Inserita nella serie dei concerti straordinari, il Teatro alla Scala propone in questo scorcio di stagione una pregevole rarità: Les Indes Galantes, ballet-héroique en un prologue et quatre entrés di Louis Fuzelier e musica di Jean-Philippe Rameau. Rappresentata per la prima volta nella Sala del Palais-Royal di Parigi nel 1735, fu la prima delle sei opéras-ballets composte dal musicista di Dijion. Rameau è uno dei grandi musicisti del periodo barocco, e con l’innovazione di queste creazioni musicali, superiori per ricchezza e profondità strumentali, si scontra inevitabilmente con la tradizione, incarnata al massimo grado da Jean Baptiste Lully. Si formano due partiti, schierati pro e contro. Les Indes galantes si svolge in un prologo e quattro entrées, in un serrato concatenamento musicale che dispiega, su uno “scenario” esotico, danze e arie e momenti corali, in cui sbalzano raffinati sentimenti e situazioni di pura fantasia teatrale barocca. Dei “segni” o archetipi attraverso i quali specchiarsi e giudicarsi. Un’esplorazione, in un viaggio tutto interiore, delle reazioni di cuore e ragione, impiantato sulla suprema raffinatezza armonica e dalla pregnanza del ritmo delle danze. Non si tratta di trovare una logica nell’eterogeneità del libretto di Fuzelier: con il prologo si ricava la sintesi stilistica dell’opera, e le quattro entrèes altro non sono che momenti di un’unica rappresentazione, declinati in quattro diversi panorami, in cui si esalta l’elemento “galante”, reiterando lo stesso immaginario. Pur privata l’esecuzione scaligera della parte visiva, attorale e ancor più di danzatori, la musica e la parziale, raffinata “azione” messa in atto dalla Cappella Mediterranea e Chœur de Chambre de Namur, riesce a soggiogare per potenza interpretativa il pubblico, a stregarlo, saltando la distanza che ci separa dal gusto dell’epoca, riuscendo a parlare a cuore e mente. La musica di Rameau, nei quattro differenti momenti delle entrèes si differenzia nella generale unità, per i diversi colori a caratterizzare il soggetto trattato (Turchi, Incas del Perù, i Selvaggi, i Fiori). La continuità non è tanto drammaturgica ma musicale, perché la caratterizzazione che s’instaura fra Turchi e Incas è stilizzata ed è in fondo la stessa. Interessante rimarcare come, accanto alla figura del “Turco generoso” (modello ripreso varie volte nell’opera lirica) s’insinui la velata condanna dei conquistatori spagnoli che “si fanno dell’oro un dio, mentre serve solo a decorare gli altari…” Opera essenzialmente astratta, fatta di segni e forme, più che di veri personaggi, in una geometria che si sposa con il rigoroso impianto musicale. Les Indes Galantes, proposta alla Scala in forma di concerto dalla Cappella Mediterranea e dal Chœur de Chambre de Namur, con parvenza semiscenica, disloca Hebè in Palco reale, piazzando poi Phani nel più alto in quelli di proscenio, mentre il coro sfila in platea ad abbracciare, avvolgendoli col canto, gli spettatori, riesce nell’intento di suggerire la spettacolarità del teatro e dell’estetica barocca. Pur privato delle danze, elemento fondamentale, prolungamento ed estensione del gesto drammaturgico, non solamente una componente decorativa o un’aggiunta di colore, riesce nell’idea di rendere la magnificenza e la spettacolarità di un’opéra-ballet e del suo esprit de finesse. Se ne ricorda una spettacolare esecuzione alla Fenice di Venezia nel 1983, nella “flamboyante” messinscena di Pierluigi Pizzi. Leonardo García Alarcón, impeccabile alla guida della Cappella Mediterranea, imprime alla partitura scintillante brillantezza di suono, in una lettura che unisce profonda conoscenza del repertorio e filologica appropriatezza, una vitalità teatrale trascinante. Quattro i cantanti, specialisti del repertorio barocco francese, chiamati a realizzare i diversi ruoli che marcano quest’opéra-ballet. Laurène Paternò Amour, Phani, Fatime, Zima, dal timbro piacevole e più rotondo dell’altro soprano, pur sempre in accenni di fissità di suono. Con Viens, hymen, isolata in alto, alla ribalta di un palco di proscenio, astraendola, regala uno dei momenti più poetici del concerto. Languorosa, sensibile, rende perfettamente l’aria con morbide arcate di suono, languida nel fraseggio amoroso, smorzature preziose e legato accattivante, facendo emergere la magia e il fascino del canto per esaltare un sentimento d’amore tanto nobile e alto. Pura astrazione. Ana Quintans Hébé, Émilie, Zaïre, Atalide dal timbro un po’ algido, senza grande risonanza nel registro basso, spazia facilmente nel registro acuto, con prevedibili fissità di suono tipiche della scuola d’oltralpe. Mathias Vidal Valère, Don Carlos, Tacmas, Damon che pur non vantando un timbro tenorile particolarmente accattivante, lo usa in grande impegno espressivo (anche se a volte tende a spingere troppo sulla parola), giostrando la voce con fraseggio sempre convincente. In Hâtez-vous si esibisce in rapidi vocalizzi che, se non gustosissimi, mostrano l’impazienza di forgiare il personaggio. Andreas Wolf Bellone, Osman, Huascar, Ali, Don Alvar, Adario buon timbro di basso, voce che si espande e si proietta per la sala, dall’incisivo fraseggio. In J’entends vos matelots…si esibisce in finezze di smorzandi e piccoli trilli. Ottimo il Chœur de Chambre de Namur, preparato da Thibaut Lenaerts specializzato in vocalità barocca, che nelle varie posizioni assunte in palcoscenico sottolinea sentimenti stilizzati e passioni vissute cerebralmente. Accoglienza trionfale per cantanti, coro e direttore, da parte di un pubblico letteralmente soggiogato. Al Teatro alla Scala.
gF. Previtali Rosti

