Gli spiriti dell’isola, gentilezza e arte per attraversare guerre interiori

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Gli spiriti dell’isola è una fiaba nera sulla guerra.
Ci troviamo nell’isola di Inisherin, al largo delle coste irlandesi, dove vivono pochi abitanti, immersi in paesaggi meravigliosi e verdeggianti, scogliere e crocevia con statue della madonna, e un pub come luogo di ritrovo. Sono spensierati e soprattutto lontani dalla terraferma, da quell’Irlanda in cui si sta consumando la tragedia della guerra civile che giunge alle loro orecchie solo come eco di spari ed esplosioni, o ai loro occhi come notizie scritte su un giornale. È una guerra perciò distante, che non viene vissuta veramente sulla propria pelle, ma allo stesso tempo reale, alla quale i giovani sono contrari come al sapone, e tanto da far dire a Pádraic, uno dei protagonisti, in un moto di compassione ed empatia, una sorta di preghiera verso quelle persone che invece subiscono il conflitto e ne toccano le tragiche conseguenze. Ma anche nell’isola si scatena una piccola guerra, diversa, ma dagli esiti devastanti: accade quando si rompe un’amicizia storica, tra lo stesso Pádraic e Colm. “Non mi piaci più, ti trovo noioso”, dice da un giorno all’altro Colm all’amico di bevute e chiacchiere. L’amicizia allora finisce così con quella vacuità e sospensione con cui terminano alcune relazioni, con quel nonsense che la penna affilata di Martin McDonagh ha sempre cercato di definire e sostanziare nelle sue opere. “Non è colpa tua. Sono io che sono cambiato”. Si cambia, il fantasma della morte inizia a braccarci e terrorizzarci: il termine di un’esistenza porta a stravolgere il presente, a riconsiderarlo, a voler per forza prenderlo in mano in modo diverso, ponendo termini alle nostre piccole esistenze quotidiane, che percepiamo come zavorre, liberandoci quindi e alleggerendoci; per Colm, l’amicizia con Pádraic era diventata una prigione che teneva in gabbia le sue aspirazioni artistiche.

La rottura tra i due innesca un conflitto in tutta l’isola, rompe una quotidiana armonia, perché direttamente o indirettamente coinvolge anche gli altri abitanti: la sorella di Pádraic, il matto del paese (uno straordinario Barry Keoghan), il poliziotto, il prete, i proprietari del pub. Inizialmente il conflitto assume connotati ironici ma realistici, poi si fa sempre più serio, più cupo, e anche grottesco. Commedia e tragedia iniziano a rincorrersi, a sovrapporsi, la risata si fa sempre più beffarda, in un teatro dell’assurdo che è sempre stato il Cinema di Martin McDonagh, ma che qui trova la sua massima espressione in termini narrativi: una location, pochi attori che definiscono lo spazio e intessono la trama. La battaglia tra i due contendenti si fa verbale, ma con toni sempre più veementi e aggressivi, e culmina in un dialogo emblematico a metà film, nel pub a tarda sera, tra fumi di alcol e spettatori attenti. A contrapporsi e farsi la guerra sono due mondi e due modi di vivere il proprio tempo: quello della gentilezza e quello dell’Arte. Per Pádraic la gentilezza è ciò che di bello lasciamo della nostra vita nel cuore e nella memoria degli altri, anche riguardasse una sola persona, tanto basterebbe per essere ricordati. Colm sostiene invece che sia l’Arte a distruggere le barriere del tempo, che la musica può veramente attraversare i secoli, essere un lascito concreto e bellissimo di noi: per questo motivo non ha più tempo per le chiacchiere futili dell’amico, ha bisogno solo di silenzio e di comporre melodie da suonare con il suo violino. Ma non c’è compromesso, è una guerra tra sordi, all’interno della quale si inseriscono miracolosamente gli animali: negli sguardi di compassione dell’asinello di Pádraic, tenuto in casa nonostante i divieti della sorella, e del cane di Colm, fedeli ai loro padroni, talvolta più savi, immuni dalla pazzia, abita la vera quiete. Fuori dalla bellezza e dagli insegnamenti della natura, invece, l’escalation del conflitto porta ad una terza parte di film più cruento, nella quale si scatena una vera e propria guerra con fuoco, fiamme e sangue; la risata si soffoca nel dolore, nei presagi di morte lanciati da una vecchia che fuma la pipa, nelle separazioni forzate, o in quelle improvvise bagnate di lacrime. La fiaba nera diventa sempre più iperbolica, sempre più esagerata, tanto da rivestire il ruolo di una grande metafora.

L’essere umano è un’isola, vive nella sua e della sua solitudine, è spesso indifferente alle guerre che esplodono intorno a lui, che riguardano anche le sue stesse relazioni. Perché spesso i conflitti si scatenano anche nella sua isola, nel suo cuore: la guerra è interiore, e minaccia le certezze, lo fa dubitare di se stesso, di chi è veramente, del suo carattere, lo distrugge e lo trasforma. Ne esce con una mano monca, con il cuore spezzato.
Alla fine de Gli spiriti dell’isola Pádraic e Colm si incontrano sulla spiaggia. “Grazie di prenderti cura del mio cane”, dice Colm all’amico. “Quando vuoi”, gli risponde l’altro per poi allontanarsi, mentre Colm intona un motivetto musicale con la bocca. Gentilezza e Arte, oltre la guerra e le barriere del tempo, al termine di tutto: i loro lasciti e quelli del film.

Simone Santi Amantini

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