Arianna Scommegna è Cleopatràs…

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Nel Cleopatràs di Giovanni Testori, la scena non è un luogo: è una fenditura. Uno spazio in cui la voce, prima ancora del corpo, si fa materia primordiale, magma che precede la forma. L’allestimento firmato da Gigi Dall’Aglio — uno degli ultimi, e per questo già memoria — non tenta di addomesticare la furia testoriana: la lascia respirare, la lascia bruciare. La parola, sovrana e indomabile, domina il palco come un animale antico.

Arianna Scommegna attraversa questo territorio con una presenza che non è interpretazione, ma incarnazione. La sua Cleopatra non è la regina di un Egitto storico, né la figura levigata della tradizione: è una donna che porta sulla pelle la geografia della Valassina, la valle del Lambro che Testori trasfigura in un regno di eros e rovina, di desiderio e perdizione. In questo paesaggio reinventato, la passione per Antonio diventa un atto carnale e metafisico insieme: un amore che lacera, che salva, che condanna.

La lingua testoriana, con la sua miscela di sacro e profano, di dialetto e lirismo, trova nella Scommegna un corpo capace di sostenerne il peso e la vertigine. Ogni parola è un colpo di zappa nella terra, un’invocazione, un’infrazione. La sua voce non recita: scava. E nel farlo, porta lo spettatore in una zona di ascolto radicale, dove il teatro torna ad essere rito, confessione, ferita aperta.

Il violoncello di Chiara Torselli non accompagna: interroga. È un controcanto che vibra come un nervo scoperto, un suono che non illustra ma incide. Le scene di Maria Spazzi, essenziali e taglienti, costruiscono un altare laico, un luogo di esposizione totale. Le luci di Pietro Paroletti scolpiscono la figura della Scommegna come una statua che si incrina, che si spezza, che si ricompone sotto lo sguardo del pubblico.

L’operazione di Dall’Aglio è rigorosa e insieme febbrile: lascia che la parola sia il centro gravitazionale, ma costruisce attorno ad essa un ecosistema sensoriale che ne amplifica la potenza. Non c’è decorazione, non c’è illustrazione: c’è un ascolto profondo, quasi devoto, della lingua di Testori e della sua capacità di trasformare il mito in carne, la carne in preghiera, la preghiera in rovina.

Il riconoscimento dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro ad Arianna Scommegna non è un premio: è una constatazione. La sua Cleopatra è una figura che non si limita a esistere sulla scena, ma che la scena la genera, la plasma, la consuma. È un corpo che porta in sé tutte le donne testoriane: ferite, furiose, salvate e perdute nello stesso gesto.

Alla fine, ciò che resta non è la storia di Cleopatra, né la sua morte, né il suo amore per Antonio.
Resta una domanda: che cosa può ancora la parola quando tutto sembra crollare?
In Cleopatràs, la risposta è semplice e terribile: può tutto. Può ancora incendiare il mondo.

Giuliano Angeletti

 

Cleopatràs

di Giovanni Testori
con Arianna Scommegna
regia Gigi Dall’Aglio
musiche in scena Chiara Torselli (violoncello)
scene Maria Spazzi Photo Serena Serranii
luci Pietro Paroletti
ATIR associazione Teatrale indipendente per la ricerca

 

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