto grato

se i “cent’anni” son concessi;

con due calici in sollazzo,

sotto pelle, ho un gran schiamazzo:

 

carovane di pudori…

dalle tane escono sballi,

farfalloni rubacuori

impettiti come galli.

Treni persi, temporali,

non annullan miei rituali.

 

Accorrete a me, fringuelli,

sono in piè’ come un birillo,

senza cinti né mantelli

tra vecchiezze ancora arzillo.

Son cavallo e in piedi sogno,

non mi fermo né vergogno.

 

Con i giochi vinciperdi,

navigando amor profondo,

mi ripiglio gli anni verdi

buontempone e rubicondo.

Ma…

vedo barca della morte…

con un remo… fuggo forte!

 

 

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